Intervento di mons. Duffé su migrazioni e nuovi nazionalismi

Intervento di mons. Duffé su migrazioni e nuovi nazionalismi

Il segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, parlando ad una Conferenza a Pavia, ricorda che la speranza del Regno di Dio non può essere identificata con una nazione, ma resta un orizzonte che invita alla conversione costruendo una società di giustizia in cui ciascun figlio di Dio è accolto e protetto

“L’accoglienza e l’aiuto ai migranti «destabilizzano» i pensieri e i riferimenti che abbiamo dentro di noi. Non sono tanto i mezzi a mancarci. A essere toccata in noi dalla presenza di coloro che vengono da lontano, che non parlano la stessa lingua, non hanno la stessa religione e mancano delle cose necessarie alla sopravvivenza, è la nostra rappresentazione della famiglia, della comunità e dell’umanità. Si tratta dei punti di riferimento sui quali costruiamo la nostra sicurezza immaginaria, la nostra casa simbolica, la tranquillità spirituale. I migranti, con la loro presenza, ci spingono a ripensare i confini che abbiamo costruito con molta fatica, nel corso degli anni, delle generazioni, delle guerre e delle crisi. Non appartengono alla nostra famiglia, alla nostra storia e soffriamo nel sentire la loro propria storia che ci sembra ancor più distante, non esprimendosi necessariamente con il nostro stesso vissuto”.

È un passaggio dell’intervento di mons. Bruno-Marie Duffé, segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, alla Conferenza sul tema “Migrazioni globali e nuovi nazionalismi. La Chiesa di fronte a xenofobia, populismo, razzismo”, che si è tenuta lo scorso 8 gennaio presso il Collegio Universitario di Santa Caterina da Siena a Pavia. Mons. Duffé aggiunge: “La speranza del Regno di Dio non può essere identificata con una nazione o con un sistema politico. La realizzazione del Regno rimane un orizzonte che invita alla conversione costruendo, giorno dopo giorno, una società di giustizia e di diritto, in cui ciascun figlio di Dio è accolto, nominato e protetto”. Di seguito pubblichiamo il testo integrale dell’intervento di mons. Duffé, di cui L’Osservatore Romano pubblica ampi stralci nella sua edizione del 13 gennaio.

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Signore e Signori, ci tengo a ringraziare coloro che hanno deciso di organizzare quest’incontro e che mi hanno invitato a fornire il mio modesto contributo sulla difficile questione delle migrazioni attualmente in corso e delle diverse interpretazioni ideologiche e politiche con le quali queste sono percepite, in particolar modo in alcuni paesi europei.

Vorrei iniziare da un’esperienza personale vissuta in Francia, nel 2015, che mi ha fatto riflettere. Impegnato in un’attività di accoglienza e sostegno di migranti che vivevano in strada a seguito dello sgombero da parte della polizia di un immobile occupato abusivamente, che era stato dichiarato inagibile e malsano, trovai una sistemazione provvisoria per due famiglie in un campeggio rurale. Il sindaco del villaggio, allora, mi convocò dicendomi che l’arrivo di queste due famiglie avrebbe «destabilizzato» il comune. Gli spiegai, quindi, che queste due famiglie erano composte da quattro adulti e quattro bambini e che la popolazione del villaggio era stimata in 2500 persone. Tuttavia, capii che il verbo «destabilizzare», usato dal sindaco davanti al suo Consiglio, non si riferiva soltanto a una questione di numeri, ma a una questione di solidarietà nel vero senso della parola. Intendo che egli non desiderava che il legame di conoscenza e riconoscenza che univa gli abitanti del suo comune si aprisse a queste due famiglie. Ai suoi occhi, il cerchio era chiuso e non c’era la benché minima possibilità che si aprisse. D’altro canto, il dibattito si arenò sulla scolarizzazione dei quattro bambini. Preciso che la legge francese obbliga i comuni a fornire istruzione scolastica a ciascun minore, a prescindere dalla situazione sociale dei genitori. Ci fu dunque l’esplicito rifiuto di prendersi in carico questi bambini, con la motivazione che essi avrebbero gravato sul bilancio sociale del comune. È interessante sapere che l’associazione dei genitori degli scolari di quel paese si è impegnata ad assumersi i costi di questa scolarizzazione e che il sindaco, alla fine dell’anno, ha riconosciuto che «in fin dei conti le cose non erano andate troppo male».

