La storia di Dhurata, una bambina in fuga dall’Albania

La storia di Dhurata, una bambina in fuga dall'Albania
Dhurata ha 7 anni quando la sua famiglia fugge dall’Albania. Alla fine degli Anni 90 almeno 100mila albanesi hanno attraversato l’Adriatico in seguito all’anarchia che regnava nel Paese delle Aquile. Il collasso finanziario aveva ridotto la popolazsione alla fame e gli unici ad arricchirsi erano gli scafisti e le organizzazioni criminali.

“Mi chiamo Dhurata Gjinaj, ho 30 anni e vivo in Italia da 23 anni. Questo paese mi ha accolto, insieme alla mia famiglia, quando ero una bambina e qui ho studiato dalla seconda elementare all’università. Vivevamo nel nord dell’Albania in un piccolo villaggio di montagna, Puke.
Mio padre era un bidello nella stessa scuola dove mia mamma faceva le pulizie. La scuola era lontana e mi ricordo che dovevamo fare un bel po’ di chilometri a piedi per arrivarci. Ho due fratelli, io sono quella di mezzo.
I giorni dell’infanzia li ricordo spensierati. Giocavamo immersi nella natura con gli altri bambini del villaggio e i miei nonni coltivavano la terra. Questo, almeno, finché non è scoppiata la rivolta.”

L’Albania degli Anni 90
La realtà dell’Albania degli Anni 90 è quella di un paese alla fame. Chiuso il lungo periodo del regime comunista, il paese è devastato dalle politiche ultraliberiste sostenute dal presidente Sali Brisha, eletto nel 1992. Il colpo di grazia all’economia albanese arriva però nel 1997 con il crollo del sistema speculativo delle famigerate ‘società piramidali’. Una mostruosa macchina finanziaria divenuta in breve tempo la lavatrice di tutti i proventi illeciti dei Balcani. In un’unica vampata il sistema brucia tutte le risorse degli albanesi, affluite nel paese grazie alle ingenti rimesse degli emigrati, partiti in massa verso il ricco Occidente tra il ’91 e il ’92. Il crack delle finanziarie e il dilagare delle organizzazioni criminali portarono l’Albania sull’orlo della guerra civile: nel marzo ’97 le caserme venivano assaltate, le porte delle prigioni venivano spalancate e chiunque possedeva un’arma. Fu il panico: in 9 mila tra marzo e aprile di quell’anno finirono nelle mani degli scafisti.

Vedevo la paura negli occhi dei miei genitori
“Il post-comunismo è stata praticamente una guerra civile, una rivoluzione interna. In quel periodo la gente moriva di fame e quando è iniziata la rivolta le persone avevano dato l’assalto ai depositi di armi, ognuno cercava di sopravvivere prendendo anche con la forza quello che c’era. Mia madre aveva paura a mandarmi a scuola, perché si vedevano ovunque ragazzini che sparavano con le armi. In tutto il paese regnava un caos generale e neppure i piccoli villaggi come quello dove vivevamo noi erano più sicuri. Anche noi avevamo delle armi; c’era l’incubo che qualcuno potesse venire a saccheggiare la casa, si viveva con la paura di poter essere attaccati. Vedevo la paura negli occhi dei miei genitori.

“Di qui la decisione di partire per l’Italia. Alcuni parenti che erano riusciti a scappare ci dicevano che l’Italia era un posto tranquillo. Inizialmente mio padre voleva partire da solo, ma mia madre si è opposta. Ha detto: si va tutti insieme o nessuno lascia la famiglia!
Un giorno a notte fonda siamo partiti tutti per Durazzo: papà, mamma, i miei fratelli di 9 e 5 anni e naturalmente io, che ne avevo 7. I miei genitori non avevano idea del viaggio che avremmo dovuto fare. Sapevano soltanto che pagando gli scafisti in poco tempo saremmo stati dall’altra parte del mare. Non immaginavano la disumanità di queste persone, avevano solo il timore che la polizia italiana potesse rimandarci indietro. La notte della partenza siamo passati a salutare mia nonna, che viveva a Scutari. Lei piangeva e ci ha benedetti.”

