Messico: la pandemia non frena, ma il governo vuol riaprire la capitale

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Padre Maraschi, missionario del Pime, conferma da Città del Messico che non è ancora stato raggiunto il picco dei contagi. Il Covid-19 aggrava le endemiche fragilità economiche e sociali del Paese, mentre la chiusura della frontiera con gli Usa ha ripercussioni sulle migrazioni

Si aggrava di ora in ora la situazione della pandemia in Messico, dove nei giorni scorsi sono stati superati i 200 mila contagi e i decessi sono 27.769. Il Paese centro-americano, colpito il 24 giugno da un violento terremoto, è in questo momento il settimo al mondo con il più alto numero di morti provocati dal coronavirus. Nonostante le condizioni sanitarie non accennino a migliorare, il presidente, Andrés Manuel López Obrador, ha annunciato nei giorni scorsi che le misure restrittive a Città del Messico verranno gradualmente abolite. La metà dei casi si registrano però proprio nella zona della capitale, mentre nelle zone rurali le popolazioni hanno poche informazioni sul virus e i malati sono costretti a lunghi viaggi per raggiungere gli ospedali. A confermare ai microfoni di Radio Vaticana Italia che la pandemia nel Paese è ancora in fase espansiva è padre Alessandro Maraschi, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) dall’ottobre scorso a Città del Messico presso la casa dei Missionari di Guadalupe.

R.- Quando alla fine di febbraio c’è stato il primo contagio qui in Messico non c’è stata un’esplosione in un luogo specifico, com’è avvenuto a New York o in alcune città italiane, ma da allora abbiamo avuto un progressivo e diffuso aumento. Le misure di quarantena, o di “sana distanza”, come le chiamano qui, ormai sono in vigore da più di tre mesi, però di fatto non abbiamo ancora neanche raggiunto il picco dei contagi: è stato annunciato molte volte, la prima volta all’inizio di maggio, ma adesso che siamo all’inizio di luglio purtroppo la situazione è ancora in espansione.

La regione della capitale resta quella maggiormente colpita? E qual è la situazione delle zone rurali?

R.- La zona della capitale o per meglio dire quella della Valle del Messico, che comprende Città del Messico e lo Stato del Messico e che è composta da una cintura di comuni molto popolosi attorno alla capitale, è quella più colpita. Poco meno della metà dei casi di tutta la Repubblica è presente in questa zona e i motivi si comprendono facilmente poiché si tratta della zona più densamente popolata di tutto lo Stato. La situazione nelle zone rurali dal punto di vista del numero di contagi è invece sicuramente diversa, visto che si parla di spazi molto ampi dove vivono poche persone. Secondo la nostra esperienza di missionari del Pime, che abbiamo una presenza nello Stato di Guerrero, vicino ad Acapulco però in una zona di montagna, nelle zone rurali gli elementi di fragilità maggiore sono legati alla disinformazione e alla scarsa tutela sanitaria, perché gli ospedali più vicini sono a più di un’ora di auto. Ci sono luoghi dove notiamo che si spargono in modo molto efficace notizie false, paure incontrollate o anche un po’ di diffidenza. Luoghi addirittura in cui si è convinti che il virus neanche esista davvero.

La pandemia sta colpendo in un momento economico e sociale che è già molto difficile per il Paese…