Ciò che questo episodio, molto semplice e senza dubbio piuttosto ordinario, svela, è evidente: l’accoglienza e l’aiuto ai migranti «destabilizzano» i pensieri e i riferimenti che abbiamo dentro di noi. Non sono tanto i mezzi a mancarci. A essere toccata in noi dalla presenza di coloro che vengono da lontano, che non parlano la stessa lingua, non hanno la stessa religione e mancano delle cose necessarie alla sopravvivenza, è la nostra rappresentazione della famiglia, della comunità e dell’umanità. Si tratta dei punti di riferimento sui quali costruiamo la nostra sicurezza immaginaria, la nostra casa simbolica, la tranquillità spirituale. I migranti, con la loro presenza, ci spingono a ripensare i confini che abbiamo costruito con molta fatica, nel corso degli anni, delle generazioni, delle guerre e delle crisi. Non appartengono alla nostra famiglia, alla nostra storia e soffriamo nel sentire la loro propria storia che ci sembra ancor più distante, non esprimendosi necessariamente con il nostro stesso vissuto.

Si tratta perciò di pensare congiuntamente l’esperienza dell’incontro dei migranti e la memoria comunitaria che portiamo dentro di noi, in modo più o meno cosciente. Questa memoria è abitata da paure e gioie alle quali, in un certo senso, teniamo, perché esse sono le tracce di un passato che è sempre presente in noi. Le nostre paure esprimono lo spauracchio di perdere quello che noi siamo diventati, quello che dobbiamo ai nostri genitori e a coloro che sono legati a noi, dal sangue e dalla lingua, dai sentimenti e dalla cultura, quest’insieme di gesti e modi di vivere tramite i quali ci riconosciamo.

Tuttavia le migrazioni non sono un fenomeno nuovo
Potremmo dire che le migrazioni sono da millenni un elemento costitutivo della storia umana, e, forse, della stessa storia della vita, poiché si tratta di un movimento proprio degli esseri viventi, alla ricerca della terra e dell’acqua per sopravvivere. Quindi non è sorprendente che gli scontri, così come le alleanze, avvengano nelle vicinanze delle sorgenti, dei fiumi e delle terre fertili. I pozzi stessi sono luoghi di guerra e talvolta divengono luoghi di riconciliazione. È importante ricordare che alcuni paesi vicini alle zone desertiche o strettamente legate agli effetti del ciclo delle stagioni, hanno una vita e un ritmo sociale segnato dalle migrazioni delle greggi, dei pastori, dei mercanti, talvolta addirittura delle comunità intere, che si spostano da un luogo all’altro.

Le migrazioni contemporanee sorprendono le società sedentarie, che hanno realizzato il loro sviluppo grazie alla concentrazione urbana intorno alle ricchezze naturali: l’acqua, l’agricoltura, le miniere, le attività di costruzione e trasformazione, gli scambi. Sorprendono coloro la cui vita è diventata stanziale e il cui universo mentale si è costituito a partire dalla sicurezza che conferisce la possibilità di stabilirsi in un posto e pensare che la generazione successiva potrà restarvi; anche se la stessa società industriale è diventata a sua volta una società nomade per le generazioni che hanno dovuto affrontare le crisi legate a un progresso rapido, troppo rapido per restare nello stesso posto. Oggi molte famiglie sono diventate, nell’arco di due generazioni, famiglie «internazionali».

Le migrazioni, in quanto esperienza umana fondamentale, ricordano ai viventi che la loro vita è una ricerca della sorgente. Quest’espressione deve essere intesa, sia nel senso della sorgente fisica che di quella simbolica. Ricordiamo, a questo proposito, che i luoghi in cui gli uomini hanno potuto insediarsi, anche solo temporaneamente, sono diventati luoghi consacrati dall’attività artistica e religiosa.

