La globalizzazione delle imprese criminali

La globalizzazione delle imprese criminali
Sono sempre più gravi e sempre più a livello internazionale i danni che la criminalità provoca all’economia dei paesi. Non c’è solo la globalizzazione delle imprese legali, ma anche quella delle organizzazioni illecite, che non conoscono crisi o recessioni. Intervista con l’esperto di Analisi dell’economia del crimine Paolo Pinotti

In una fase storica segnata dai processi di globalizzazione anche gli affari criminali viaggiano su scala globale. La crescita della corruzione e la sostituzione di investimenti privati con quelli pubblici meno produttivi sono i canali attraverso i quali la criminalità organizzata incide negativamente sull’economia. Delle implicazioni vecchie e nuove dei percorsi transnazionali della criminalità abbiamo parlato con Paolo Pinotti, docente di Analisi dell’economia del crimine all’Università Bocconi di Milano:

R. – Il fenomeno della globalizzazione porta all’internazionalizzazione delle imprese legali, delle multinazionali ma anche, purtroppo, a quella delle organizzazioni criminali. Sempre più spesso sono organizzazioni che operano su base transazionale. Alcune di queste sembrano anche essere immuni alla crisi, perché a differenza delle imprese illegali hanno accesso ai fondi illeciti che provengono notoriamente dal traffico degli stupefacenti o da altre attività criminose che chiaramente non si fermano, non rallentano durante i periodi di crisi. Fare confronti a livello internazionale, purtroppo, non è semplice nel senso che ci sono problemi di comparabilità tra le statistiche. Ad esempio il reato di associazione criminale di stampo mafioso in alcuni Paesi addirittura non è definito; basti pensare che non esisteva in Italia fino al 1982, parliamo di 35 anni fa, e in altri Paesi non esiste ancora. Quindi, è proprio difficile riuscire a valutare e a comparare la dimensione del fenomeno in diversi Paesi. Abbiamo diverse indagini, sondaggi di opinione che si occupano di capire, tramite interviste con imprenditori, leader politici, quanto sia diffuso il fenomeno; questo ci può dare l’idea della dimensione in vari Paesi, ma chiaramente riflettono anche alcune valutazioni soggettive. Quindi è un fenomeno per sua natura sfuggente come tutti i fenomeni illegali.

Gli ambiti principali li immaginiamo tutti: traffici di droghe, di armi e di esseri in umani…

R. – Assolutamente. Queste sono tre attività che tradizionalmente ricadono sotto l’influenza delle organizzazioni criminali. A un livello più elevato ci sono anche infiltrazioni nel settore degli appalti, nel tessuto economico, che servono sia per favorire il riciclaggio dei capitali illeciti – quindi per “ripulire” i capitali – che per generare ulteriori profitti e fonti di guadagno.

Anche la criminalità organizzata è esperta di geopolitica, in qualche modo quando ci sono delle aree di crisi si rimodulano, cambiano, si alterano anche i percorsi dei traffici…

R. – Sì, assolutamente. Anche perché alcune situazioni di crisi favoriscono sicuramente traffici illeciti. Si pensi alla tratta degli esseri umani che è diventata uno dei business più redditizi delle organizzazioni criminali, per esempio al confine tra Messico e Stati Uniti o nel Mediterraneo. In realtà abbiamo già assistito a questi fenomeni poche decine di anni fa, quando per esempio c’è stato il crollo del blocco sovietico e della cortina di ferro e quindi come conseguenza si è registrata l’emigrazione di massa dall’Albania e da altri Paesi sulle nostre coste adriatiche, specialmente in Puglia. Lì, esattamente in quegli anni si è assistito ad una sorta di proliferazione delle organizzazioni criminali. Fino a quel momento la Puglia era stata una regione generalmente priva di questo tipo di presenze.

In Occidente di recente mettiamo sotto processo la globalizzazione per tanti aspetti ma, nel frattempo, facciamo qualcosa per combattere la criminalità che si è organizzata a livello globale?

R. – Lo facciamo; dovremmo farlo di più. È chiaramente molto difficile anche per quei problemi di comparabilità, di armonizzazione degli istrumenti a livello legislativo e informatico di cui dicevo. Chiaramente noi sappiamo che l’organizzazione denominata ‘ndrangheta è una delle organizzazioni criminali che si è internazionalizzata con più successo negli ultimi anni. Non è sempre così veloce l’apparato legislativo, giudiziario e poliziesco nello stabilire lo stesso tipo di legami tra diversi Paesi, quindi tra l’Italia e la Germania o l’Australia e gli Stati Uniti e così via, Paesi che chiaramente adottano processi decisionali, sistemi legislativi molto diversi l’uno dall’altro. Quindi non è chiaramente un sistema semplice da gestire.

Sarà difficilissimo fornire dati e saranno comunque tutti per difetto, ma su scala internazionale o su scala territoriale, qualche cifra la può citare?

R. – Quello che noi studiosi abbiamo fatto in passato è stato provare a stimare il peso economico delle organizzazioni criminali. Lo abbiamo fatto nel caso particolare della Puglia che è una regione che si presta a questo tipo di esercizio, perché è stata libera dalla presenza di queste organizzazioni criminali fino alla metà degli Anni 70; come dicevamo, e che ha invece conosciuto una forte espansione dopo. Quindi quello che abbiamo fatto è stato confrontare lo sviluppo economico della Puglia, prima e dopo questo periodo spartiacque, con quello delle regioni vicine. Facendo questo tipo di esercizio notiamo un forte rallentamento dell’economia di questa regione che possiamo quantificare su un arco di 30 anni con una perdita intorno ad un 20 percento del Pil. Pertanto se la Puglia non avesse conosciuto la presenza della criminalità organizzata oggi sarebbe il 20 percento più ricca di quello che è. Teniamo presente che la criminalità organizzata nella regione è stata, ed è tuttora, un fenomeno molto serio, ma comunque ancora non è ai livelli di Sicilia, Calabria e Campania. Quindi possiamo pensare che in queste tre regioni dove la criminalità organizzata è più radicata, più pervasiva ed è rimasta per più tempo, perché esiste più o meno dall’unità d’Italia, da 150 anni, i costi sono più seri.

Per quanto riguarda l’Italia si pensa sempre al Sud quando si parla di infiltrazioni mafiose, ma al Nord la criminalità organizzata è presente sia in ambiti finanziari che imprenditoriali…

R. – Certamente con modalità diverse. Nel Nord Italia, essendo soprattutto un mercato di sbocco per alcuni beni illeciti – prima di tutto gli stupefacenti – ed essendo un mercato di investimento – nel settore immobiliare, per esempio – le organizzazioni criminali hanno un interesse a mantenere una presenza non troppo rumorosa e non troppo allarmante, ma questo forse è ciò che la rende più insidiosa e più pericolosa.

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Fonte: Vatican News

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