R.- Sì, il 2019 si era concluso con una piccola contrazione economica, mentre dal punto di vista sociale i dati della violenza e dell’insicurezza non erano promettenti. C’è anche da dire che il nuovo governo, che si è insediato alla fine 2018, ha per il Paese tutto un piano di speranza, aperto al futuro, che mette in primo piano la lotta alla corruzione, la cura delle fasce più fragili della popolazione, la lotta alla violenza, simboleggiata dallo slogan “abrazos y no balazos” e cioè “abbracci e non pallottole”. Quando è arrivato il coronavirus si è continuato un po’ con questa narrativa speranzosa, ma di fatto la pandemia ha accelerato le fragilità già presenti. In questi mesi, infatti, si è notata in realtà la mancanza di un piano economico per le fasce più deboli. Molti sono quelli che avevano un lavoro informale, per cui hanno visto azzerarsi le loro entrate e non hanno alcun aiuto economico dallo Stato. Ma anche nel settore dei lavori formali, come in tutto il mondo, molti sono quelli che hanno perso il posto – si parla di alcune centinaia di migliaia di disoccupati – e anche il settore delle imprese vive un momento abbastanza critico: si sta creando una polarizzazione e in prospettiva si sa già che probabilmente i prossimi mesi, i prossimi anni, saranno duri e aumenterà sicuramente il numero di persone sotto la soglia di povertà. Dal punto di vista sociale i dati ci dicono poi che gli episodi di violenza non sono diminuiti. Purtroppo la guerra tra i gruppi della criminalità organizzata non è cessata. Proprio nei giorni scorsi, nel pieno centro della capitale, i narcos hanno compiuto un attentato terroristico contro il capo della polizia, provocando tre morti e ferendo l’alto funzionario. Già in piena quarantena, un giudice federale, che si era occupato di casi legati al narcotraffico, era stato ucciso assieme alla moglie. Sicuramente la pandemia ha quindi approfondito e messo ancora più in luce le fragilità già evidenti dal punto di vista economico e sociale.

A causa della pandemia Messico e Stati Uniti hanno deciso di prorogare fino al 21 luglio la chiusura dei 3200 km di confine. Quali sono le conseguenze di questa misura?

R.- La chiusura della frontiera è stata confermata, ma non per le attività commerciali. Questo significa che chi ha un lavoro negli Stati Uniti o in Messico ha potuto e può continuare a valicare il confine. Questa norma riguarda i molti messicani che hanno un lavoro negli Usa e poi tornano a casa la sera nel loro Paese. Quando a marzo gli Stati Uniti avevano chiesto per la prima volta che la frontiera fosse completamente chiusa era stato il Messico a opporsi, perché le rimesse dei lavoratori messicani in Usa sono uno dei punti importanti dell’economia nazionale. Le conseguenze di questa chiusura, che a mio avviso sono più evidenti, sono legate oggi alla gestione dell’immigrazione, un tema che in questa fase sembra uscito dalle agende e dai discorsi delle autorità e di cui anche sui giornali si parla molto poco. Però è un fatto che, nel momento in cui la frontiera è chiusa e viene più controllata, diventa più difficile valicare il confine. Nell’ultimo periodo infatti non si sono più viste le grandi carovane varcare il confine da sud, ma soprattutto piccoli gruppi. Anche in questo ambito però ci sono grandi fragilità legate alla pandemia: le case di accoglienza dei migranti alla frontiera in questi mesi sono stati luoghi dove purtroppo il virus si è propagato e ha colpito duramente. I migranti restano anche in questo caso tra le persone più fragili e esposte della popolazione.

Qual è il ruolo della Chiesa in questo momento: come sta sostenendo la popolazione?

R.- La Chiesa, dal momento in cui ha sospeso le attività pubbliche o la celebrazione dei sacramenti con la presenza dei fedeli, si è organizzata in modo abbastanza generalizzato a livello parrocchiale o diocesano, con i banchi alimentari o altre strutture che erano già presenti per la raccolta soprattutto di beni di prima necessità e poi sulla loro distribuzione. Qui a Città del Messico, ad esempio, nella zona degli ospedali sono state molte le parrocchie che hanno preparato e continuano a preparare i pasti per i parenti degli ammalati. Un altro servizio semplice però utile e concreto, che si sta facendo, e quello dell’accompagnamento delle persone dal punto di vista spirituale, ma anche dal punto di vista umano. In questo momento sono tanti quelli che chiamano o scrivono per chiedere preghiere o per fare due chiacchiere. Persone che magari stanno seguendo le messe o le catechesi on-line. Questi contatti attraverso mezzi di comunicazione come il telefono e internet sono aumentati molto. Non ci sono risposte particolari, ma spesso anche solo un servizio di empatia, per stare accanto alle persone anche da lontano. La situazione invece per quanto riguarda le celebrazioni qui in Messico è differente un po’ da Stato a Stato. Qui nella zona di Città del Messico, dopo tre mesi di sospensione delle messe con il popolo, notiamo anche che tra i sacerdoti si sente molto la mancanza della vita comunitaria. Al momento è sicuramente la scelta più saggia per fermare il contagio, però si sente una forte nostalgia e c’è la speranza di poter presto tornare a vivere la vita comunitaria.

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Fonte: Vatican News

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