Centrafrica: militari al lavoro per riportare la pace

Centrafrica: militari al lavoro per riportare la pace

Continuano gli interventi militari nelle zone del Centrafrica per cercare di riportare la pace, ma sono ancora molti i luoghi occupati dai ribelli. Intervista a don Mathieu Bondobo, parroco della cattedrale di Bangui e vicario dell’arcidiocesi

La situazione del Centrafrica è ancora precaria: vi sono zone che stanno pian piano recuperando la loro tranquillità; e zone che invece rimangono ancora fortemente insicure. “Qui a Bangui – dichiara a Vatican News don Mathieu Bondobo, parroco della cattedrale di Bangui e vicario dell’Arcidiocesi di Bangui – la situazione è abbastanza tranquilla: la gente sta lentamente tornando a casa e i campi profughi sono stati smantellati”. A Bandoro invece, per esempio, le migliaia di persone, più di 15.000, che furono cacciate dalle loro case dai ribelli Seleka nel 2014, ancora vivono in campi per sfollati a qualche chilometro dalle loro zone di provenienza.

Campi profughi nelle zone occupate dai ribelli
“Ci sono alcune zone in cui la situazione è drammatica” racconta don Mathieu Bondobo. “Ad Alindao si sono dovuti rifugiare tutti nella cattedrale, perché è l’unico posto rimasto sicuro. I giovani non possono andare a scuola, l’amministrazione non funziona, ci sono problemi sanitari perché l’ospedale non è operativo. C’è una vera e propria emergenza umanitaria”. L’agenzia Fides sottolinea il dramma umano della vita degli sfollati, in particolare di quei bambini sotto i 4 anni che, nati nei campi, non conoscono la vita normale in una casa, in una famiglia, in un quartiere. Abitano sotto i teloni o i tetti di paglia in una situazione di paura e tensione perenni.

Provvedimenti delle forze militari locali e di quelle Onu
Lo Stato si sta adoperando per inviare l’esercito, le forze nazionali e quelle delle Nazioni Unite, ad occupare le zone centrafricane che sono ancora in mano ai ribelli. “Però è un lavoro che si fa pian piano – afferma don Mathieu Bondobo – sia perché questi militari devono essere ben formati per andare a compiere il loro lavoro, sia perché il Centrafrica è un Paese grande ed occorre molto tempo prima che le forze militari arrivino a coprire tutte le zone dove la loro azione è necessaria”. In base alla testimonianza rilasciata all’agenzia Fides da mons. Tadeusz Kusy, vescovo di Kaga-Bandoro, sembra in realtà che la Minusca (la Missione Onu in Centrafrica) non stia gestendo la situazione degli sfollati in maniera del tutto trasparente. Secondo mons. Kusy, le autorità locali e quelle Onu lanciano agli sfollati messaggi contraddittori: da una parte invitano la popolazione a ritrovare la vita comunitaria nei loro quartieri di provenienza, “ma allo stesso tempo stanno costruendo strutture a 3 chilometri dalle loro case e viene detto loro: Potete restare qui. Allora dov’è la verità? Non c’è verità in questi programmi”, denuncia il vescovo.

L’attività pastorale collabora agli obiettivi di pace
“E’ una situazione difficile anche per noi pastori – spiega don Mathieu Bondobo – ma è in questi casi che bisogna seguire la luce del Signore ed essere pastori non solo quando le cose vanno bene, ma anche nei momenti difficili e durante le persecuzioni”. L’attività pastorale in questo momento si impegna nel dare consolazione alla gente, “affinché le persone continuino a credere, a testimoniare e a vivere la loro fede”. Ma cerca anche di contribuire alla pace: “Ad esempio, quest’anno a Bangui – racconta don Mathieu Bondobo – abbiamo scelto come tema dell’anno pastorale quello dell’ecumenismo, per riuscire a dialogare con quei fratelli che non appartengono alla nostra stessa religione. Anche questo è utile – sottolinea il parroco – per affermare che questo è il nostro Paese e tutti noi dobbiamo lavorare insieme per il suo bene e la sua pace”.

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Fonte: Vatican News

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