Giornata contro il cancro: siamo tutti chiamati ad agire

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Il 4 febbraio è il World Cancer day, la giornata che nel mondo è l’occasione per fare il punto sulla diffusione e sulle cure contro il cancro e in particolare quest’anno anche sull’impegno che chi ha già vissuto la malattia può assumere a favore di chi il percorso lo sta compiendo. Ne abbiamo parlato con il professor Giampaolo Tortora ordinario di Oncologia medica al Policlinico Agostino Gemelli

“Io sono e sarò contro il cancro”. E’ lo slogan che accompagna quest’anno la Giornata mondiale contro il cancro, occasione di sensibilizzazione e di informazione. Solo in Italia nell’ultimo anno sono stati diagnosticati oltre 373 mila nuovi casi, più di mille al giorno e le previsioni indicano che nel 2030 il cancro sarà la principale causa di morte nel mondo, con 21,6 milioni di nuovi casi all’anno (fonte World Cancer Research Day). Ma è anche vero che la ricerca va avanti e si incide su questi numeri notevolmente grazie a prevenzione, sviluppo di diagnosi sempre più precoci e trattamenti sempre più efficaci e personalizzati. L’Italia risulta al vertice in Europa per le guarigioni con 5 anni di aumento di sopravvivenza rispetto al quinquennio passato.

Nella nostra intervista al professor Giampaolo Tortora Ordinario di Oncologia medica dell’Università Cattolica e direttore dell’Oncologia medica e del Cancer center della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli, affrontiamo diversi aspetti della malattia sottolinendo però il valore del dono che chi è guarito può rappresentare per chi è coinvolto oggi in prima persona:

Professore, abbiamo visto, dai dati pubblicati nel 2019 dall’Associazione italiana di Oncologia Medica ed all’associazione italiana Registri tumori, una diminuzione di nuove diagnosi. Questo è dovuto alla prevenzione e ai farmaci sempre più efficaci e mirati. Ma fare prevenzione non nasce dal nulla. Sono anni che si promuove questa cultura con giornate dedicate, iniziative, eventi sportivi, spettacoli e tutto ciò ha funzionato. Ma oggi vorrei porre l’accento su un aspetto piccolo e nello stesso tempo grande. Cosa può fare l’individuo che ha vissuto direttamente o indirettamente la malattia per aiutare chi quel percorso lo sta vivendo ora…

R. – In questi ultimi anni, si sono sempre più consolidate iniziative individuali e ancora di più organizzate, strutturate, da parte di malati, ex malati o persone che sono state vicine e sono ancora vicine ai malati i cosiddetti caregivers che sono sicuramente un sostegno importantissimo per chi sta affrontando ancora questa malattia. E le associazioni dei malati sempre di più, hanno lavorato su un aspetto che io ritengo fondamentale che è quello dell’informazione, perché penso che alla base di tutto ci sia la corretta conoscenza, che significa sapere che esistono delle possibilità di cura, saperlo da parte di professionisti che svolgono questo tipo di lavoro, che fanno gli oncologi o comunque che svolgono l’attività con pazienti oncologici, in tutte le discipline e saperlo da chi ha già vissuto l’esperienza. Credo che questo sia particolarmente importante in un’ epoca come quella che stiamo vivendo in cui l’accesso non filtrato a informazioni che si trovano sulla rete, rischia di produrre sconcerto e molto spesso sconforto. C’è infatti una sorta di tendenza forse naturale in tutti quanti noi, che è quella di andare a cercare la notizia quando si è malati e di soffermarsi prevalentemente sugli aspetti negativi, tralasciando invece, tutti i risultati positivi che sono stati ottenuti. Ecco, questa mancanza di un filtro è una cosa che può rompere anche l’alleanza tra medico e paziente e quindi ritengo che l’associazionismo in generale fortissimo, ma soprattutto l’esperienza di chi ha già vissuto la malattia – magari l’ha superata e l’ha messa alle spalle – in alleanza con i professionisti che si occupano di cancro, possa essere il sostegno più forte per chi sta vivendo un difficile momento della propria vita.

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Fonte: Vatican News

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