Nel pensiero moderno, è come se avessimo dimenticato che siamo tutti fondamentalmente dei «migranti». I sedentari, che si sono costruiti un universo abitato d’oggetti che fungono da simboli, addirittura da divinità, hanno dimenticato di essere stati dei migranti. Questa dimenticanza, che gli fa guardare quest’ultimi come esseri «fuori dal loro mondo», ha progressivamente modellato il loro spirito, la loro cultura, il loro sentire. La resistenza all’accoglienza dei migranti ci insegna che l’uomo può perdere la memoria della sua umanità quando mette radici in un mondo fittizio, il mondo delle costruzioni che guarda come se fossero eterne. La paura dei migranti è una paura analoga a quella che ci ricorda la fragilità della nostra condizione. Senza dubbio, essi ci rimandano in parte l’immagine della nostra condizione mortale: noi siamo soltanto di passaggio … E soltanto la condivisione tra fratelli e sorelle nell’umanità può rassicurarci e renderci felici.

Se quindi, il punto di riferimento principale è la migrazione, la questione delle migrazioni globali contemporanee pone in risalto allo stesso tempo la nostra relazione con l’altro, con la terra, il futuro e noi stessi. Queste problematiche si nascondono dietro al rifiuto di accogliere coloro che hanno dovuto lasciare i loro cari, la loro terra e che non sanno quale sarà il loro avvenire, neanche quello che accadrà il giorno successivo. La questione è sicuramente sia politica che sociale: si tratta di condividere la terra e i beni , in un contesto in cui i beni circolano su un mercato globale. Ma, più in profondità, la questione è quella dell’altro e della differenza.

Le questioni sollevate dalle migrazioni contemporanee
Senza dubbio la questione dell’alterità è al cuore di quelle sollevate dalle migrazioni in corso, ciò può sembrare evidente e allo stesso tempo paradossale. Evidente, perché l’altro che attracca nei nostri paesi o che valica i nostri confini attraverso i sentieri di montagna, non è sempre un altro affascinante e conforme ai criteri di successo che la nostra società consumistica ha prodotto e diffuso. Il migrante che bussa alla nostra porta ha il volto di un uomo crocifisso che ha rischiato la sua vita per cercare di salvarla e che porta le stimmate di un essere abbandonato, ridotto alla nudità di colui che ha perduto tutto: i suoi beni, ma soprattutto i suoi cari. Ma anche paradossale perché le nostre società, dette sviluppate, sono società della mescolanza di culture e della fusione delle origini. Studi demografici hanno mostrato che, negli anni 2000, nei paesi dell’Europa occidentale, il 25% delle famiglie aveva un componente (nonno, padre, madre, genero o nuora) proveniente dall’immigrazione. Un paese come la Francia ha accolto durante la guerra civile spagnola un milione di rifugiati e, di recente, la Germania ha superato questa cifra, ringiovanendo allo stesso tempo la sua popolazione. La mescolanza di storie e culture, l’incontro con l’altro e con gli altri, sembrano, quindi, caratteristiche della società moderna.

Alcuni sostengono la tesi secondo la quale le differenze culturali e religiose si siano amplificate e che non sia più possibile riconoscersi. Ma, guardando più da vicino, le differenze tra le persone, le loro storie e sensibilità sono sempre state vissute come sfide. Non sono più importanti come uno o due secoli fa. I modi di vivere appaiono diversi, non le persone né la capacità di incontrarsi. a meno che non ci si voglia incontrare, cosa che dimostra la volontà di restare a distanza dall’altro. È evidente che la differenza può essere considerata come una possibilità o come una minaccia: possibilità di un arricchimento o minaccia di una perdita.

