Il teatro italiano in Palestina. Ihab Halawa: l’ arte è ponte tra le culture

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Ihab Halawa è il regista che ha tradotto per la prima volta in arabo o meglio in dialetto palestinese, “Uomo e Galantuomo” di Eduardo De Filippo andato in scena nei giorni scorsi a Ramallah

Promosso dalla Società Dante Alighieri di Ramallah (Palestina), il riadattamento teatrale ha visto come protagonista “Uomo e Galantuomo”, l’opera tetarale scritta da Eduardo De Filippo nel 1992. La commedia, tradotta e riarrangiata da Ihab Halawa, è capace di trascendere qualsiasi barriera geografica e culturale “proprio perché si concentra sui problemi e le difficoltà quotidiane che ogni essere umano sperimenta”, spiega Halawa.

I temi
Tanti i temi al centro dell’opera in tre atti di De Filippo, dall’orgoglio all’apparenza nella società, dalla pazzia ai problemi quotidiani. Un’impresa ardua quella sostenuta dal regista cristiano palestinese, che ha realizzato non una semplice traduzione letterale, ma un vero e proprio lavoro di mediazione interculturale. “In alcuni casi – spiega – non è stato facile trovare dei corrispondenti per tradurre i termini napoletani dell’opera originaria. Una difficoltà particolare? La traduzione del termine napoletano buatta che indica un tipo di contenitore”.

L’arte: ponte tra culture diverse
Un esempio di come l’arte, in tutte le sue forme, possa fare da ponte, da collante, tra culture e paesi molto distanti tra loro. “La cultura del Sud Italia – commenta Halawa – si avvicina molto alla cultura palestinese soprattutto per il valore e il ruolo centrale della famiglia unita da legami indissolubili”. Tutto ciò emerge con forza nella commedia di De Filippo che vuole essere “una denuncia sociale dei problemi dell’uomo – prosegue – temi adattabili in qualsiasi scenario culturale del mondo”.

L’arte: riparo dalla realtà
“Viviamo in un contesto di guerra – commenta il regista – immersi in un’atmosfera politica estremamente complessa nella quale l’arte offre un vero e proprio rifugio dalla realtà”. L’opera, messa in scena da attori non professionisti, italiani e palestinesi, tutti alle prese con lo studio della lingua italiana ha rappresentato per il pubblico in sala “una pausa” dal pesante clima di tensione che si respira. Un modo per alleggerire le fatiche vissute dai palestinesi, regalando loro un sorriso e aiutandoli a guardare oltre.

Il teatro: una forma di resistenza
Esistono varie forme di essere e fare resistenza. “Il semplice rimanere nella propria terra – commenta il regista – è un tipo di resistenza, così come il vivere normalmente nella propria terra. Continuare a ridere, ad andare al cinema o a teatro – aggiunge – è una forma di resistenza in un clima di guerra e occupazione come il nostro. Vivere una vita normale vuol dire ‘resistere’ perché significa che la nostra vita va avanti, resistiamo all’occupazione”.

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Fonte: Vatican News

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