Beirut, il governo si è dimesso

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L’intero governo del premier Hassan Diab rassegna le dimissioni. L’annuncio ufficiale in tv: le esplosioni al porto di Beirut, sono “il risultato di una corruzione endemica”. Intanto, la Conferenza dei donatori, ieri, ha stanziato 250.000 euro in aiuti, da far arrivare attraverso l’Onu direttamente alla popolazione, e ha chiesto riforme che rispondano ai bisogni della popolazione. Nella capitale, ferita dalla catastrofe di martedì scorso, in tanti si offrono volontari per prestare soccorso. Con noi don Elia Mouannes di una parrocchia vicino al quartiere più colpito

La Repubblica di Cipro mette a disposizione gli aeroporti, i porti e le basi militari in chiave logistica a supporto degli aiuti umanitari e delle attività di protezione civile e ricostruzione nella città di Beirut. Lo ha annunciato il presidente cipriota Nicos Anastasiades a margine del summit in videoconferenza promosso ieri da Francia e Onu, che ha riunito tutti i Paesi che si sono offerti di aiutare il Libano con risorse finanziarie e personale specializzato. E’ emersa la disponibilità di 250 milioni di euro, con l’impegno a consegnarli direttamente a quanti operano sul campo. Del possibile impegno della comunità internazionale e della mobilitazione della gente locale, abbiamo parlato con don Elia Mouannes, parroco di una delle 1126 parrocchie di Beirut:

Don Elia ci racconta che subito nella sua parrocchia si è formato un gruppo che ha prestato soccorso nelle case della zona a ridosso di Karantine, il quartiere raso al suolo. Nelle aree circostanti gli edifici non sono crollati ma dentro le case hanno subito molti danni e il primo impegno, dice don Elia, è rimettere a posto come si può porte e finestre e assicurare da mangiare. Non manca in realtà l’aiuto neanche di volontari che vengono perfino da fuori Beirut. Don Elia descrive una popolazione angosciata, preoccupata sfiduciata, ma anche testimone di grande umanità e di fede. Dopo la grande prova della crisi economica, ora il terrore delle esplosioni e della tensione sociale. Per i cristiani, sottolinea don Elia, è proprio il momento di testimoniare quello in cui credono: parole e gesti di pace alla sequela di Cristo. Don Elia spiega che è normale essere inquieti per le ingiustizie ma l’espressione di questa inquietudine non può essere violenta, non può andare contro il messaggio di Cristo. Don Elia ci racconta come le parole del Papa, all’Angelus domenica, abbiano portato incoraggiamento e poi sottolinea che sempre ai suoi fedeli ricorda quello che Papa Francesco ha detto subito dopo la sua elezione al soglio pontificio e che ripete spesso: bisogna lavorare per costruire ponti e non muri. Poi, un appello alla comunità internazionale perché oltre ad impegnarsi, come è importante, per la ricostruzione materiale, si impegni anche a tenere vivo il messaggio di pacificazione, a evitare strumentalizzazioni, ingerenze, il prevalere di messaggi di odio. E una testimonianza personale: don Elia ci racconta che a 49 anni purtroppo deve affermare che gran parte della sua vita è trascorsa in un territorio in guerra. Ma anche da questa esperienza è nata forse la sua vocazione sacerdotale, a servizio di Dio e della Chiesa, perché – spiega – Dio ha portato la vera pace nella sua vita.

Tensione e dimissioni
Ad una settimana dalla duplice esplosione che ha colpito il porto della capitale, l’intero governo si è dimesso. Dopo la dichiarazione ai giornalisti del ministrio della Salute, il discorso del premier Diab alla teleisione. “L’esplosione del materiale immagazzinato nel porto della capitale negli ultimi sette anni è stato – ha detto – è stato il risultato di una corruzione endemica. Oggi seguiamo la volontà del popolo nella sua richiesta di consegnare i responsabili del disastro che si nascondono da sette anni, e il suo desiderio di un vero cambiamento”. “Di fronte a questa realtà – ha concluso Diab – annuncio le dimissioni di questo governo”.

L’aiuto internazionale e l’invito a riforme
Il mondo deve agire in fretta, con efficacia e totale trasparenza per aiutare il Libano a rialzarsi dalla crisi in cui è piombato dopo la devastante esplosione a Beirut del 4 agosto. E’ questo il messaggio emerso dalla conferenza dei donatori fortemente voluta dal presidente francese Emmanuel Macron, il leader occidentale più attivo sin da subito sul fronte dell’assistenza, e sostenuta dall’Onu che ha riunito via internet i rappresentanti di circa 30 Paesi e istituzioni. I leader, tra i quali il presidente statunitense Donald Trump e il quello del Consiglio europeo Charles Michel, hanno risposto alla chiamata del Papa che anche all’Angelus ieri ha chiesto generosità, e hanno convenuto sul fatto che gli aiuti devono essere consegnati il prima possibile “direttamente” alla popolazione libanese. Questo era uno dei nodi alla vigilia della videoconferenza. Gli aiuti saranno gestiti dall’Onu attraverso le sua agenzie in totale “trasparenza” e consegnati “direttamente” alla popolazione. Inoltre, è stata ribadita la richiesta di un’inchiesta indipendente sul disastro avvenuto al porto di Beirut. Lo hanno ripetuto Macron e Michel, che nei giorni scorsi ne avevano parlato con le autorità libanesi, e lo ha chiesto anche Trump esortando “il governo a condurre un’indagine completa e trasparente, per la quale gli Stati Uniti sono pronti a portare il loro aiuto”. Al governo libanese i leader, Macron e Trump in testa, hanno anche rivolto un appello ad ascoltare i bisogni di chi manifesta legittimamente. “Bisogna fare il possibile affinché non prevalgano il caos e la violenza”, ha detto il presidente francese. Il Fondo monetario internazionale, che ha partecipato alla videoconferenza con il direttore Kristalina Georgieva, si è detto disponibile a “raddoppiare gli sforzi” a patto che il Libano si impegni ad attuare quelle riforme che vengono chieste da ben prima l’esplosione.

Il rischio impennata del Covid-19
Il ministero della Salute libanese ha reso noto oggi che nel Paese sono stati registrati 294 nuovi casi di Coronavirus e due morti. Finora, secondo il conteggio della John Hopkins University, in Libano sono stati registrati 6223 casi e 78 morti per il Covid-19. Ieri, un medico che guida la lotta contro il Covid-19 nel Paese, l il dottor Firass Abiad, direttore del Rafik Hariri Hospital di Beirut, ha affermato che in seguito alla devastante esplosione nel porto di Beirut e alle manifestazioni di protesta, in Libano si verificherà probabilmente una nuova impennata di casi di coronavirus. “Purtroppo, questa atmosfera favorisce la trasmissione del virus”, ha affermato.
(Ultima modifica ore 19.15)

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Fonte: Vatican News

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