In questo lavoro di analisi della paura che l’altro sembra portare con sé (colui che è proviene da un altro percorso, colui che non parla la nostra lingua, che ci chiede di offrirgli un po’ della nostra umanità) è fondamentale individuare cosa abbiamo paura di perdere avvicinandoci a lui. Giacché se noi abbiamo paura è forse perché i nostri riferimenti sono diventati fragili e la «paura di perdere» sembra quella più forte. L’espressione «paura di perdere» può avere due significati: paura di dover prendere nelle nostre riserve quelle cose che ci sembrano necessarie per vivere.. o paura di non vivere ciò che è determinante per avere successo. Paura di dover donare un po’ di noi stessi o paura di mancare l’appuntamento. Sicuramente è questa ambivalenza a produrre gli strani comportamenti che ci fanno distogliere lo sguardo quando incrociamo coloro che sono «senzatetto» o «per strada». Abbiamo sempre un appuntamento importante o una ragione rilevante che giustifica il non incrociare lo sguardo dell’altro. È talmente vero che lo sguardo è il rischio tramite il quale noi incontriamo l’altro.

Potremmo dirlo in altri termini: l’incontro dell’altro, dello straniero migrante in special modo, interroga e ridefinisce in modo necessario l’immagine che abbiamo costruito del nostro divenire e avvenire. L’altro è sempre colui che rovescia le nostre previsioni. La storia sarà diversa perché dovremo scriverla insieme a colui che è venuto. Si tratta di vivere un’avventura che ci conduce su strade che non conosciamo veramente e dove pensiamo che la nostra generosità potrà farci perdere noi stessi. Così possiamo arrivare a diffidare della nostra stessa generosità, e a porre una distanza, addirittura una certa diffidenza, tra di noi.

Tutto ciò può sorprendere in una società e cultura globalizzate, dove numerosi discorsi, negli ultimi tre decenni, hanno avanzato l’idea primordiale di un pianeta diventato «come un villaggio» e di una globalizzazione che implicava la fine delle frontiere. Noi siamo sullo stesso pianeta, ma la paura di abitare questo mondo aperto, nel quale il più lontano ci è divenuto prossimo- e dove a volte il più prossimo ci è divenuto lontano- fa nascere in noi la tentazione del ripiegamento e la ricerca di un luogo chiuso in cui saremmo al «riparo dall’altro». La sfida, al cuore stesso dell’esperienza delle migrazioni contemporanee, appare decisamente quella del «vivere insieme» su una terra che è comune ma che in fondo non appartiene a nessuno.

All’orizzonte di questa problematica, in cui si legano dimensioni psicologiche, economiche, politiche e senza dubbio etiche e spirituali, includiamo l’impatto dell’esperienza in sé della relazione umana, nella tensione tra vicinanza e solidarietà. Poiché molti diranno: devo per prima cosa occuparmi di coloro che mi sono vicini e non posso accollarmi la miseria di quelli che vengono da lontano. Anche se, lo sappiamo, le società si costruiscono e si rinnovano soltanto nell’ospitalità reciproca. Ma ciò presuppone che la condivisione sia considerata come un valore e non come un indebolimento.

Xenofobia, populismi, razzismo: le vie di passaggio e di reclusione
Le sensibilità che inspirano i discorsi xenofobi, i populismi, addirittura le costruzioni teoriche che difendono una gerarchia tra le culture e i gruppi umani, sollevando il concetto di «razza», cercano di giustificare l’esclusione dell’altro e di chiudere la porta a qualsiasi incontro.

È evidente che non bisogna confondere quello di cui si sta parlando. A rigor di termini, la xenofobia è la paura dello straniero. La venuta di colui che è originario di un altro paese, di un altro modo di vivere, è fonte di inquietudine. E l’inquietudine si traduce in un passo indietro, nel rifiuto di provare a capire cosa vuole dirci l’altro. La sua presenza è vissuta come un pericolo o un’intrusione e adottiamo un atteggiamento difensivo per proteggere ciò che ci appartiene (o che noi crediamo ci appartenga: la nostra famiglia, il nostro stile di vita, la nostra sicurezza …).

