India, la Chiesa in prima linea nella cura dei malati di Covid-19

India, la Chiesa in prima linea nella cura dei malati di Covid-19
L’arcivescovo di Bangalore, Peter Machado, che ha inaugurato il primo Centro per pazienti affetti da coronavirus del Paese: “La gente ha molta paura, non seppellisce le vittime della pandemia, non avvicina i familiari dei malati, che vengono lasciati soli”. Ma nell’emergenza è scattata la mobilitazione dei giovani cattolici e musulmani, che danno sepoltura ai morti di tutte le religioni, assistono i parenti dei ricoverati e sfamano i nuovi poveri

“Servire le persone meno servite” è il motto del St. John’s Medical College, il più grande dei quattro ospedali cattolici nell’arcidiocesi indiana di Bangalore, nello stato del Karnataka, a sud ovest del grande Paese asiatico. L’ospedale è il braccio operativo della St’John’s National Academy of Health Sciences, università fondata nel 1963 dalla Conferenza episcopale dell’India (Cbci) I meno serviti, meno fortunati, sono oggi certamente i malati di Covid-19, specie se poveri, in un India che ha raggiunto i 3 milioni di contagiati e superato i 54mila morti, con 69 mila nuovi contagi in un solo giorno. Ed è soprattutto per loro che il St. John’s ha aperto da lunedì il primo Centro di cura del Paese riservato ai pazienti affetti da coronavirus.

“Malati emarginati e attaccati fisicamente”
A benedire i nuovi locali, con quasi 400 posti letto, insieme alle nuove apparecchiature per la Tac e la risonanza magnetica dell’ospedale, l’arcivescovo di Bangalore monsignor Peter Machado, vicepresidente del St. John’s, accanto al direttore, padre Paul Parathazham. Che nel suo discorso d’inaugurazione, ha denunciato come i malati di Covid-19, in India, siano oggi “stigmatizzati, emarginati e persino attaccati fisicamente”. Per questo l’ospedale “ha raccolto la sfida di fornire un’assistenza sanitaria a prezzi accessibili” a questi pazienti.

Machado: accogliamo anche indù e musulmani
“La gente ha molta paura del contagio, e i media, i giornali alimentano queste paure” spiega l’arcivescovo Machado a Vatican News. “Per questo, in tanti allontanano questi poveri malati. Tra i cristiani c’è una diversa sensibilità, ma alcuni hanno queste paure. Per questo in altri ospedali privati i malati di Covid devono pagare tantissimo oppure cercare un posto negli ospedali pubblici gestiti dal governo, dove l’assistenza non è molto buona”. Nei nostri ospedali cattolici, sottolinea il presule, un dottorato in diritto canonico all’Università Urbaniana, “non accogliamo solo cristiani, ma anche, con le stesse attenzioni, indù e musulmani. Pagano solo quelli che possono e quello che possono. Il governo dà un minimo contributo e poi ci sono la generosità dei benefattori e la provvidenza”.

“L’aiuto pubblico non sempre c’è, ma noi ci mettiamo il cuore”
Nel suo intervento all’inaugurazione, monsignor Machado ha ricordato che “la Chiesa indiana è in prima linea per aiutare i poveri e bisognosi sia nel campo dell’istruzione che della salute”. Al telefono con Vatican News aggiunge che “tutti sanno molto bene che la Chiesa fa questo senza contare sull’aiuto pubblico, ma ci mettiamo il nostro cuore, perché così diamo testimonianza della nostra fede e della nostra speranza, per tutta la popolazione di questo Paese”.

I giovani “Angeli” e i morti che nessun vuole seppellire
Ma i malati di Covid-19 sono emarginati anche nella morte, con poveri corpi lasciati negli obitori senza sepoltura e senza il pianto e le preghiere di un parente o un amico. Una condizione tragica che ha scatenato la solidarietà dei giovani cattolici e musulmani. “Abbiamo un gruppo di quasi 100 giovani che si sono offerti per il servizio di preparazione alla sepoltura e per funerali delle vittime abbandonate, perché nessuno vuole avvicinarsi ai loro corpi. I giovani operano con tutti i dispositivi di sicurezza, come i musulmani, che hanno un bel gruppo chiamato Angeli. Si occupano anche dei funerali di cristiani e di indù, come anche i nostri giovani fanno per le altre religioni”.

Insieme nell’emergenza, nuovo incontro tra le religioni
E questo, commenta l’arcivescovo di Bangalore, da’ un nuovo significato al dolore di questa pandemia. “In questa situazione – spiega – dobbiamo stare insieme, dobbiamo aiutare gli altri. E il servizio che facciamo per noi è anche un modo per incontrare fedeli di altre religioni, che apprezzano il nostro contributo con gli ospedali, con le strutture che mettiamo a disposizione. Per esempio nella nostra diocesi abbiamo offerto quattro scuole per ospitare più di 1000 migranti interni, che vengono a Bangalore, città cosmopolita, da tutta l’India, per lavorare nelle industrie locali e nelle opere pubbliche. Ci sono anche africani e filippini, ma pochi. Molti di loro non hanno una casa e noi li ospitiamo”.

La Chiesa vicina ai migranti, ai poveri e alle famiglie sole
Allo scoppio della pandemia in India, prosegue monsignor Machado, “abbiamo iniziato a sfamare i poveri, e oggi stiamo assistendo 28000 famiglie, non solo cristiane, ma anche indù e musulmane. Infine abbiamo creato un gruppo di giovani volontari che porta i malati di Covid-19 negli ospedali per il ricovero e poi aiuta le loro famiglie, che nessuno vuole avvicinare”.

Tutti i numeri dell’impegno del St. John’s Hospital
Nessun ospedale privato ha le strutture sanitarie per la cura del Covid-19 che oggi il St. John’s Hospital mette a disposizione nel nuovo Centro. 48 letti di isolamento, un’unità di terapia intensiva con 24 letti e un’altra unità sub-intensiva con altrettanti posti. In precedenza, il St. John’s aveva allestito la prima Clinica per malattie infettive della città, un pronto soccorso Covid, e riservato circa 700 posti letto per la cura dei pazienti col Covid-19, compresi 38 posti letto in terapia intensiva per i malati gravi. Nonostante la difficile situazione finanziaria dell’ospedale, dovuta al significativo calo di ricoveri non Covid negli ultimi mesi, l’istituzione si è impegnata a fornire oltre 500 posti letto al governo del Karnataka.

Una sfida iniziata più di 5 mesi fa
Alla fine di luglio, a 5 mesi dalla comparsa del primo caso di coronavirus a Bangalore, il St. John’s Hospital ha sottoposto a screening più di 5 mila pazienti nella clinica per malattie infettive, ha fornito assistenza a più di 2 mila malati nel reparto di emergenza, ne ha curati più di 600 nei reparti e più di 500, gravemente malati, in terapia intensiva.

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Fonte: Vatican News

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