Gli scafisti e le organizzazioni criminali
Nel 1998 il traffico di persone attraverso l’Adriatico era ormai una realtà consolidata. I barconi e addirittura le navi stipate all’inverosimile della prima ondata migratoria del 1991-92 hanno lasciato il posto ai potenti motoscafi dei trafficanti, che oltre alle persone trasportano ora armi e droga. Le partenze avvengo principalmente da Durazzo e Valona. Gli scafisti si atteggiano ad imprenditori, fissano tariffe variabili, prediligono migranti stranieri o i montanari albanesi: pagano di più e sono i più facili ingannare. I gommoni con motori da 250 e 300 cavalli portano dalle 15 alle 25 persone e fanno anche due viaggi al giorno. Si parte preferibilmente con il brutto tempo, quando il mare è meno pattugliato dalla Guardia di Finanza italiana, anche se il pericolo di naufragio è più alto. Una tattica consolidata in caso di intercettazione è quella di gettare il carico a mare e di salvare la barca dandosi alla fuga. Tra il ‘98 e il ‘99 almeno 100mila albanesi presero la via del mare.

Il viaggio verso l’Italia
“Al porto di Durazzo c’erano tantissime persone in attesa di salire sui gommoni e gli scafisti gestivano gli imbarchi, dopo aver preso i soldi naturalmente. Erano molto ben organizzati. Ti chiamavano a grandi gruppi, quando un gommone era pieno lo facevano partire. Noi stavamo lì e aspettavamo il nostro turno. Era il 1998, di gennaio.”

“Per noi bambini la sensazione era quella di stare per iniziare una grande avventura. Eravamo eccitati, non avevamo mai visto il mare e l’idea di salire su una barca, di andare in un altro paese… Era tutto una grande emozione. A bordo del gommone le uniche donne eravamo io e mia madre, tutti gli altri erano uomini. Il mare era mosso e la barca correva veloce, saltando sulle onde.
Quando siamo arrivati vicino alla costa la barca si è fermata e gli scafisti ci hanno ordinato di tuffarci in mare. Non volevano portarci a riva perché avevano paura di essere fermati.

Mia madre e mio padre hanno protestato, non volevano tuffarsi. Era gennaio, faceva freddo e nessuno di noi sapeva nuotare. Li hanno picchiati davanti a noi e poi hanno preso mio fratello più piccolo e, come se fosse spazzatura, lo hanno gettato in acqua, poi hanno preso me e infine mio fratello.

I miei genitori si sono tuffati per salvarci, ma era notte, c’era confusione e noi eravamo stati già afferrati da altre persone. Ci siamo persi e solo dopo parecchio tempo che eravamo a riva ci siamo ritrovati. La nostra salvezza erano stati gli uomini che si erano buttati in acqua prima di noi e che ci hanno soccorsi.

Quando siamo arrivati a riva bagnati e infreddoliti era soltanto l’inizio di un’altra avventura dolorosa. Quando abbiamo rivisto nostra madre era irriconoscibile: sporca di fango, bagnata, stravolta. E pensare che ci eravamo tutti vestiti a modo per il viaggio!

Mi ricordo questa scena disperata con mia madre che stringeva una busta nera dell’immondizia con dentro i vestiti per noi bambini. Mia madre aveva dovuto lottare con gli scafisti per non farsela strappare e non l’ha mai mollata. La tiene tutt’ora, non l’ha mai buttata e l’unica cosa che le resta di quel periodo.”

La paura di essere rimpatriati
“Ci avevano sbarcati vicino a Lecce e da lì siamo riusciti a prendere un pullman per arrivare a Ciampino, dove abitava una sorella di mia madre. Lei aveva sposato un italiano. Ma siamo rimasti pochissimo perché la gente del quartiere e del palazzo aveva iniziato a protestare dicendo che eravamo troppi, che eravamo clandestini e che avrebbero chiamato la polizia se non fossimo andati via.
La polizia, la nostra paura più grande per tanti anni.”

Immigrazione e sanatorie
Il 1998 è un anno cruciale per le politiche migratorie dell’Italia. La legge 40 – la cosiddetta Turco-Napolitano, e il successivo Testo Unico sull’immigrazione, tentano di dare una risposta ai consistenti flussi verso l’Europa dell’area Schengen. Alla nuova legge fa subito seguito una sanatoria per gli immigrati irregolari presenti sul territorio nazionale prima dell’entrata in vigore della nuova normativa. Le domande di regolarizzazione nel 1998 saranno circa 308mila, l’intricata burocrazia dell’epoca ci mette almeno due anni ad esaminare tutte le richieste. Ne vengono accettate circa 250mila. I decreti di espulsione coinvolgono 54mila persone. I dati raccolti nelle statistiche sull’immigrazione in Italia – seppure imprecisi – riescono tuttavia a mettere in evidenza l’enorme ricorso al lavoro irregolare e in nero. Le tre sanatorie precedenti, 1986-1990-1996, hanno fatto emergere 600mila lavoratori in nero.

