In Sicilia una casa per aiutare i migranti ad integrarsi

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A Caltanissetta una dimora per l’accoglienza e l’integrazione di migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Il progetto coinvolge la parrocchia Santa Barbara, l’Ufficio Migranti e la Caritas della diocesi e l’Unione internazionale superiore generali

Dalla Nigeria, dal Mali, dal Camerun e dal Gambia a Casa Santa Barbara, a Caltanissetta, in Sicilia. Una casa che, messa a disposizione dalla parrocchia Santa Barbara, è parte di un progetto di accoglienza e integrazione per migranti, rifugiati e richiedenti asilo e da oltre cinque mesi ospita una coppia con una bambina (che sarà battezzata in parrocchia il 19 luglio) e 4 giovani. Sotto lo stesso tetto, ciascuno in camere proprie, gli ospiti di Casa Santa Barbara condividono la cucina, la sala pranzo, il soggiorno e tanto spazio esterno. Stanno imparando a conoscersi l’un l’altro e a rispettare le loro diversità; sono cristiani e musulmani e si stanno impegnando per costruire il loro futuro, chi studiando, chi formandosi per inserirsi nel mondo del lavoro.

Insieme parrocchia, Ufficio Migranti, Caritas e Uisg
L’idea nasce dalla sinergia tra parrocchia Santa Barbara, Ufficio Migranti della diocesi, Caritas diocesana e Unione internazionale superiore generali (Uisg). Don Marco Paternò, parroco da circa un anno di Santa Barbara, si stava interrogando da un po’ su come utilizzare la casa parrocchiale lasciata 8 anni fa dalle suore francescane del Signore quando, confrontandosi con l’Ufficio Migranti, che stava cercando una soluzione per una famiglia nigeriana e altri giovani migranti, ha pensato di mettere a disposizione l’immobile per un nuovo progetto. Detto fatto. Prende vita così il Progetto Casa Santa Barbara, con il contributo della Caritas diocesana, che sostiene le spese della casa, e quello della Caritas italiana con il “Progetto Apri” – finalizzato a creare migliori condizioni di integrazione per i migranti, rafforzando il loro percorso di autonomia e sensibilizzando a tal fine parrocchie, famiglie, istituti religiosi all’accoglienza -, e l’aiuto della comunità di religiose (una domenicana italiana e due francescane, una indiana e una zambiana) voluta dall’Uisg nella diocesi di Caltanissetta nell’ambito del “Progetto migranti in Sicilia”, un piano interculturale e inter-congregazionale che ha come obiettivo di essere “ponte”, per una più grande comunione e solidarietà, tra popolazione locale e quanti sbarcano nell’isola. Questa la grande equipe che ruota attorno a Casa Santa Barbara, dove due famiglie-tutor sono quotidianamente al fianco degli ospiti.

Non solo prima accoglienza
“Il nostro è un progetto che mira ad una piena integrazione dei migranti – spiega Donatella D’Anna, direttore dell’Ufficio Migranti della diocesi di Caltanissetta – perché ciascuno trovi la sua strada e raggiunga la propria realizzazione. A Casa Santa Barbara ci si sforza in tutti i modi per favorire l’integrazione, anche in cucina, dove si cercano di rispettare gli usi e costumi dei musulmani”. Nella diocesi il tentativo è quello di far sì che ogni parrocchia si faccia carico dei migranti nel proprio territorio, ed è quello che sta accadendo nella parrocchia di Santa Barbara. Lo racconta ai nostri microfoni don Marco Paternò:

R. – Il progetto di Casa Santa Barbara è stato accolto subito con grande gioia, con grande entusiasmo. Sebbene inizialmente sia stata una proposta che è partita un po’ personalmente da me, in quanto parroco, però poi, gradualmente, ho voluto anche coinvolgere la comunità parrocchiale, che con il passare del tempo ha cominciato ad accogliere questa novità in parrocchia: la presenza di questi ragazzi, sia durante la celebrazione della messa sia nell’abitazione che occupano in parrocchia; proprio perché lo scopo del progetto non è dare ai ragazzi un tetto per abitare, del cibo, ciò che è necessario. Quello è un aspetto che certamente viene anche curato, ma lo scopo principale è quello di essere anzitutto segno di una comunità che non si chiude mai in se stessa, ma che si apre anche agli altri. E quindi questa dimensione dell’alterità porta anche al confronto con altre persone che non vivono dentro il quartiere, dentro il villaggio Santa Barbara. E anche la presenza di ragazzi, di persone, di culture e nazionalità diverse, può aprire a un confronto interculturale, che diventa sempre una risorsa e una ricchezza.