In quanto al populismo, occorre sottolineare che questa parola può assumere diversi significati, a seconda che si tratti di un’espressione popolare o di un discorso politico che poggia sulla paura collettiva per far affermare un potere che avrebbe la soluzione a tutti i problemi sociali. Una soluzione in generale semplice, perché consiste nel fare una distinzione tra buoni e cattivi cittadini: quelli che hanno dei diritti e quelli che non possono pretendere di averne. Il carattere ambiguo e pericoloso dei discorsi populisti dipende dal fatto che essi si appropriano della paura e requisiscono le aspirazioni popolari a vantaggio di un potere che cerca il controllo sociale e rifiuta le iniziative concrete di solidarietà.

Per quanto riguarda il razzismo, si tratta di un’elaborazione teorica che introduce una gerarchia fittizia e immaginaria nella relazione tra individui e tra comunità umane. Esisterebbero esseri umani chiamati a essere capi e altri condannati a essere schiavi. Questa predestinazione ovviamente ci rinchiude tutti, senza che possiamo sfuggirne. Perché, agli occhi dei razzisti, il colore della nostra pelle, la nostra storia, la nostra appartenenza a una comunità etnica o religiosa, decidono cosa dobbiamo fare. Inoltre non è possibile cambiare questa classificazione, presentata dai suoi promotori come «naturale», sebbene essa sia il frutto di un’ideologia che giustifica una storia di guerra e colonialismo.

In queste diverse costruzioni mentali e teoriche, ci si imbatte costantemente nella doppia questione della paura e del potere. Ma il populismo, presentato da coloro che lo promuovono come la presa in consegna delle inquietudini popolari, solleva un altro interrogativo: chi è il popolo di cui parliamo e cosa pensa il popolo che è visto come il riferimento dei discorsi populisti?

Chi è il popolo? La questione non è così semplice come sembrerebbe. Se vogliamo evitare di parlare di un popolo mitico o astratto, è importante ricordarsi che ciò che costituisce un popolo, sono gli eventi fondanti e liberatori, gli incontri e le alleanze, una memoria e uno spirito condivisi. È chiaro che non esiste un popolo «in sé» che si possa evocare. Si tratta di persone che si incontrano e, in questo insieme che chiamiamo popolo, possono trovarsi persone molto diverse. Perché non è soltanto un’identità ancestrale che definisce un popolo ma la sua storia: i suoi incontri, le sue scoperte e speranze. In questa storia, lo straniero, il migrante, il passante, ha una funzione di apertura e rivelazione: porta con sé un messaggio essenziale che rompe le solitudini e fa scoprire quello che ancora non si sapeva.

Cosa pensa il popolo? Se si definisce il popolo come una comunità storica e come l’esperienza di una speranza condivisa, un passato comune e un avvenire che cerca di scriversi, allora il pensiero di un popolo non può essere fisso, definito per sempre. Esiste solo il pensiero in movimento: il movimento- il processo e la pazienza del dialogo, questo apprendistato della parola e questo cammino attraverso il quale diviene se stesso ascoltando l’altro. Questo approccio in termini di incontro e complementarietà è al centro del pensiero cristiano del «popolo di Dio», a proposito del quale San Paolo Apostolo dice, ciascun membro è paragonabile a un membro del corpo umano. E «nessun membro del corpo può dire a un altro: non ho bisogno di te». (Cfr. Prima Lettera ai Corinzi 12, 12). Noi scopriamo la nostra umanità, scoprendo quello che l’altro ci rivela della nostra umanità. Così il «popolo» è «in cammino», grazie a questa reciproca ospitalità attraverso la quale noi ci accogliamo l’un l’altro.

Di fronte al/ai nazionalismo/i, la missione della Chiesa attinge all’esperienza stessa del Cristo, «amato Figlio» e «Fratello degli uomini»
Se è giusto dire che l’accoglienza dei piccoli e dei poveri, così come l’apertura agli altri e all’universalità, sono al centro della missione che il Cristo affida ai suoi discepoli, è anche pertinente ricordare che la Chiesa condivide, in ogni epoca «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi» (Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale «Gaudium et Spes». Essa è inviata al cuore di questa umanità, dove si incrociano i passanti e i migranti che tutti noi siamo, in un modo o nell’altro, per offrire e ricordare la gioia della fraternità. La missione della Chiesa comincia dunque sempre con l’ascolto e la considerazione delle inquietudini e delle aspirazioni umane. In questo modo essa si distingue da ogni costruzione filosofica e politica che pretenderebbe di avere la risposta alle domande che gli uomini e le donne di un’epoca portano dentro di sé. La Chiesa è prima di tutto in ascolto e basandosi sull’ascolto può dire a una persona- e forse a un popolo nell’inquietudine e in attesa, migranti o insediati, richiedenti asilo o guardiani della porta- «io credo con te; io credo in te».

