Libia, rischio umanitario tra crisi politica e pandemia

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In Libia, alla guerra e all’instabilità politica, aggravata dalle ultime dichiarazioni del generale Haftar, si aggiungono il rischi sanitari della pandemia di coronavirus per la popolazione e per i migranti bloccati nel Paese. Intanto, il crollo del prezzo del petrolio mina ulteriormente l’economia libica. Iacovino (Cesi): la mossa di Haftar potrebbe inasprire ulteriormente il conflitto

Si complica ulteriormente il caos libico. Ieri il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che si oppone al governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli guidato da Fayez al Serraj, si è autoproclamato leader della Libia, affermando di aver ricevuto un “mandato popolare” per governare il Paese. Dall’aprile dello scorso anno, le forze fedeli ad Haftar portano avanti un’offensiva per prendere il controllo della capitale. Il Consiglio presidenziale libico ha definito la mossa del generale un tentativo di coprire le recenti sconfitte sul terreno. Intanto nel Paese si continua a combattere. Secondo i media locali, l’aviazione del governo di accordo nazionale (Gna) ha eseguito raid contro due camion che trasportavano munizioni e attrezzature per le forze di Haftar. L’Unione europea segue con preoccupazione quanto accade nel Paese: “chiediamo da tempo agli attori di fermare i combattimenti e avviare un processo politico” dice il portavoce dell’Alto rappresentante Ue Borrell e sottolinea la necessità di “una soluzione politica inclusiva sotto l’egida dell’Onu.

Per Gabriele Iacovino, esperto di Libia e analista del Centro studi internazionali, si tratta dell’ennesimo tentativo del generale Haftar di prendere il potere e aumentare il suo ruolo nel conflitto nel libico: “Un anno fa la sua avanzata verso Tripoli doveva essere trionfale ma si è fermata alle porte della capitale, impantanando il Paese in un conflitto diventato regionale”. L’analista sottolinea anche come l’annuncio del generale potrebbe compromettere la sua presa nell’Est e portare a un ulteriore inasprimento del conflitto: “Haftar è una sola delle parti in causa in questo in questo momento. Di fatto, è sostenuto dagli Emirati Arabi e dalla Russia, ma gli stessi attori internazionali, nel momento in cui trovassero nuovi interlocutori per portare avanti la propria influenza nel Paese, potrebbero abbandonare Haftar al suo destino”.

Guerra e Covid-19: i rischi per migranti e popolazione
Nello scenario già intricato di crisi politica e istituzionale, in cui la Libia è sprofondata dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi nel 2011, la guerra e la pandemia di coronavirus aggravano tanto la condizione dei migranti quanto il rischio per la popolazione libica. Ieri, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati in un’audizione al Parlamento Europeo ha stimato in aumento le partenze dal Paese a causa del Covid-19 e del coprifuoco, che riducono la possibilità per le persone di trovare il modo per sopravvivere. Stando ai dati dell’Unhcr, attualmente in Libia ci sono 650mila stranieri, di cui oltre 48mila richiedenti asilo registrati, e più di 370mila libici sfollati internamente, mentre sono 450mila tornati in patria di recente. Inoltre “i centri di detenzione non possono più accogliere”, ha denunciato l’Onu e c’è stata una “diminuzione nelle strutture” riconosciute, “da 5000 persone del gennaio 2019 a 1500 del marzo 2020, tra cui 900 richiedenti asilo”, mentre la situazione negli altri undici centri resta “terrificante”. Intanto, i dati ufficiali sulla diffusione del coronavirus parlano di una settantina di contagi e due decessi. Per l’analista del Cesi, la condizione dei migranti continua a complicarsi, a prescindere da quanto accada nel Paese, e sui rischi sanitari aggiunge: “In un Paese bloccato dalla guerra civile, le condizioni sanitarie sono sempre più difficili, sia per quella parte di popolazione che non ha accesso sulla costa ai servizi primari sia per i migranti provenienti da altri Paesi. E in questa situazione il rischio di contagio è altissimo”.

Il crollo del prezzo del petrolio pesa sull’economia libica
A complicare lo scenario libico è intervenuto di recente anche il crollo del prezzo del petrolio, risorsa su cui si regge l’economia del Paese. “Il crollo del prezzo del greggio è un ulteriore fattore di instabilità per il Paese- conclude Iacovino- , perché se non ci sono le entrate derivanti dal petrolio le varie istituzioni, perché di varie istituzioni libiche dobbiamo parlare, non hanno le risorse sufficienti per reggere sia l’apparato istituzionale con cui viene governata la Libia, sia l’apparato di sicurezza, ovvero tutte quelle milizie che ‘fanno’ il controllo del territorio. Questo potrebbe essere un ulteriore fattore per un inasprimento dell’attuale guerra civile”.

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Fonte: Vatican News

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