Vivere da clandestini
“Ai miei genitori avevano detto che c’era una cittadina, Vitinia, vicino a Roma, dove non facevano grossi problemi e che c’erano già diversi albanesi. Noi non avevamo niente e quando siamo arrivati lì abbiamo trovato un posto in periferia dove c’erano diverse baracche abitate da immigrati. E noi, abbiamo trovato questa baracchetta e … ci siamo messi lì.

Mia madre faceva di tutto per farci vivere con una sensazione di ‘normalità’: anche se vivevamo senza elettricità e acqua, lei cercava sempre di tenerci puliti e in ordine. Anche se poi…, io andavo a scuola in pigiama! Eppure, è stata lei a fare di tutto per capire come mandarci a scuola. Un grande aiuto lo abbiamo ricevuto dalla parrocchia locale.

I primi mesi di scuola sono stati i più traumatici della mia vita, peggio della traversata in gommone. Capivo di essere diversa dal modo in cui mi guardavano gli altri bambini. Non parlavo la lingua, la scuola mi regalava i libri, che mia madre foderava con la carta di giornale. Per mio fratello maggiore è stato ancora più traumatico, perché a 9 anni si è ritrovato in prima elementare. Io, invece, anche se ero più piccola sono stata inserita in seconda.”

L’aiuto della Parrocchia
“La realtà parrocchiale per noi, e soprattutto per mia madre, è stata molto importante. Andare a messa la domenica mattina e poi poter rimanere nei giardinetti dell’Oratorio erano momenti di straordinaria normalità. Nonostante l’Albania fosse un paese ateo per legge, noi eravamo stati battezzati di nascosto e così i miei genitori.”

L’ateismo di Stato
L’Albania fu l’unico Stato al mondo in cui l’ateismo venne istituito per legge. Sotto la dittatura di Enver Hoxa, che rimase al potere fino alla morte avvenuta nel 1985, l’ateismo di Stato venne iscritto nella Costituzione che all’articolo 37 recitava: “Lo Stato non riconosce alcuna religione e supporta la propaganda atea per inculcare alle persone la visione scientifico-materialistica del mondo”; nel 1977 il codice penale albanese prevedeva la reclusione da tre a dieci anni per propaganda religiosa e produzione, distribuzione o immagazzinamento di scritti religiosi. Tutte le chiese e le moschee del paese vennero abbattute o trasformate in magazzini, palestre e cinema. Negli anni della persecuzione più di 6mila persone vennero fucilate, intere famiglie – circa 50mila – furono internate e 7mila persone morirono durante l’internamento.

“Dopo 6 anni vissuti da clandestini, mia madre è riuscita a rientrare in una sanatoria e ad ottenere il permesso di soggiorno. E’stata una svolta per tutta la nostra famiglia e lì è iniziato veramente il nostro percorso d’integrazione. A scuola avevamo imparato l’italiano, molto più velocemente rispetto ai nostri genitori.”

Accoglienza e integrazione in Italia
La gestione dei flussi migratori in Italia con il Nuovo Millennio risulta ancora una ferita aperta. Alla data del censimento della popolazione del 2001 risultavano presenti in Italia 1.334.889 stranieri; le comunità maggiormente rappresentate erano quella marocchina (180.103 persone) e quella albanese (173.064). Nel 2002 una nuova normativa, la cosiddetta legge Bossi Fini, inasprisce le limitazioni ai nuovi ingressi e le regole per le espulsioni. In quell’anno sono stimati in 326.000 gli stranieri irregolari presenti sul territorio. Ad accompagnare la nuova legge tuttavia c’è anche un nuovo decreto di legalizzazione del lavoro irregolare dei lavoratori extracomunitari. Faranno domanda di sanatoria più di 700mila persone. Per essere regolarizzati la domanda deve essere presentata direttamente dal datore di lavoro, con il versamento di una somma pari a 700 euro.

I nuovi italiani, senza cittadinanza
“Ormai sono italiana, anche se non ho ancora la cittadinanza, però i miei genitori hanno sempre fatto in modo che mantenessimo un legame con le nostre radici. Io qui in Italia vorrei dare il mio contributo per cambiare la percezione dell’accoglienza. Voglio portare la mia testimonianza.”

Non scordatevi di fare clic su “MI PIACE” nella nostra pagina Facebook e di seguirci su Facebook per ricevere tutte le notizie, immagini, video e informazioni sempre aggiornate su Papa Francesco.

Fonte: Vatican News

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *