Giovani e anziani alleati per tenere l’uomo al centro del mondo digitale

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Da oggi a Torino nuovo Servizio di apostolato digitale. Un’iniziativa intergenerazionale al passo con i tempi, fortemente sostenuta dall’arcivescovo Cesare Nosiglia. Intervista al coordinatore del progetto don Luca Peyron, teologo dell’innovazione.

Una risposta ai mutati stili di vita, condizionati dall’uso di Internet, che stanno interessando in modo sempre più pervasivo tutte le generazioni. Parte a Torino il nuovo Servizio di apostolato digitale, che suscita attese tra i fedeli e curiosità tra gli addetti ai lavori della rete. Coordinatore del Progetto è don Luca Peyron, direttore della Pastorale universitaria dell’arcidiocesi di Torino, docente di Teologia dell’innovazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano e alla Statale di Torino.

Quali saranno gli obiettivi e le modalità di impegno in questo speciale ambito pastorale?

R. – Il progetto parte da un’idea nata nel Sinodo. Nel Documento finale i Padri sinodali chiedevano che venisse istituito all’interno delle diocesi un servizio che si occupasse della rivoluzione digitale e della rivoluzione tecnologica in atto; a questo si aggiunga che il Santo Padre, nell’Esortazione apostolica invita gli universitari a raccogliersi insieme per risolvere problemi sociali. Da queste due indicazioni nasce il Servizio per l’apostolato digitale, che è collegato con la pastorale universitaria intesa come pastorale dei ‘saperi’. Quindi si mette a servizio della compagine ecclesiale, ma non solo, per riflettere insieme proprio sul significato della rivoluzione digitale, della cultura digitale. Quindi non soltanto i social e l’uso dei social per annunciare il Vangelo ma le trasformazioni che per esempio l’intelligenza artificiale, la robotica, l’internet delle cose determinano nella società e quindi anche nel nostro modo di vivere e, naturalmente, di credere.

A chi vi rivolgete, in questa riflessione culturale? Cioè, quali saranno le persone invitate a riflettere con voi?

R. – Stiamo costruendo un’équipe che abbiamo voluto al 50 per cento composta da giovani, quindi ci saranno studenti universitari, giovani ricercatori dell’università insieme ad adulti che in qualche modo sono esperti di questo settore. L’idea è quella di creare un ‘pensatoio’ che metta in comunicazione, che metta in relazione la Chiesa e il mondo rispetto a questi temi. Quindi i destinatari del pensiero e dell’azione pastorale sono contemporaneamente la Chiesa e il mondo, perché ci sia una sistole e una diastole che faccia bene agli uni e agli altri rispetto al governo della tecnologia e rispetto a quello che sta cambiando e a come sta cambiando.
Sappiamo bene che sono tanti i rischi in agguato nell’affascinante e avvolgente mondo digitale, che rischia anche, però, di soffocarci con le sue allettanti proposte di ogni genere e di renderci ‘servi’ di interessi mediali e anche ‘ostaggi’ di una rete che può, infine, rivelarsi disumana, come anche Papa Francesco ha messo in guardia. A dir la verità, in pochi fino adesso si sono preoccupati concretamente di questi rischi …

R. – Sì, io credo che la posizione della Chiesa sia da sempre quella più interessante. Noi siamo sempre pet-pet, quindi non dobbiamo essere né apocalittici, da una parte, né integrati dall’altra, ma fare un discernimento intelligente rispetto alle opportunità straordinarie che la rivoluzione digitale può dare, ma proprio perché straordinarie, delle opportunità che – come lei diceva – diventano dei rischi concreti e pervasivi. Credo che uno degli elementi interessanti della rivoluzione digitale sia la pervasività da una parte e, in qualche modo, la difficoltà a capire l’irreversibilità di certi processi. Ecco, il discernimento si pone proprio a monte di tutto questo: prima che qualcosa diventi irreversibile e in qualche modo stravolga il nostro modo di essere e di esserci, allora, in quel momento deve intervenire una riflessione che sia intelligente. Nello stesso tempo, come diceva Lazzati – per citare uno dei padri costituenti della Cattolica – è fondamentale che ci sia una ricerca libera, a cui sia affiancata un’educazione intelligente che sappia dire quei ‘sì’ che sono per l’uomo e quei ‘no’ a quanto è contro l’uomo.

In questa nuova avventura, quanto è importante il sostegno dell’arcivescovo, mons. Cesare Nosiglia?

R. – E’ fondamentale e direi che parte da lontano, nel senso che lui da sempre è un innamorato della pastorale universitaria intesa, appunto, come pastorale che è capace di dare alla pastorale tutta una spinta in più, uno sguardo diverso. E quindi lui evidentemente ci accompagna, ci sostiene … La cosa che trovo molto bella è che uno dei principi cardini, credo, di questo tempo è il fatto dell’intergenerazionalità: mons. Nosiglia ha 75 anni e quindi ha uno sguardo saggio che parte da un retroterra analogico che può far del bene a dei giovani, che hanno un entusiasmo digitale ma evidentemente non hanno alle spalle la stessa saggezza. Credo che questa sia la ricetta per governare il digitale: che veramente momenti diversi della vita si incontrino, pensino, preghino e lavorino concretamente.

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Fonte: Vatican News

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