Il Sud Sudan nel difficilissimo processo di normalizzazione

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Il 9 luglio del 2011 nasceva il Paese più piccolo dell’Africa che resta ad oggi il più “giovane” al mondo. Ma di questi nove anni di autonomia rispetto al Sudan, il Sud Sudan ne ha vissuti cinque in aperto conflitto armato e gli ultimi due, dopo gli accordi di pace, in una difficilissima fase di transizione. La Caritas sottolinea l’emergenza dal punto di vista umanitario anche in considerazione dell’arrivo dell’infezione da Covid-19, ricordando i ripetuti appelli alla riconciliazione di Papa Francesco e della Chiesa locale. Con noi l’africanista Angelo Turco

Un’economia tra le più fragili al mondo, una qualità della vita fra le più basse: sono due tristi caratteristiche del Sud Sudan. La popolazione è ancora sostanzialmente dentro un conflitto cominciato nel dicembre del 2013. Si stimano 2,2 milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi, 1,7 milioni di sfollati interni e ben 7,5 milioni di persone in difficoltà su una popolazione che ne conta in totale circa 11 milioni. La situazione è grave e si appesantisce con il diffondersi del coronavirus. Dei motivi della conflittualità, delle prospettive di pace aperte con gli accordi del 2018, ma anche del contesto regionale abbiamo parlato con Angelo Turco, geografo africanista, professore emerito dell’Università Iulm di Milano:

L’appello della Caritas
Una “pace a singhiozzo”: così la Caritas Italiana definisce i tentativi di riconciliazione parlando di “un popolo stremato dalla guerra, in un continente affamato dalla pandemia”, nel dossier pubblicato in questo anniversario dell’indipendenza da Khartoum, che si sofferma sulle ombre che oscurano l’orizzonte della più giovane nazione africana: “Una guerra civile che ha lasciato centinaia di migliaia di morti; una popolazione stremata e in fuga con milioni di sfollati interni e di rifugiati che gravano su Paesi vicini altrettanto fragili; un territorio privo di infrastrutture importanti e delle ricchissime risorse naturali che non riescono a garantire sicurezza e stabilità; un lento processo di pace, tra firme di accordi e cessate il fuoco mai rispettati, più volte rinviati e sfociati sempre in nuovi scontri di cui pagano le conseguenze tanti poveri; una crisi tra le più dimenticate”.

L’invito alla riconciliazione di Francesco e della Chiesa locale
La Caritas ricorda i tanti appelli lanciati da Papa Francesco e dalla Chiesa locale che “hanno alzato le loro voci, appellandosi al perdono e al dialogo per il superamento delle divisioni etniche e degli interessi di pochi e per tornare all’unità” nazionale. Il tutto mentre “la pandemia di Covid-19 accresce la fame più di quanto non affolli i pochi ospedali”. “Se il Paese vuole avere futuro – spiega il dossier – occorre un impegno comune verso i seguenti obiettivi: formazione e riconciliazione a livello politico, militare e comunitario; trasparenza nella gestione delle risorse naturali e lotta alla corruzione; coerenza delle politiche e approccio integrato tra risposta umanitaria, riabilitazione, sviluppo e pace; investimenti efficaci in infrastrutture e servizi primari, priorità a giovani e donne come attori di cambiamento”. La Caritas Italiana da trent’anni è impegnata nella regione, in particolare in Darfur e nella zona dei Monti Nuba, e di recente ha avvitato un piano triennale di assistenza nelle sette diocesi del Paese.

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Fonte: Vatican News

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