Golpe in Mali, la Chiesa lavora per il dialogo

Golpe in Mali, la Chiesa lavora per il dialogo

Il segretario generale della Conferenza episcopale del Mali, l’abate Alexandre Denou, parla a Vatican News della presa di potere da parte dei militari del 18 agosto: “Vogliamo favorire il confronto, il Paese deve comprendere il valore della democrazia”

Transizione politica in un “tempo ragionevole”. L’intenzione dei militari guidati dal colonnello dell’esercito, Assimi Goita, che due giorni fa hanno preso il potere in Mali rovesciando la presidenza di Ibrahim Boubacar Keita, è quella di approdare al traguardo di un nuovo sistema democratico coinvolgendo ampie fasce della società civile.

Un obiettivo contestato dalla comunità internazionale e dunque il Paese africano dopo otto anni critici – tra crisi economica, corruzione e violenza jihadista – è di nuovo a un bivio. La fase che si avvia avrà bisogno di capacità di dialogo e la Chiesa maliana, spiega il segretario generale dell’episcopato locale, l’abate Alexandre Denou, è già attiva nel ruolo di “ponte” tra le varie forze in campo.

R. – In generale, la presa del potere attraverso la forza non fa avanzare la democrazia. Il Paese si trova davanti ad una crisi della sicurezza che dura da anni. Non è detto che questa iniziativa possa far avanzare il Paese. Ma ciò che è certo, è che coloro che hanno presso il potere dovrebbero adoperarsi per riportare quella sicurezza che noi aspettiamo da tanto tempo.

Come vede la situazione, considerata la condanna al colpo di Stato che arriva da più parti, dalla Cedeao – la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale – e dal resto dalla comunità internazionale?

R. – È vero che la condanna che arriva da entrambe le parti non facilita effettivamente la situazione sul posto, poiché abbiamo bisogno di lavorare con gli altri. Il Mali non può fare come vuole, dunque dovremo effettivamente avviare dei negoziati e se possibile cercare di trovare una soluzione.

Qual è la posizione della Chiesa?

R. – La Chiesa qui è una minoranza, ma viene molto ascoltata. Dunque, abbiamo anche noi qualcosa da dire. In questo senso, i vescovi stanno elaborando un piano pastorale, uno strumento che porterà aiuto ai maliani. La Chiesa si è impegnata molto, si è unita alle altre confessioni per portare una voce unica, attraverso azioni comuni condotte con alcune organizzazioni della società civile. La Chiesa ha sempre sostenuto il dialogo, chiedendo alle diverse parti politiche di confrontarsi. La Chiesa potrà effettivamente accompagnare la transizione non solo attraverso una sua linea di pensiero, ma anche attraverso la preghiera.

Già nel 2012, i militari sono intervenuti per cambiare il regime nel Paese. Adesso, otto anni dopo, accade di nuovo. Secondo lei qual è veramente la situazione dei maliani, quali sono i problemi da risolvere per trovare un equilibrio politico nel vostro Paese?

R. – Direi che in effetti non abbiamo ancora compreso bene il concetto di democrazia. Non abbiamo ancora la maturità che servirebbe per vivere la democrazia e attuarla in modo efficace. Penso che abbiamo davvero bisogno di una formazione, perché non è possibile assistere ogni volta a questi colpi di Stato. La Chiesa ha sempre invocato la stabilità e la sua attuazione.

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Fonte: Vatican News

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