“Don Tonino Bello parlava di convivialità delle differenze”

Quindi segno profetico, segno di accoglienza, segno di apertura; nello stesso tempo segno di integrazione; cioè una comunità che si educa anche a saper convivere con gli altri. Mi piace sempre utilizzare quell’espressione molto cara di don Tonino Bello che parlava proprio della convivialità delle differenze, cioè le differenze non diventano motivo di distinzione, di allontanamento, di pregiudizio l’uno contro l’altro, ma diventano espressione proprio di convivialità, tra la capacità di saper stare insieme, di condividere e di integrarsi insieme. Quindi, in questi mesi, in questo tempo, l’avvicinamento anche dei parrocchiani al Progetto di Casa Santa Barbara, la disponibilità che alcune persone stanno mettendo, l’avvicinarsi, anche in maniera delicata, da parte di alcuni parrocchiani a questi ragazzi – specialmente alla famiglia nigeriana che ha una bambina di 5 mesi, facendo attenzione anche ai bisogni della bambina – sono quei segnali positivi che mi dicono che c’è un movimento positivo in corso da parte degli abitanti, che si stanno aprendo, si stanno avvicinando, senza nessun pregiudizio, ma con uno spirito di accoglienza e di ospitalità.

Un progetto dunque che sta portando diversi frutti…

R. – Si. Sta portando diversi frutti, perché è un progetto che non è solo portato avanti dalla parrocchia, ma è un progetto che viene portato avanti in rete, grazie alla collaborazione con l’Ufficio Migrantes, l’Ufficio Caritas, con le suore dell’Uisg, poi con tanti volontari. Una rete di persone, che collaborano e che ruotano attorno a questo progetto che quindi sta tessendo questa tela, questa bella trama di relazioni, nel portare avanti questa bellissima attività.

L’obiettivo finale di Casa Santa Barbara qual è?

R. – L’obiettivo finale è quello di poter garantire ai ragazzi quegli strumenti e quelle condizioni necessarie per poi, loro, poter intraprendere una strada personale. Quindi avere una loro autonomia lavorativa, una buona conoscenza della lingua – l’italiano -, degli studi che gli consentano anche di potersi inserire sempre meglio nella società. Quindi lo scopo, certamente, non è quello di una permanenza definitiva, ma è un accompagnamento verso un’integrazione nella nostra società, che poi può permettere a questi ragazzi di andare avanti, portare avanti i loro progetti, i loro obiettivi, per il futuro.

Gli ospiti di Casa Santa Barbara come hanno accolto il progetto?

R. – I ragazzi hanno accolto il progetto con grande gioia, perché sono stati subito contenti di venire ad abitare in questa struttura. Tra di loro è nata una bella amicizia perché, pur trattandosi di nazionalità diverse, anche età diverse, comunque riescono a convivere tra di loro condividendo anche gli stessi spazi. Una cosa che mi disarma è proprio questa docilità che la maggior parte di loro ha nel fidarsi di noi, di quello che noi gli proponiamo, quello che cerchiamo di offrirgli. Quindi questo dice veramente anche un animo bello di questi ragazzi, che con grande libertà, anche di spirito, vivono questa esperienza. Tante volte penso tra me e me: loro hanno lasciato la loro terra, i loro affetti, e si trovano in una nazione diversa, in un contesto culturale diverso, fronteggiano delle difficoltà non indifferenti, anche per quanto riguarda la burocrazia.

“A volte il Vangelo, più che predicato, diventa vissuto”

Tuttavia vivono una semplicità d’animo anche nell’accogliere quel minimo che gli viene offerto, con un atteggiamento semplice che tante volte è veramente disarmante. Queste esperienze aiutano, anche confrontandosi, a vedere la bellezza della Chiesa italiana, che nella sua molteplicità, anche di esperienze e di progetti, comunque ha una ricchezza. Noi non stiamo facendo niente di eccezionale, perché come noi sono tante altre realtà, che certamente portano avanti progetti simili, forse anche migliori e anche più efficaci. Però dico sempre che sono quei segni, anche piccoli, che dentro una comunità possono diventare veramente segno profetico di un Vangelo che più che predicato diventa vissuto.

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Fonte: Vatican News

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