Berlino Est 1984, nel ricordo di una studentessa romana: il Muro era anche nelle teste

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Cinzia Pierantonelli, oggi docente all’Università di Roma Tre, racconta il suo anno all’Università Humboldt, nell’allora Repubblica Democratica Tedesca: “Del Muro non si parlava, ma c’era tra noi studenti occidentali e quelli della Rdt, e nelle teste dei berlinesi dell’Est, che non erano liberi di parlare e a volte, per la Stasi, controllavano anche i familiari”. Ma c’era anche chi si incontrava nelle chiese, “e preparava la caduta della dittatura”

“Del Muro non si parlava mai, ma se ne avvertiva la presenza tra noi studenti “capitalisti” e quelli della Germania Est: non si vedeva ma era nelle loro teste, di persone non libere di esprimersi, e in chi controllava magari il coniuge o i figli per conto della Stasi”. Cinzia Pierantonelli, romana, oggi docente in Linguaggi del Turismo e Comunicazione Interculturale all’Università Roma Tre, nel 1984, cinque anni prima della caduta del Muro, ha vissuto un intero anno a Berlino Est, giovane dottoranda in germanistica alla prestigiosa Università Humboldt, la più antica della città, con una borsa di studio del Centro Thomas Mann, finanziato dal Partito socialista unito tedesco, la Sed, e dal Partito comunista italiano.

Le cimici della Stasi nella mia camera alla Humboldt
Del Muro ricorda che era una presenza lontana, “noi giovani studenti stranieri non ci avvicinavamo”, troppa polizia a proteggerlo, e nella Casa dello studente dove alloggiavo, mi dissero subito di stare attenta a cosa dicevo, per via delle cimici. “Con gli studenti della Ddr (Deutsche Demokratische Republik, n.d.r.) non c’era comunicazione – racconta – perchè non avvicinavano nessuno di noi”. Ecco il suo racconto di quell’anno indimenticabile in uno “strano Paese”, come scrive nel romanzo “Il muro dentro. Berlin 1984”, edizioni Onyx.

R. – Del Muro non si parlava mai, nessuno lo vedeva perché era molto lontano e noi giovani studenti che arrivavamo nella Ddr da altri Paesi non ci avvicinavamo al Muro perché temevamo l’apparato militare che lo proteggeva. Nella casa dello studente, la prima cosa che mi dissero i compagni di stanza dell’Est europeo fu di fare attenzione a come parlavo, perché nel nostro appartamento c’erano delle cimici. E poi mi spiegarono che tutto era sotto controllo. Si avvertiva la presenza di un Muro tra noi studenti capitalisti e loro, studenti della Ddr con le loro uniformi blu, perché non c’era comunicazione, loro non avvicinavano nessuno di noi: l’ideologia lo impediva. La Stasi (la polizia segreta della Ddr) arruolava tantissime persone perché controllassero anche persone vicine a loro: succedeva spesso che la moglie controllasse il marito o la madre i figli o viceversa. Ecco perché il Muro non si vedeva, ma in realtà stava nelle teste di ognuno di loro. Avvertivano la difficoltà di non poter essere liberi di esprimersi. Nelle famiglie esisteva un lessico famigliare specifico, e si dicevano delle cose che ovviamente evitavano di dire all’esterno della famiglia.

 

Di fatto finiva 30 anni fa, con la caduta del Muro, la Germania Est, uno strano Paese, scrive, un Paese tedesco-russizzato. Lei che ci ha vissuto un anno, nel 1984, come lo descriverebbe?

R. – Era uno Stato che non permetteva nessun tipo di libertà politica e inquadrava tutti gli individui in un percorso prefissato, che partiva dalla culla e arrivava fino alla tomba. C’erano tracciati dai quali non ci si poteva muovere più di tanto a meno che non si diventasse dissidenti con dei costi altissimi o la prigione o l’espulsione dal Paese. Negli anni 80, quando io mi trovai nella Ddr, per trascorrere questo anno presso la Humboldt come germanista, potei capire quanto l’influsso di una ideologia sovietica fosse determinante, venivamo costantemente indottrinati da docenti che tenevano seminari specifici per noi che venivamo dai Paesi dell’Ovest, durante i quali non era permesso di fare domande e capivamo di giorno in giorno quanto fosse complesso vivere in questa realtà.

