“Io posso”: ragazzi cattolici protagonisti di sviluppo sostenibile

"Io posso": ragazzi cattolici protagonisti di sviluppo sostenibile

Apertura oggi in Campidoglio, alla presenza del Sindaco di Roma, del Summit internazionale degli studenti delle scuole cattoliche, convocati da tutto il mondo per confrontarsi sulle sfide ambientali, a partire dalla Laudato si. Intervista a Virginia Kaladich, presidente Fidae

“I can – Io posso” è il motto del Summit internazionale dei giovani organizzato dalla Federazione degli Istituti di attività educative – scuola cattoliche italiane (Fidae), in collaborazione con la Congregazione per l’Educazione cattolica (Cec) e l’Organizzazione delle scuole cattoliche nel mondo (Oiec).

Cambiare per migliorare
Ricco il Programma dei lavori, che saranno inaugurati oggi pomeriggio in Campidoglio, per proseguire domani mattina nel Palazzo dei Congressi all’Eur. Giovedì e venerdì sono previsti invece vari incontri in diverse scuole di Roma. Tra i momenti formativi, il Convegno “Cambiare per crescere. Cambiare per migliorare”, riservato agli insegnanti, che sarà ospitato giovedì pomeriggio nella Sala della Protomoteca in Campidoglio. In conclusione, sabato mattina l’udienza con il Papa in Vaticano.

Migliaia di ragazzi di oltre 40 Paesi
Tanti i ragazzi attesi, 2500 dai 5 ai 18 anni, di oltre 40 Paesi, chiamati a confrontarsi per cinque giorni con gli educatori e i genitori che li accompagnano su come diventare protagonisti di un cambiamento di vita sostenibile con l’ambiente, così come sollecitato nell’Enciclica Laudato si’, spiega la prof.ssa Virginia Kaladich, presidente della Fidae, promotrice del Summit romano.

R. – Prendersi cura della casa comune è una sfida che Papa Francesco ci ha lanciato. Questa sfida è stata accolta da tanti bambini e giovani del mondo. Questo primo incontro internazionale vuole essere proprio una risposta, perché crediamo che le future generazioni possano effettivamente apportare un cambiamento importante. Ricordo che qualche anno fa, nel presentare questa iniziativa al Santo Padre, lui mi disse, incoraggiandomi: “É urgente”. C’è bisogno infatti di prendersi cura del creato, della Casa comune. E i bambini possono: “I can, io posso”. Io aggiungerei: “We can, Noi possiamo, tutti insieme apportare un cambiamento”. Cosa propone la nostra metodologia? ‘Guardati intorno, vedi i problemi. Poi, cosa fai? Insieme agli gli altri rifletti e immagina come puoi rispondere a queste esigenze che tu hai notato. Quindi, fai dei progetti, realizzali, però sempre insieme agli altri’. E l’ultima fase è ‘condividi queste belle esperienze che tu hai creato insieme agli altri’. Possiamo pensare a questo incontro di Roma come ad un momento grande di condivisone di buone pratiche, che da tante parti del mondo saranno portate qui e saranno raccontate.

Sappiamo che voi vi rifate, in questo progetto, al metodo “Design for change”, nato in India dieci anni fa e applicato in oltre 60 Paesi.

R. – Si tratta di diffondere in tutto il mondo questa opportunità, affinché i ragazzi diventino protagonisti di questo cambiamento. Quella che lei ha citato è una metodologia: umanizzare l’educazione. Pertanto, quello che la Fidae sta facendo in Italia – e anche il nostro essere sabato da Papa Francesco – vuole esser proprio una risposta a questo impegno. La metodologia è fondamentale, però quello che è importante è che noi dobbiamo aver chiaro il nostro sfondo antropologico-cristiano. D’altra parte, dobbiamo avere davanti e chiari gli obiettivi dell’Agenda Onu 2030: gli obiettivi di sostenibilità. Ciò che il Papa ci suggerisce, ci invita a fare, nella sua Enciclica sicuramente offre spunti utili per il raggiungimento di questi obiettivi.

È importante che i ragazzi capiscano che sono loro che devono costruire il loro futuro?

R. – Questo è proprio l’essenziale. Non vogliamo sostituirci ai ragazzi ma dire: “Tu puoi. E insieme possiamo, ma noi non possiamo sostituirci a te. Tu puoi apportare il tuo contributo affinché ci sia un cambiamento”. A questo aspetto il Santo Padre tiene molto e noi come Fidae in Italia lo stiamo proprio sottolineando.

Il rischio è che i ragazzi, i giovani, si sentano scoraggiati e questo porti poi all’inazione.

R. – Giusto, non vogliamo slogan. Noi vogliamo creare percorsi educativi, formativi dove il ragazzo può essere e fare in modo concreto. Questa è l’importanza della condivisione delle buone esperienze, che si stanno facendo in varie parti del mondo.

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Fonte: Vatican News

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