Coronavirus e fake news

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Rischio “infodemia”: a coniare il termine è stata l’Organizzazione Mondiale della Sanità. In questi giorni ha denunciato la diffusione, troppo spesso incontrollata, di notizie false in relazione alla pandemia del coronavirus. Le notizie oggettive di vittime sono accompagnate dalle più varie fake news. Con noi il generale Giuseppe Morabito, analista della Nato

Sono almeno 565 i morti per il coronavirus nel mondo mentre i contagi a livello globale ammontano a oltre 28.000 casi e le persone guarite sono già 1.147. Sono quasi tremila i nuovi casi nella provincia di Hubei, dove si sono registrate 70 nuove vittime. La diffusione non arretra in molte zone, mentre, nonostante gli scambi ormai planetari, in tanti altri Paesi si è riusciti a porre un argine. Intanto, è stato reso noto che sulla nave da crociera della Carnival Japan in quarantena nella baia di Yokohama, al largo del Giappone, ci sono anche 35 italiani di cui 25 membri dell’equipaggio: venti persone sono risultate positive al test. Le autorità sanitarie nipponiche hanno sottoposto a test 273 dei circa 3.700 passeggeri, oltre all’equipaggio. Il Giappone aveva messo due giorni fa la nave in quarantena perché alcune persone avevano sviluppato i sintomi del morbo dopo lo sbarco di un contagiato a Hong Kong il 25 gennaio scorso.

Oltre i dati le fake news
In ogni caso, sono tante le falsità circolate soprattutto sui social: casi di contagio inesistenti, cure miracolanti alla candeggina, presunte infezioni attraverso il cibo. E poi c’è chi ha ipotizzato che il virus sia stato pensato come arma batteriologica: sarebbe una versione potenziata della Sars realizzata in un laboratorio di Wuhan a scopo militare. La struttura effettivamente esiste e si chiama Wuhan National Biosafety Laboratory. Il centro è stato realizzato nell’ottica di un memorandum tra Cina e Francia e si occupa di biosicurezza. Ma per capire cosa significhi parlare davvero di armi batteriologiche, abbiamo intervistato il generale Giuseppe Morabito, membro del Direttorato della Nato Defence College Foundation:

R. – Le armi batteriologiche non sono facili da trovare: vanno “costruite”, sintetizzate in laboratorio. E vanno anche conservate in un certo modo. Ci sono tre tipi di armi da considerare in questo contesto: le armi nucleari, le armi chimiche, le armi batteriologiche. Non è facile procurarsi nessuna di queste armi. Quelle batteriologiche sono le più infide perché può andare in tutto il mondo: non c’è possibilità reale di controllo sulla diffusione, come può essere per quelle chimiche che originano in un’area e lasciano immaginare l’espansione. La diffusione del contagio è molto meno prevedibile. O non c’è una direzione data dal vento per esempio come per l’arma nucleare o dal fall out. L’arma batteriologica può andare ovunque. Ma sono armi di difficile “fabbricazione” ma ancora di più di difficile trasporto e utilizzazione. Bisogna essere esperti. Un’arma batteriologica si contamina in breve tempo, facilmente anche solo per sbalzi di temperatura: bisogna dunque essere in grado di proteggere in un certo modo la sostanza e chi la trasporti. Non è facile.

Generale, parliamo di processi verso il disarmo considerando le armi più o meno “tradizionali” – con tappe in avanti ma anche passi indietro – ma ci sono strategie di cooperazione a livello internazionale anche in tema di armi batteriologiche?

R. – Ci sono convenzioni internazionali che pongono regole e limitazioni. Le convenzioni ci sono ma bisogna vedere se la singola nazione o la singola organizzazione le rispettano. Non è sempre detto che una nazione che firma una convenzione poi la rispetti.

Generale, una sua riflessione a proposito di questa espressione “infodemia” coniata dall’Oms…

R. – E’ una parola nuova con la quale l’Oms ha voluto lanciare un messaggio. Certamente l’informazione si è moltiplicata, in particolare su internet e sui social, a proposito dell’infezione, la pandemia da coronavirus. Ma dobbiamo ricordarci che il fenomeno riguarda una parte del mondo ma non tutto. Parliamo di informazione e dunque di infodemia per le zone dove arrivano le connessioni digitali e internet, dove arrivano anche tv e giornali. Ma non è così dappertutto. Possiamo essere sicuri che in Africa, in India, o anche in alcune zone della Cina, sia arrivata la stesa informazione? Possiamo immaginare che in tutte le zone del mondo ci sia la stessa informazione o ci siano le stesse strutture di risposta ad una pandemia? Pensiamo a territori agricoli a ridosso di zone equatoriali dove le informazioni di cui parliamo non sono arrivate: né fake news ma neanche la corretta informazione. Non possiamo dimenticare, ad esempio, che il continente che vive la maggiore penetrazione da parte della Cina è l’Africa: si tratta di penetrazione economica, sfruttamento delle materie prime, commercio. Ci sono scambi commerciali continui con la Cina e anche con la città cinese di Wuhan. Speriamo che non ci siano stati contagi. Per non parlare delle zone del Sahel, del Corno d’Africa, ma anche ad esempio dell’Afghanistan. Ci sono aree del mondo dove ad esempio le radio non possono essere diffuse per restrizioni imposte. Ecco, dobbiamo parlare di infodemia, delle fake news, ma ricordandoci che in alcune zone del mondo il problema è opposto: non troppa informazione ma troppo poca.

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Fonte: Vatican News

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