Incendio a Moria: ricollocare subito i 12 mila migranti del campo di Lesbo

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Dopo il vasto incendio che ha devastato il campo profughi di Moria, nell’isola greca di Lesbo, dove il Papa si è recato in visita nel 2016, si fa forte la richiesta all’Europa di provvedere al ricollocamento delle migliaia di immigrati che vivevano nel campo. Ne parliamo con padre Camillo Ripamonti

Il campo profughi di Moria, sull’isola greca di Lesbo, devastato da una serie di incendi è ormai un cumulo fumante di macerie. Da più parti si è levata la richiesta che l’Unione Europea si faccia carico del ricollocamento delle oltre 12 mila persone che vivevano nel campo. Su questa eventualità ci risponde padre Camillo Ripamonti, direttore del Centro Astalli:

R.: – Riteniamo sia doveroso, anche se può apparire difficile e non scontato per un Europa che ancora una volta fa fatica ad assumersi le sue responsabilità di fronte al fenomeno migratorio, che invece dovrebbe riguardare tutta l’Europa nel suo insieme. Certo non si doveva arrivare a questo punto, ma ora sarebbe l’occasione perché l’Europa faccia un passo avanti rispetto a questa questione, ridistribuendo le persone che sono rimaste a Moria.

C’è da rivedere, secondo lei, anche le modalità dell’accoglienza? Le condizioni disumane del campo di Moria, anche prima dell’incendio, rappresentano un campanello d’allarme…

R.: – Andrebbe rivisto il concetto di accoglienza in tutta Europa e in particolare in Grecia, dove il campo di Moria è stato abbandonato a se stesso: un luogo in cui le persone, che non si sapeva bene dove trasferire, sono state messe e lasciate come in un limbo in attesa continua, senza una possibile progettualità per la loro vita. E allora l’accoglienza deve essere pensata in termini progettuali e quindi unita all’integrazione: accoglienza e integrazione devono essere le due parole che l’Europa deve assumere come guida per poter accogliere sempre meglio queste persone che sono in fuga da guerre e da persecuzioni. Non dimentichiamo che la maggior parte delle persone anche sono a Moria o sono siriane o afghane.

Sono appunto i richiedenti asilo coloro ai quali è urgente dare una risposta?

R.: – Certamente fuggono da situazioni di violenza personale o di gruppo, come le guerre, e quindi bussano all’Europa o vi entrano, cercando una via che permetta loro di veder riconosciuti i propri diritti e la loro dignità. Quindi occorre prendere sul serio questa richiesta e rispondere come l’Europa ha sempre saputo fare e forse oggi appunto sta un po’ dimenticando le sue origini e quindi la riforma di sistema dell’asilo in termini europei è importante.

Sullo sfondo dell’immigrazione la vicenda del coronavirus. L’Europa è stata particolarmente colpita. Come può rispondere in questo momento ad un’accoglienza fatta in emergenza?

R.: – Certamente unire una situazione che è sfuggita di mano, come quella del campo di Moria, ad una situazione come quella della pandemia da coronavirus aggiunge emergenza ad emergenza, quindi ha complicato ulteriormente la situazione. Però certamente ci sono delle modalità con le quali si può affrontare il fenomeno migratorio anche in epoca Covid, programmando e pensando a flussi e a luoghi in cui queste persone non vengono ammassate, ma possono fare una quarantena, così come la prevediamo per i cittadini di tutta l’Unione.

Questi grandi campi di raccolta, come quello di Moria – e in piccolo è un po’ quello che sta succedendo anche a Lampedusa – sono la risposta giusta per un’iniziale presenza dei migranti in terra europea?

R.: – Non possono essere una risposta che dura nel tempo. Se sono soltanto il luogo in cui le persone approdano per poi essere rapidamente trasferite in altri luoghi in piccoli numeri, questa situazione di passaggio può stare legittimata, ma come abbiamo visto in questi anni la situazione è degenerata e questi luoghi diventano luogo di permanenza di queste persone, questo è inaccettabile.

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Fonte: Vatican News

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