Frena la crescita in America Latina per l’instabilità politica

frena-la-crescita-in-america-latina-per-linstabilita-politicaIl Fmi mette in guardia sulle ripercussioni per l’economia dell’ondata di proteste e di disordini che attraversa il sud delle Americhe, dal Cile al Venezuela, dalla Colombia all’Ecuador. In un’area del mondo già segnata da violenze impunite è messa a dura prova la sicurezza. Intervista con Paolo Sellari

Si conferma l’instabilità in America Latina e il Fondo monetario internazionale (Fmi) segnala che la crescita calerà allo 0,2 per cento. In questi giorni, in Cile oltre 200 organizzazioni della piattaforma Unidad Social hanno proclamato lo sciopero ad oltranza perché si ritengono escluse dalla partecipazione al processo costituente per riformare la Costituzione in vigore, in vista del referendum nell’aprile 2020. In Colombia, i militari rafforzano il presidio delle strade di Bogotà dove dal 21 novembre sono morte tre persone nelle proteste contro la corruzione e a difesa degli accordi di pace con le Farc. In Ecuador, dove il triste bilancio di novembre è di otto morti, restano manifestanti in piazza a Quito e a Guayaquil. In Venezuela tornano a manifestare sia i sostenitori del presidente Nicolás Maduro, sia quelli del capo di opposizione Juan Guaidó, nei giorni in cui si ricorda l’anniversario della battaglia di La Victoria, nel 1814, durante la guerra di indipendenza dal potere spagnolo. Paolo Sellari, direttore del Master di geopolitica all’Università Sapienza di Roma, ragiona, ai nostri microfoni, sui rischi della sicurezza:

R.- Certamente l’America Latina è molto preoccupante in questa fase storica. In realtà siamo un po’ abituati ad avere fasi di grande illusione e di grande disillusione. Il rischio in termini di sicurezza è che si creino buchi neri, cioè aree di sovranità molto oscura, con movimenti di contropotere statale che possono appunto mettere a dura prova queste aree, questi singoli Stati.

Quali aree in particolare all’interno dell’America Latina possono preoccupare di più in questo momento?

R. – Credo che non ci sia uno Stato, un Paese o un’area in particolare. Credo che la preoccupazione sia proprio per il continente. Potremmo dire – con una metafora – che l’Amazzonia è in fiamme, un sub continente è in fiamme. La nascita dell’Unasur, l’Unione delle Nazioni Sudamericane nel 2009 aveva creato le premesse per la creazione di un blocco stabile sia da un punto di vista economico, sia politico. Ma è crollata l’illusione di un ruolo guida di questo blocco di Paesi, cosiddetti Bric, acronimo di Brasile, Russia, India, Cina. Ad esempio il Brasile non è stato in grado di guidare un movimento di emancipazione di tutto il continente. Quindi, credo che il problema sia proprio questo: dal Venezuela all’Argentina, oserei dire dal Messico all’Argentina, quindi tutta l’America Latina con qualche eccezione nei Paesi del Centro America, è interessata da questa crisi ampiamente diffusa. Una crisi politica, crisi di legittimità del potere che ha delle basi di natura economica molto forti.

Una caratteristica purtroppo è quella del livello alto di corruzione, che rende porosa l’azione delle forze dell’ordine. Questa fase non può che peggiorare la situazione da questo punto di vista …

R. – La corruzione è endemica; credo che sia una caratteristica e sia anche il problema principale dei Paesi dell’America Latina. D’altra parte, sappiamo che storicamente i Paesi dell’America Latina sono stati ciclicamente sottoposti a governi dittatoriali, all’alternanza tra potere militare e potere civile. E la corruzione chiaramente favorisce le pratiche illegali e quindi non favorisce la coesione interna, che è alla base del tentativo di creare uno Stato civile e democratico ad ampio spettro.

Non è sicuramente quello che chiedono le masse che scendono in piazza, ma una risposta purtroppo potrebbe essere quella della repressione, di un irrigidimento dell’azione politica. Quali conseguenze avrebbe sul piano della sicurezza?

R. – Quando prima parlavo di blocco intendevo anche possibili rigidità di vario genere. L’esempio di apertura potrebbe essere dato anche da un singolo Paese che poi potrebbe essere seguito da altri. In altri casi in America Latina abbiamo visto un effetto domino, ad esempio la presa di distanza dagli Stati Uniti è stata abbastanza condivisa nei primi anni del Duemila. Quindi credo che sia importante che un Paese proceda verso il dialogo, anche se personalmente lo vedo ancora molto difficile. Piuttosto che pensare alla repressione, ci sarebbe da ripensare anche ai sistemi interni. Un minimo comune denominatore delle proteste è la non perequazione fiscale, ovvero i sistemi fiscali che non sono progressivi. Questa è una caratteristica un po’ di tutti i Paesi dell’America Latina con la presenza di grossi monopoli. E il fatto che comunque le classi povere debbano pagare molto cari i prodotti di base. Pensiamo a quello che è successo con l’acqua e che ancora oggi succede. Le disparità sociali certamente sono alla base delle proteste e sono un problema molto complesso da risolvere.

Negli equilibri internazionali, in termini di sicurezza, ci sono conseguenze da ipotizzare?

R. – A livello internazionale non credo che possano esserci delle conseguenze a breve sulla sicurezza. L’America Latina oggi potrebbe rischiare di trasformarsi in un terreno di scontro tra le due super potenze di oggi, Cina e Stati Uniti. I cinesi già sono entrati da parecchi anni in America Latina. Non ci dimentichiamo ad esempio che anche a livello infrastrutturale i cinesi sono i promotori, insieme con il governo colombiano, della realizzazione del canal Seco, quindi dell’alternativa al Canale di Panama. Per questo anche a livello mediatico i cinesi in America Latina hanno avuto una larga eco. Credo che più che altro il continente rischi di trasformarsi in un terreno di scontro tra le due superpotenze, però non credo che a livello di sicurezza globale possano esserci grandi sconvolgimenti.

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Fonte: Vatican News

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