I principi della Dottrina sociale della Chiesa, quando vengono esaminati insieme, aprono uno spazio all’incontro ed evitano di strumentalizzare i valori evangelici:

– Dignità inalienabile della persona umana, che si traduce nel rispetto dei diritti fondamentali di ogni essere vivente;

– Sussidiarietà o esercizio condiviso della responsabilità;

– Solidarietà o riconoscenza reciproca;

– Bene comune o Bene della comunità;

– Scelta primaria di vicinanza ai più poveri, gli amati di Dio.

Ciò che caratterizza questi principi etici e spirituali (non soltanto etici ma anche spirituali), sono le tre convinzioni seguenti, anch’esse inspirate dall’atto di fede cristiano:

– Ogni persona porta in sé il segno dell’amore di Dio

– Ogni responsabilità umana si esercita nella reciprocità e complementarietà

– Ogni comunità cresce in umanità e speranza quando i più fragili sono amati, alla maniera di Dio stesso, cioè incondizionatamente.

La Chiesa, intesa come comunità di battezzati, si costruisce come comunione tra i membri di una collettività nazionale. Essa è il legame tra donne e uomini che hanno partecipato e partecipano allo sviluppo di un’unità nazionale. Attraverso ciò essa partecipa alla costruzione di legami di riconoscimento tra tutti i cittadini di una nazione. Allo stesso tempo, essa ricorda continuamente, a partire dall’insegnamento e dall’azione del Cristo stesso, che lo straniero è invitato a partecipare alla vita della comunità e beneficia di una stessa eredità di speranza. È vero per il Samaritano- con il quale gli Ebrei non parlano- ma anche per la donna sirofenicia che il Cristo tiene a distanza in un primo momento, prima di riconoscere la sua fede e di rallegrarsi nel vederla divenire membro della comunità dei credenti.

Questo riferimento alla predicazione e all’attenzione del Cristo consacra l’apertura dello spirito che non può giustificare il nazionalismo, e ancor meno la segregazione, che mantiene al di fuori della comunità coloro che chiedono di entrare. Certamente, sarà mantenuta la fondamentale distinzione tra nazione e Chiesa e quella mancata corrispondenza è una componente determinante della teologia politica della Chiesa cattolica- e senza dubbio di altre Chiese cristiane. Perché la speranza del Regno di Dio non può essere identificata con una nazione o con un sistema politico. La realizzazione del Regno rimane un orizzonte che invita alla conversione costruendo, giorno dopo giorno, una società di giustizia e di diritto, in cui ciascun figlio di Dio è accolto, nominato e protetto.

È per questa ragione che il testo più recente del Magistero Cattolico, dello scorso primo gennaio, sul tema della pace, invitava a rinunciare alla paura e alla minaccia:

«La vita politica autentica, che si fonda sul diritto e su un dialogo leale tra i soggetti, si rinnova con la convinzione che ogni donna, ogni uomo e ogni generazione racchiudono in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali. Una tale fiducia non è mai facile da vivere perché le relazioni umane sono complesse. In particolare, viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno» (…)

«Il terrore esercitato sulle persone più vulnerabili contribuisce all’esilio di intere popolazioni nella ricerca di una terra di pace. Non sono sostenibili i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza. Va invece ribadito che la pace si basa sul rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua storia, sul rispetto del diritto e del bene comune, del creato che ci è stato affidato e della ricchezza morale trasmessa dalle generazioni passate».

(Messaggio di Papa Francesco per la celebrazione della 52.ma Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2019, §§5- 6).

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Fonte: Vatican News

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