Giornata del martirio del clero polacco: testimoni di fede e della nazione

Giornata del martirio del clero polacco: testimoni di fede e della nazione

Vescovi, sacerdoti e religiosi di Polonia: in migliaia durante la Seconda Guerra Mondiale diedero la vita per stare vicini al popolo. La storia della Polonia e la storia della Chiesa nelle parole di don Jan Mikrut, docente alla Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa della Pontificia Università Gregoriana

“Gioisci, Polonia, per i nuovi beati! […] gridano ai nostri cuori: Credete che Dio è amore! Credetelo nel bene e nel male! Destate in voi la speranza! Che essa produca in voi il frutto della fedeltà a Dio in ogni prova!”. Parole accese dal fuoco della fede e del ricordo quelle con cui Giovanni Paolo II beatificava, in Piazza Jósef Piłsudski, a Varsavia, suor Regina Protmann, Edmund Bojanowski e 108 martiri polacchi della seconda guerra mondiale. Tra loro, sacerdoti e suore, di cui ben 46 trovarono la morte nel lager di Dachau, 14 ad Auschwitz e 16 in altri campi di sterminio nazista.

Le cifre e la testimonianza del clero polacco
Il giorno in cui Dachau – Golgota del clero- fu liberata dall’esercito degli Stati Uniti il 29 aprile 1945, è diventato per la Chiesa polacca il giorno della commemorazione. 6565 furono gli ecclesiastici uccisi nel periodo dell’occupazione, tra il 1939 e il 1945: pastori che accompagnarono il popolo fino alla fine in una condivisione totale della sorte della nazione. A parlarne a Vatican News è don Jan Mikrut della Pontificia Univesità Gregoriana che racconta come il territorio polacco, in occasione del conflitto mondiale, fu diviso “tra due occupanti”, entrambi seminatori di morte. I russi deportarono nei campi di concentramento l’élite polacca, tra cui tanti sacerdoti, in Siberia e Kazakhstan; nell’area occupata dai tedeschi invece il clero era un problema serio per i nazionalsocialisti che intravvedevano una profonda unità tra fede e nazione. Le cifre parlano di milioni di morti: “nel 1939 – afferma don Jan – c’erano in Polonia 35 milioni di abitanti che rimasero 24 dopo la guerra. In particolare tra il ’39 e il ’45 in diverse forme di repressione furono coinvolti 6565 ecclesiastici; mentre le perdite personali del clero durante la seconda guerra mondiale si contano in 2812 persone, tra cui 4 vescovi 186 sacerdoti diocesani, 289 regolari, 149 seminaristi, 205 fratelli religiosi e 289 suore.

La Chiesa ha riconosciuto tra loro degli esemplari testimoni di Cristo e li ha elevati agli onori degli altari. Il più conosciuto è senz’altro San Massimiliano Kolbe, ma non è il solo e soprattutto – spiega don Jan – “non furono solo martiri cristiani morti in odium fidei . Qui si tratta di testimoni nati dalla necessità del momento. Nessuno di loro voleva diventare martire: le loro azioni furono una conseguenza sì della vita religiosa ma soprattutto dell’essere parte della nazione. Tutti erano parte della società, hanno reagito secondo i principi evangelici dando il loro aiuto nella consapevolezza di rischiare la vita”.

Chiesa e nazione
Sin dall’inizio della storia della Polonia – dal 1772 quando sono iniziate divisioni e dominazioni – la” Chiesa ha svolto un ruolo importantissimo nella vita della società: è stata l’unica forma organizzata di vita dove esprimere sentimenti patriottici, dove trovare sostegno, aiuto, educazione, formazione e preghiera. Per questo c’è un legame secolare tra la chiesa e la società in modo unico rispetto ad altri Paesi. Quanto accaduto nella Seconda Guerra Mondiale è stato motivato dal passato del Paese. I vescovi, i sacerdoti, le suore in quella occasione hanno dimostrato ancora una volta un legame profondo, una vicinanza ai cittadini e agli eventi, e hanno dato una grandissimo contributo per l’indipendenza e lo sviluppo delle tradizioni e della cultura polacca”.

Pastori vicini al popolo fino alla morte
“Questo sacrificio è molto presente anche oggi”, perchè la storia della Polonia ha continuato anche dopo la Seconda Guerra Mondiale ad essere storia di aggressione a causa dell’avvento del comunismo. “Anche allora la Chiesa ha pagato un pesante contributo in testimoni di fede, un clero morto nel cercare di stare vicino alle persone perseguitate. Chiese come luoghi di preghiera ma anche luoghi di incontro in cui si poteva cantare i canti nazionali, parlare delle problematiche del Paese e farlo liberamente. Il messaggio che il clero polacco martire lascia non è quello dell’azionismo: la loro è sempre stata una prova di accompagnamento, e anche di resistenza, come hanno fatto molti cappellani dei partigiani”. I sacerdoti hanno seguito “la loro gente nei campi di sterminio e di lavoro, non per vivere in una canonica ma per poter garantire fino alla fine la cura pastorale, per condividere la vita e la morte”.

Serve più insegnamento per i giovani di oggi
Non tutti e non sempre i giovani della Polonia conoscono la storia e le tradizioni della Chiesa nel loro paese. Don Jan parla del pericolo di una società sempre più laica e dei mass media che premono per dimostrare che ci sono altri modi di esprimere il nazionalismo, tenendo fuori il ruolo e il valore della Chiesa. “La nuova generazione di giovani, anche a causa di una mancata istruzione, non conosce questi fatti. Sono nati già in un paese libero e benestante e la sofferenza per la fede e la patria sono elementi idealistici che non appartengono all’educazione di tutte le famiglie. E questo genera una situazione molto preoccupante”.

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Fonte: Vatican News

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