La rivista Commonweal “legge” il Rapporto sugli abusi in Pennsylvania

La rivista Commonweal “legge” il Rapporto sugli abusi in Pennsylvania

Un articolo pubblicato dalla rivista cattolica statunitense Commonweal mette sotto esame il Rapporto del Gran Giurì sui casi di abusi sessuali da parte del clero nello Stato della Pennsylvania e afferma: non è quello che sembra

Cinque mesi dopo la pubblicazione del Rapporto del Gran Giurì della Pennsylvania sugli abusi di minori nella Chiesa cattolica compiuti in questo Stato americano, il giornalista Peter Steinfels solleva, in un articolo su Commonweal, forti perplessità e dubbi su alcuni aspetti del Rapporto stesso, così come sulla sua copertura mediatica, affermando che sia stata basata più sulla sintesi introduttiva che sulla effettiva documentazione.

Partendo da un’attenta lettura dell’intero Rapporto (che si compone di oltre 1300 pagine, inclusa una lunga appendice), Steinfels rileva che il Gran Giurì della Pennsylvania pronuncia due accuse distinte: la prima, riguardo ai “preti predatori, alle loro molte vittime, e alle loro indicibili azioni”. Per quanto sia stato possibile accertare, dice, questo è spaventosamente vero.

La seconda accusa si riferisce alla risposta dei capi della Chiesa alle accuse di abuso da parte del clero. “Tutte le vittime – dichiara il Rapporto – sono state ignorate dai capi della Chiesa che hanno preferito proteggere, prima di tutto, i molestatori e le loro istituzioni”. “Questa seconda accusa – afferma Steinfels – è di fatto gravemente fuorviante, irresponsabile, inaccurata e ingiusta. È contraddetta dal materiale che si trova nel Rapporto stesso, se lo si legge attentamente. È contraddetta dalle testimonianze presentate al Gran Giurì, ma ignorate”. Tanto da poter dire nel titolo dell’articolo che il Rapporto “non è quello che sembra”.

Il giornalista si dice consapevole che questa sua conclusione vada contro la percezione comune dell’opinione pubblica sullo scandalo degli abusi nella Chiesa. Tuttavia va avanti e nel suo lungo articolo sottolinea le grandi carenze che ha riscontrato nel Rapporto: “Ciò che manca nel Rapporto, soprattutto, è il senso della storia. Il Rapporto considera oltre sette decenni, dal 1945 a ieri, come un blocco unico”, senza fare le dovute distinzioni. Evidenzia quindi l’incapacità di paragonare la risposta della Chiesa a quella di altre istituzioni (“Ci si chiede naturalmente cosa troverà un esame di settanta-ottant’anni sugli abusi sessuali nelle scuole pubbliche o nelle strutture penali minorili”) e l’incapacità di tenere conto dei progressi che la Chiesa ha fatto da quando è stata approvata, nel 2002, la Carta di Dallas, proprio in risposta agli abusi.

“L’orrenda, indiscriminata e provocatoria” accusa secondo la quale i vescovi hanno sistematicamente coperto gli abusi e permesso che gli abusi continuassero “non trova fondamento nelle prove stesse del Rapporto”, afferma Steinfels. Questo è “veramente indegno di un’autorità giudiziaria responsabile di una inchiesta imparziale”.

Steinfels afferma che “l’opinione prevalente sugli abusi sessuali da parte del clero cattolico, come profondamente radicati, continuati e considerati unicamente cattolici, è oramai così parte integrante del racconto mediatico da renderla resistente a qualsiasi dimostrazione di prova contraria”. Steinfels osserva, infine, che spetta ai leader della Chiesa “fare in modo che vengano rimossi i dubbi sul fatto che ci siano inchieste approfondite su questi fatti esecrabili con le giuste conseguenze per chi venga riconosciuto colpevole”.

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Fonte: Vatican News

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