Compie 50 anni il Trattato sulla Non Proliferazione delle armi nucleari

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Entrato in vigore il 5 marzo 1970, oggi si inserisce in un contesto dove la corsa agli armamenti nucleari non può certo essere considerata un fenomeno appartenente al passato. Papa Francesco e lo Stato della Città del Vaticano sono attori protagonisti nel contrasto alle armi nucleari

Il Trattato sulla Non Proliferazione delle armi nucleari (TNP) è entrato in vigore il 5 marzo 1970, dopo essere stato aperto alla firma il primo luglio del 1968. Esso stabilisce il quadro di riferimento per regolare il commercio internazionale di materiali, tecnologie, impianti destinati alle applicazioni pacifiche dell’energia nucleare, nonché per assicurare controlli e salvaguardie atti ad evitare la proliferazione nucleare “orizzontale”, ossia l’aumento del numero di Paesi dotati di capacità nucleari militari.

“La voce del Papa è importantissima”
Secondo Angelo Baracca, esperto di disarmo nucleare, il trattato va inserito in un preciso momento storico: quello della Guerra Fredda. Purtroppo, nonostante il nome, quel testo “non ha portato – afferma Baracca nell’intervista a Vatican News – ad una riduzione delle armi nucleari, anzi esse sono quasi raddoppiate dopo quindici anni dalla ratifica”. Venendo ad oggi, l’esperto definisce un “far west” la situazione attuale, anche per le recenti scelte della Casa Bianca. “Importantissima è la voce del Papa”, conclude.

Le parole di Francesco

“L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo”. Questo è sicuramente uno dei passaggi più forti del discorso pronunciato dal Papa al Memoriale della Pace di Hiroshima. Il Papa già all’udienza del 2017 ai partecipanti al convegno “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”, sottolineò come sia da “condannare con fermezza” l’uso degli ordigni nucleari così come il “loro stesso possesso”, e parole simili furono pronunciate quello stesso anno nella conferenza stampa sul volo di ritorno dal viaggio apostolico in Myanmar e Bangladesh. In occasione della 53ª Giornata Mondiale della Pace, celebrata lo scorso primo gennaio, Francesco ha fatto ancora un riferimento alla pericolosità delle armi nucleari. “Non possiamo pretendere di mantenere la stabilità nel mondo attraverso la paura dell’annientamento, in un equilibrio quanto mai instabile, sospeso sull’orlo del baratro nucleare e – scrive – chiuso all’interno dei muri dell’indifferenza, dove si prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi dello scarto dell’uomo e del creato, invece di custodirci gli uni gli altri”.

La Santa Sede chiede misure concrete

Lo scorso mese la Santa Sede ha chiesto ancora una volta un impegno collettivo per migliorare la sicurezza nucleare a livello globale, vigilando sulle minacce e mettendo in atto misure concrete per proteggersi da atti malintenzionati che coinvolgono materiale nucleare o radioattivo pericoloso. La dichiarazione a nome di monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, è stata letta da Francesca Di Giovanni, sottosegretario del Settore multilaterale della Sezione per i Rapporti con gli Stati, in occasione della terza Conferenza internazionale sulla Sicurezza nucleare a Vienna, promossa dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Lo scorso ottobre l’allora osservatore permanente della Santa Sede all’Onu, monsignor Bernardito Auza, intervenendo a New York, alla 74.ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha sottolineato come la corsa agli armamenti nucleari “è stata rinnovata” e le innovazioni tecnologiche “rendono difficile il monitoraggio internazionale”. L’umanità, ha osservato monsignor Auza, ha la responsabilità di “proteggere la Terra, la nostra casa comune dalla potenza distruttiva delle armi nucleari”.

I numeri del nucleare
I numeri delle testate nucleari sono inferiori rispetto al passato, ma ampiamente sufficienti per decretare la fine del genere umano. Nel 1970 l’arsenale atomico mondiale contava quasi il doppio delle odierne testate nucleari: 23mila oggi, quasi 40mila mezzo secolo fa. A metà degli anni Ottanta le testate, almeno dal punto di vista quantitativo, raggiunsero il loro numero più alto sfiorando le 70mila unità. I Paesi che per distacco detengono i numeri maggiori di testate sono, secondo l’associazione Arms Control, la Russia e gli Stati Uniti: rispettivamente 6490 e 6185. Seguono Francia, Cina e Regno Unito, con numeri che si aggirano tra le 200 e le 300 testate. Poi nell’ordine Pakistan, India, Israele e Corea del Nord.

Il TPAN
Dinanzi ad uno scenario non certo confortante, c’è anche spazio per la speranza. Un nuovo trattato è stato adottato da una conferenza delle Nazioni Unite il 7 luglio 2017, aperto alla firma a New York nel settembre di quell’anno. In base all’articolo 13 entrerà in vigore 90 giorni dopo la ratifica di almeno 50 Stati. Stiamo parlando del Trattato per la proibizione delle armi nucleari. Finora sono 34 i Paesi ad averlo ratificato e a diventarne Stati parte. Tra questi, anche lo Stato della Città del Vaticano.

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Fonte: Vatican News

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