Il giorno del silenzio. Il Sabato Santo nel magistero dei Papi

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La Chiesa si ferma nel giorno della morte di Gesù. Ma non si ferma la riflessione sul cuore del mistero di fede più forte e più intenso per noi cristiani: la resurrezione, la vittoria sulla morte

Sabato santo. Tutto è compiuto. Il dolore sembra compatto, assoluto, resistente a ogni raggio di luce. Possiamo immaginare lo sconcerto degli apostoli di fronte a quella deposizione. Nella storia della chiesa i papi hanno testimoniato infiniti momenti di disperazione e di morte per l’umanità. In tutti questi momenti, compreso l’attuale, hanno suggerito la risposta di fronte a quel sepolcro.

Diletti figli

L’immagine del Crocefisso, che abbiamo consegnata a ciascuno di voi, come suggello e viatico della vostra missione, vi ricorderà la via da percorrere per assicurare piena fecondità al vostro lavoro. Il Cristo confitto sul legno, annientato dal doloroso supplizio, tende le mani come per abbracciare tutti gli uomini. Egli vi insegnerà a qual prezzo si ottiene la salvezza del mondo. Egli è il modello e l’esempio da seguire: «a Lui arriva solo chi cammina — sono ancora parole di S. Leone — per il sentiero della sua pazienza e della sua umiltà. In tale cammino non manca la pena affannosa della fatica, né la nube della tristezza, né la procella della paura. Voi troverete le insidie dei cattivi, le persecuzioni degli infedeli, le minacce dei potenti, le offese dei superbi: tutte cose che il Signore delle virtù ed il Re della gloria — Dominus virtutum et Rex gloriae — ha percorso nella figura della nostra infermità… proprio perchè, fra i pericoli della vita presente, non desideriamo di scansarli con la fuga, ma piuttosto di superarli con la pazienza »

Così Giovanni XXIII l’11 ottobre del 1959, consegnando il crocifisso ad un folto gruppo di missionari. Parole che sembrano pronunciate oggi. Attuali ancora oggi. E così quelle pronunciate 11 anni dopo da Paolo VI all’alba di un decennio molto teso. 27 marzo 1970. Via Crucis al Colosseo:

…perché? perché questo disordine, perché questo inesplicabile oltraggio al diritto fondamentale dell’esistenza, vivere bene, quando senza apparente ragione infierisce l’esperienza del male? Mistero, sì, mistero è per noi il dolore innocente; ma l’incontro che facciamo di questo mistero nel divino Crocifisso, in Lui, il supremo, il vero innocente (Cfr. Luc. 23, 41) arresta almeno la bestemmia che verrebbe alle nostre labbra. Anche Gesù era innocente, era un agnello, era l’agnello di Dio, che umile, debole s’è lasciato condurre al macello (Is. 53, 7). Se è così, la domanda risorge, ma non più disperata e ribelle, ma avida ormai d’un presagito responso, prodigioso.

Gesù è morto innocente, perché Lui lo ha voluto (Ibid.: Io. 10, 17, 18). Ma perché lo ha voluto? qui è la chiave di tutta questa tragedia: perché Egli ha voluto assumere sopra di sé tutta l’espiazione dell’umanità (Is. 53, 6; Io. 11, 51; 2 Cor. 5, 21); Egli si è offerto vittima in sostituzione nostra; Egli, sì, è «l’agnello di Dio che cancella il peccato del mondo» (Io. 1, 29); Egli si è sacrificato per noi; Egli si è dato per noi; Egli così ci ha redenti! Egli è così la nostra salvezza!

E perciò il Crocifisso incatena la nostra quasi allucinata attenzione: se Cristo ha assunto sopra di sé il debito dovuto alla giustizia di Dio per i miei falli, io sono corresponsabile, io sono colpevole del suo sangue! e poi la scoperta si fa gaudio, che esplode in riconoscenza e in amore: «Egli mi ha amato e si è sacrificato per me» (Gal. 2, 20).

E tutto si conclude nella vera scienza dell’amore, la quale noi porteremo da questo venerdì santo nella nostra vita: è il dolore cosciente, innocente, sofferto per amore, quello che redime e salva; come Cristo, bisogna darsi volontariamente, gratuitamente, e anche dolorosamente, per il bene altrui, per la redenzione dell’umanità, per la salvezza e per la pace del mondo. Così si ritorna afflitti, pensosi, coraggiosi, dopo la Via Crucis!

“Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo.” Questo è probabilmente uno degli incipit più celebri della letteratura mondiale, dovuto alla penna di Lev Tolstoij in Anna Karenina. Verrebbe però da contraddirlo. Il dolore ci accomuna tutti. Ma per noi cristiani c’è una risposta a questa impenetrabilità ad ogni consolazione, che peraltro ci invita a una autocritica sulla nostra tiepidezza spirituale, sulla nostra miscredenza. Così Giovanni Paolo II il venerdì santo del 1980, 4 aprile:

La croce è diventata il segno del rifiuto dell’uomo in Cristo. In modo singolare camminano di pari passo il rifiuto di Dio e dell’uomo. Gridando “crocifiggilo”, la folla di Gerusalemme ha pronunciato la sentenza di morte contro tutta questa verità sull’uomo, che ci è stata rivelata da Cristo, Figlio di Dio.

È stata quindi respinta la verità sull’origine dell’uomo e sul fine del suo pellegrinaggio sulla terra. È stata respinta la verità circa la sua dignità e la sua più alta vocazione. È stata respinta la verità sull’amore, che tanto nobilita e unisce gli uomini, e sulla misericordia che solleva anche dalle più grandi cadute.

(…)

Siamo venuti noi, i figli di questo secolo che è diventato di nuovo teatro di tale rifiuto di Dio da parte dell’uomo, come forse raramente è capitato nella storia.

La sofferenza ci affratella, ma ci affratella anche la possibilità della speranza, e particolarmente la certezza della resurrezione. Questo l’accento dato da Benedetto XVI il 6 aprile 2012…

L’esperienza della sofferenza segna l’umanità, segna anche la famiglia; quante volte il cammino si fa faticoso e difficile! Incomprensioni, divisioni, preoccupazione per il futuro dei figli, malattie, disagi di vario genere. In questo nostro tempo, poi, la situazione di molte famiglie è aggravata dalla precarietà del lavoro e dalle altre conseguenze negative provocate dalla crisi economica. (…)Quando siamo nella prova, quando le nostre famiglie si trovano ad affrontare il dolore, la tribolazione, guardiamo alla Croce di Cristo: lì troviamo il coraggio per continuare a camminare; lì possiamo ripetere, con ferma speranza, le parole di san Paolo: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? … Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati» (Rm 8,35.37).

Nelle afflizioni e nelle difficoltà non siamo soli; la famiglia non è sola: Gesù è presente con il suo amore, la sostiene con la sua grazia e le dona l’energia per andare avanti. Ed è a questo amore di Cristo che dobbiamo rivolgerci quando gli sbandamenti umani e le difficoltà rischiano di ferire l’unità della nostra vita e della famiglia. Il mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo incoraggia a camminare con speranza.

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Fonte: Vatican News

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