Don Ambarus, Caritas: il Fondo voluto dal Papa sia moltiplicatore di solidarietà

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II direttore della Caritas di Roma anticipa, nella nostra intervista, lo spirito con cui verrà distribuito il denaro donato da Francesco per tutte le categorie più deboli colpite dalle conseguenze della pandemia nella diocesi capitolina che è già riuscita ad aiutare circa 7000 famiglie: “Dobbiamo uscire dall’autoreferenzialità e mettere insieme le energie”. La presentazione alla stampa del Fondo papale, venerdì prossimo a Roma

La Regione Lazio e Roma Capitale hanno contribuito subito con 500mila euro ciascuno, raddoppiando così la quota di un milione di euro donata da Papa Francesco alla Caritas diocesana per avviare il progetto di solidarietà del Fondo “Gesù Divino Lavoratore”. Il Vescovo di Roma lo ha voluto pensando a lavoratori giornalieri e occasionali, con contratti a termine non rinnovati, lavoratori pagati a ore, stagisti, collaboratori domestici, piccoli imprenditori, autonomi: le categorie fragili che sono state duramente colpite dal lockdown per il coronavirus. Don Benoni Ambarus, direttore della Caritas di Roma, commenta il gesto del Pontefice:

R. – Lo accogliamo come la maggior parte dei gesti di Papa Francesco, un gesto di profezia. La lettera che ha scritto al cardinale è pregna di un cuore paterno che dice che non possiamo non pensare agli esclusi. La decisione di istituire il Fondo rivela il suo cuore di padre che dice che il lavoro è sacro, che il lavoro dà dignità e coloro che lo perdono rischiano di perdere la dignità. L’invito contenuto all’interno della lettera – di cui faremo tesoro – è di difendere la dignità delle persone, e noi faremo di tutto in questo senso.

Ci vuole anticipare qualche dettaglio su come verrà distribuito il primo stanziamento di denaro?

R. – Siamo impegnati nell’opera di discernimento per fare sì che questo gesto possa azionare un meccanismo di miracolo di condivisione. Il Papa dice che non bastano più i cinque pani e i due pesci. Ora, lui mette i cinque e i due pesci, e la speranza nostra è che la somma stanziata venga amministrata in modo che diventi un miracolo moltiplicatore di condivisione. Vede, se dovessimo immaginare di dare uno stipendio temporaneo a tutti quelli che nel frattempo hanno perso il lavoro, un milione ovviamente non basterebbe perché si potrebbe aiutare solo un numero minimo di persone. Stiamo provando dunque a trasformare il milione di euro in una lievitazione di carità.

Per come siete in grado di osservare la situazione – voi che nella fase acuta dell’epidemia non vi siete mai fermati nel prestare sostegno ai più fragili – come ha impattato la pandemia dal punto di vista economico sulla città di Roma?

R. – In effetti la Caritas diocesana, e tutte le realtà di carità della città, le realtà parrocchiali collegate, non si è mai fermata durante il periodo di lockdown. Tanto che dicevamo tra di noi: speriamo che le persone escano presto dalle loro case, così potremo noi chiuderci in casa per riposare… Possiamo dire che ad oggi più di 7mila nuclei familiari – stiamo ancora raccogliendo tutti i dati – per la prima volta si sono affacciati presso i nostri presidi di carità a chiedere aiuto. Gente che lavorava in nero, in modo precario, a giornata, e che si è ritrovata senza niente. E’ venuta a chiedere da mangiare. La pandemia ha rivelato da una parte la enorme debolezza del nostro tessuto sociale cittadino, ma ha rivelato anche, dall’altra, il volto di una chiesa fatta di tanta gente che si è rimboccata le maniche e ha prestato aiuto. Il Papa ha notato tutto questo. Adesso non è il momento di dare le briciole ma è il tempo di una solidarietà sostanziosa. Il punto, torno a dirlo, resta purtroppo il lavoro precario, il lavoro degli esclusi. A Roma, per esempio, tutta la realtà alberghiera, la ristorazione ha subìto un colpo brutto e la gente che lavorava in questi settori è arrivata a sfiorare la soglia della disperazione. Vedere negli occhi delle donne, tante donne, che vengono ancora a chiedere aiuto per i propri figli, un misto di orgoglio sano per difendere i propri figli e allo stesso tempo di grande fatica e sofferenza nel dover chiedere aiuto, colpisce al cuore, sono esperienze che rimangono dentro.

Si tratta prevalentemente di persone romane?

R. – Sì, è stata una esplosione. Davvero impressionante. Persone che dicevano: mai nella vita avrei immaginato di dovere fare un gesto del genere, chiedere aiuto a voi.

Il Papa invita ad una alleanza con le istituzioni…

R. – Spesso le istituzioni, anche la stessa Chiesa, vivono il peccato di autoreferenzialità, ognuno per conto suo. Il Papa ce lo ha ripetuto più volte. Invece, il richiamo del Papa per una alleanza sociale per Roma significa proprio uscire ciascuno dal proprio orticello, mettere le cose in comune, mettere le energie insieme perché solo così ne veniamo fuori. Continuare a vivere con l’atteggiamento dell’autosufficienza e delle contrapposizioni non porterà ad altro che ad ulteriori lacerazioni sociali soprattutto sulle spalle dei più deboli. Mi sembra un invito molto bello da parte del Papa. E le istituzioni locali hanno subito aderito.

La crisi causata dalla pandemia incide in modo diverso tra centro e periferie?

R. – Non conosce colori, purtroppo. Anche un professionista con la partita iva, per esempio, che è stato costretto a fermarsi, è rimasto folgorato dalla crisi. Poi, all’interno della città di Roma, sempre meno c’è differenza tra centro e periferie. Con accenti diversi stiamo riscontrando anche nelle zone centrali delle situazioni di disagio notevoli.

Secondo lei, dopo il periodo di isolamento forzato che abbiamo dovuto vivere, siamo più portati alla solidarietà reciproca oppure più chiusi nelle nostre paure?

R. – Penso che abitino dentro l’umanità entrambi i sentimenti. Avendo messo a fuoco di più l’essenziale, c’è il desiderio di liberarsi dei fronzoli. Dall’altra parte, c’è la paura che possa toccare anche a me la debolezza sociale, la povertà come se fosse una malattia. L’avevamo detto anche prima della pandemia: esiste la ‘poverofobia’. Oggi credo che esista ancora di più.

C’è una storia che in questi ultimi mesi l’ha particolarmente commossa?

R. – In uno dei presidi delle Caritas parrocchiali è arrivato un cittadino straniero che lavora presso una famiglia romana, senza contratto e senza tutele. Durante la pandemia è venuto a chiedere aiuto. Raccontava al parroco che aveva chiesto alla signora, dove lavora da 34 anni, se poteva dargli lo stesso lo stipendio. Gli è stato negato. Lui le ha detto: “Pensavo di essere un figlio dopo per voi, dopo 34 anni”. Raccontava che gli è crollato il mondo addosso. E così è venuto a chiedere aiuto a noi. Stiamo attenti, quando pronunciamo dei numeri ci risulta facile pronunciare 3000, 5000… e non ci rendiamo conto che dietro ogni singola persona esiste un dramma o un pezzo di cielo, o entrambe le cose. Ogni persona è un mistero di Dio che va ascoltato, protetto, valorizzato fino in fondo, con le luci e le ombre.

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Fonte: Vatican News

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