Lei ha scritto più volte che molti berlinesi dell’Est, che ha conosciuto, avevano trovato un loro equilibrio e non soffrivano le costrizioni e la mancanza di libertà. Sono gli stessi che ora hanno una certa nostalgia della Ddr?

R. – Un equilibrio sicuramente si poteva trovare in questa dimensione. Ho conosciuto tantissime persone che nella loro nicchia esistenziale erano assolutamente felici: non gli mancava nulla, avevano una casa ben ammobiliata, potevano anche fare dei viaggi, chiaramente limitati all’area permessa dallo Stato, avevano dei prodotti anche occidentali, se avevano la possibilità di acquistare in marchi cosiddetti “buoni”. I nostalgici sono quelle persone che, superato il momento di euforia, con il ricongiungimento delle persone che erano state divise da parenti che si trovavano al di là del Muro (che per decenni sono stati i “fratelli poveri”, quelli ai quali venivano inviati pacchetti durante le festività), una volta però provati i prodotti dell’Ovest, con un consumismo sfrenato che ha visto protagonisti molti cittadini dell’Ddr, hanno perso un pochino di interesse. Era la loro storia, quella che veniva annullata di giorno in giorno e che loro in qualche modo cercavano di recuperare, ma non perché fossero nostalgici rispetto allo Stato dittatoriale nel quale avevano vissuto. Questa Ostalgia è piuttosto riferita ad una dimensione identitaria che loro sentivano di perdere, la dimensione nella quale avevano vissuto. Era la loro storia.

In un Paese nel quale il comunismo era vissuto quasi come una fede, con il rito della Jugendweihe che sostituiva la Cresima, aveva conosciuto qualche cristiano che non nascondeva di esserlo?

R. – Ho conosciuto delle persone che frequentavano regolarmente gli incontri che si tenevano in alcune chiese, dove cercavano di far muro contro il regime. Queste persone, anche con molto coraggio, sono state coloro che hanno dato l’avvio al processo di demolizione dello Stato dittatoriale.

Lei ha lavorato a Radio Berlino International. Che esperienza è stata?

R. – Lì lavoravo come traduttrice e speaker per i programmi in italiano. Mi sono confrontata con i giornalisti e ho potuto capire come funzionava questo apparato all’interno. Lì ho capito quali fossero i meccanismi di controllo, che era altissimo e non lasciava alcun genere di libertà. I miei colleghi, poi, credo fossero anche degli operatori del controllo per la Stasi, soprattutto una persona che mi stava sempre vicino e cercava di farmi da tutor, ma successivamente ho capito che questa persona mi era stata affiancata per controllarmi su tutto quello che facevo e che potevo trasmettere. Avrei voluto controllare negli archivi della Stasi cosa si scrisse su di me, perché sicuramente ognuno di noi che era lì per un periodo prolungato aveva un suo dossier nel quale erano specificati tutti i movimenti. Ma non lo feci, forse perché mi avrebbe portato alla grande delusione di capire che alcune delle persone con le quali io avevo stretto un rapporto di amicizia potevano in qualche modo avermi tradito.

“East Gallery 1989-2019”, l’11 e 12 novembre convegno e mostra a Roma
Autrice di saggi come “Master’s narratives in tourism. Rappresentazioni del turismo culturale e creativo”, ma anche di libri per ragazzi, come “Gary Baldo cane italiano. L’unità d’Italia spiegata ai bambini”, Cinzia Pierantonelli, in occasione del trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, è tra i promotori delle giornate di studio internazionali “East Gallery: 1989-2019”, l’11 e 12 novembre all’Università Roma Tre e all’Istituto universitario Gregorio VII, affiancate da una mostra d’arte all’Anrp, in via Labicana 15/A, con opere ispirate alla caduta del Muro e agli anni che seguirono.

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Fonte: Vatican News

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