30 anni fa la prima guerra del Golfo

Il 2 agosto 1990 le truppe irachene invasero il vicino Kuwait, scatenando una guerra contro una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. La prima guerra del Golfo, un evento che ha cambiato la storia del Medio Oriente e non solo, durò fino al 28 febbraio 1991 e fu l’occasione per la Santa Sede e per Papa Giovanni Paolo II di riaffermare ad alta voce l’urgente necessità di lavorare per la pace

Durante i sette mesi della prima guerra del Golfo, gli appelli alla pace di Giovanni Paolo II si sono ripetuti in continuazione. Non meno di 55 volte, attraverso discorsi, lettere ed esortazioni fatte durante i suoi discorsi pubblici. Tra tutti, da ricordare il messaggio Urbi et Orbi del Natale 1990, quando nella regione del Golfo erano ancora in corso i combattimenti. “Aspettiamo che la minaccia delle armi si dissolva. Che i responsabili si convincano che la guerra è un’avventura senza ritorno”, disse Giovanni Paolo II ai fedeli riuniti in piazza San Pietro. Il Papa ricordò anche che, “facendo appello alla ragione, alla pazienza e al dialogo, e nel rispetto dei diritti inalienabili dei popoli e delle persone, è possibile scoprire e percorrere le vie della comprensione e della pace”.

L’impegno della Santa Sede per il ritorno alla pace
I mesi di guerra tra Baghdad e la coalizione formata da Paesi arabi e Stati Uniti, furono un’occasione per la Santa Sede di raddoppiare gli sforzi nel chiedere la pace e il ritorno della stabilità nella regione. Dal mese di agosto 1990, l’Osservatore Romano pubblicò ogni giorno estratti dei messaggi di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. Un modo per ricordare questo costante sia stato da sempre l’appello della Chiesa alla convivenza pacifica tra le Nazioni. Nel novembre 1990 il cardinale Casaroli, segretario di Stato della Santa Sede, incontrò il presidente Usa, George Bush, a Washington. Il vescovo Jean-Louis Tauran, capo della diplomazia vaticana, parlò con Baghdad. Interventi che, se non altro, consentirono di abbassare il livello di violenza della guerra in corso.

Le lettere del Papa a George Bush e Saddam Hussein
Mentre il mondo guardava sulla CNN americana le impressionanti immagini di quella che venne definita la prima “guerra chirurgica”, con bombardamenti in diretta, il Papa portava avanti le sue iniziative per la pace. Il 15 gennaio 1991, Giovanni Paolo II inviò due lettere, una al presidente degli Stati Uniti, George Bush, l’altra al suo omologo iracheno, Saddam Hussein. Due documenti che passeranno alla storia. “Sento il dovere pressante di rivolgermi a lei come leader della Nazione più coinvolta nelle operazioni militari”. Questo l’esordio della missiva al Capo della Casa Bianca. In essa il Pontefice riaffermò la sua “profonda convinzione che la guerra non è in grado di fornire una soluzione adeguata ai problemi internazionali”. Il Santo Padre sottolineò l’importanza per il popolo kuwaitiano di riacquistare la propria sovranità. “Spero sinceramente, rivolgendo un fervente appello di fede al Signore, che la pace possa ancora essere salvata”, concluse con forza Giovanni Paolo II. L’appello alla responsabilità di fronte alla storia è il medesimo nella lettera al Capo dello Stato iracheno. “Possiamo tutti immaginare le tragiche conseguenze che un conflitto armato nella regione del Golfo avrebbe per migliaia di vostri concittadini, per il vostro Paese e per l’intera regione, se non per il mondo intero”, sottolineava il Papa, esortando a compiere i passi coraggiosi, inizio di una marcia verso la pace”.

Le altre iniziative diplomatiche
Due giorni prima dell’invio di queste lettere, Giovanni Paolo aveva lanciato un appello all’Iraq, esortando il Paese del Golfo a “fare un gesto di pace che gli rendesse onore”. Un altro appello fu indirizzato “a tutti gli Stati interessati a organizzare una conferenza di pace, che potesse aiutare a risolvere tutti i problemi in vista di una pacifica convivenza in Medio Oriente”. Una linea diplomatica, quella della Santa Sede, che è diventata sempre più appoggiata dalla comunità internazionale, che due giorni dopo, attraverso la Francia, propose un cessate il fuoco all’Onu, che tuttavia non fu rispettato. Nel suo discorso di saluto alla Curia romana del 17 gennaio 1991, il Papa affrontò il tema del conflitto in corso, ricordando che la “zona del Golfo” era “sotto assedio”. Forte la sua denuncia sulla “legge del più forte che viene brutalmente imposta ai più deboli”. “I veri amici della pace – disse – sanno che ora più che mai è tempo di dialogo, di negoziato e di preminenza del diritto internazionale. Sì, la pace è ancora possibile; la guerra sarebbe il declino dell’intera umanità”, concluse il Pontefice.

La cessazione dei combattimenti
Il ritiro dell’esercito iracheno dal Kuwait il 28 febbraio 1991 e la sconfitta delle truppe di Saddam Hussein segnarono ufficialmente la fine della prima guerra del Golfo. La coalizione guidata dagli Stati Uniti cessò i bombardamenti e fu un sollievo per la comunità internazionale e per la Santa Sede. Durante l’Angelus del 3 marzo 1991, il Papa espresse la sua soddisfazione per la fine della guerra. “Preghiamo, ringraziando Dio per la cessazione dei combattimenti nella regione del Golfo e invocando da Lui misericordia per le vittime della guerra e consolazione per coloro che soffrono a causa del conflitto”, disse, ricordando l’importanza di costruire per il futuro. “Siamo solidali con il popolo kuwaitiano – disse ancora – che, dopo il gravissimo calvario che ha subito, ha riconquistato l’indipendenza. Siamo vicini al popolo iracheno e alle sue sofferenze: chiediamo a Dio che, con una pace definitiva, questo Paese possa avere la possibilità di cooperare lealmente con i suoi vicini e con gli altri membri della comunità internazionale”, auspicò il Papa.

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Fonte: Vatican News

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