Michelangelo e la Pietà in terracotta

Michelangelo e la Pieta in terracotta

Scoperta solo una ventina d’anni fa, ha aperto il dibattito fra gli storici: davvero di Michelangelo? Davvero bozzetto preparatorio della più famosa e celebrata scultura marmorea presente nella basilica vaticana? In un libro presentato oggi a Roma si chiariscono gli aspetti tecnici e storici di questo capolavoro

Era presente negli inventari della famiglia Casali di Bologna, e, prima ancora era appartenuta a un aiutante di Michelangelo. Era ricoperta da nove strati di vernici ed è stata riportata alla luce da un restauro di Loredana Di Marzi. E’ costituita di terracotta e polvere di marmo di Carrara mescolate insieme e fa pensare a una fase preparatoria della Pietà marmorea di san Pietro da parte di un giovanissimo Michelangelo. Numerosi gli elementi a sostegno dell’autenticità, ora raccolti nel volume Michelangelo e la Pietà in terracotta. Studi e documenti/ Interventi/ Diagnostica, a cura di Claudio Crescentini, che contiene contributi di specialisti diversi. Dopo una iniziale incredulità e diffidenza da parte di storici e direttori di musei, sempre molto attenti alle frequenti fake-news anche in campo artistico, l’opera veniva esposta a Parigi al Museo Maillol nel 2014 in una mostra dedicata ai Borgia. L’accoglienza serena convinse gli esperti a proseguire nella ricerca di conferme dell’autenticità. Ma forse l’aspetto più importante dell’opera risiede altrove, come ci testimonia il curatore del volume Claudio Crescentini:

R. – L’opera è già stata attribuita a Michelangelo da Roy Doliner ed esposta nella mostra di Parigi curata da Strinati. Il libro vuole fare il punto della situazione ma anche offrire un resoconto sul lavoro storico, artistico, documentale e scientifico compiuto su questa terracotta. Ho tenuto moto a pubblicare tutti i documenti (rifllettografie, termoluminescenze..) oltre che un saggio anche della restauratrice che ha lavorato sull’opera fin dall’inizio , compiendo un lavoro particolare anche su tecniche e materiali.

Quando si restaura si deve sempre rinunciare a qualcosa, è vero? E in questo caso l’opera era colorata….

R. – Sì, ma non abbiamo rinunciato all’originale, piuttosto a quanto era stato aggiunto. Ad esempio la Madonna aveva un braccio posticcio di legno che era dell’ottocento. Studiando i vari strati di colore abbiamo anche capito i tempi. Il lapislazzulo era usato dalla fine del settecento, dunque non poteva essere stato messo da Michelangelo. Sono state lasciate alcune tracce di colore in quanto più vicine all’originale, sulla veste della Madonna e sul mantello… L’opera probabilmente non il è il preparatorio per la grande pietà in Vaticano ma una delle sculture di lavoro che poi hanno portato, nel periodo della committenza alla realizzazione del grande capolavoro. Tra l’altro vi sono molte differenze. Nella Pietà di marmo non c’è l’angelo a lato, c’è una diversa torsione del copro del Cristo… Poi abbiamo riportato anche una termoluminescenza, ovvero uno studio scientifico che, prelevando una parte della terracotta, ci dà un range di datazione fra gli anni settanta e il ‘96 del quattrocento, molto vicino cioè alla datazione della Pietà marmorea. Il contratto per quest’opera era del 1498 ma sappiamo che già precedentemente se ne parlava…

Quando realizzò quel capolavoro, Michelangelo era poco più che ventenne. Sia la Pietà in san Pietro come pure questa in terracotta sono ricche di particolari realistici. Alla fine della vita invece Michelangelo adottò invece uno stile affatto diverso, rinunciando ai dettagli, e perfino alla forma. E’ un processo comune a molti artisti. Che cosa comporta, sul piano estetico, la scelta di togliere, di rinunciare…?

R. – Per risponderle vorrei fare una premessa. Intorno a questa scultura ruota il mondo di Michelangelo, come in fondo intorno a tutte le sue sculture. Fu realizzata in un momento, alla fine del quattrocento, quando Michelangelo era molto coinvolto dalle parole del Savonarola. Michelangelo è un mistico, lo capiamo dalle sue poesie, dal suo canzoniere… Alla fine della sua vita invece, tramite Vittoria Colonna, entrò in contatto con gli “spirituali”, gruppo considerato eretico, che ruotava attorno al cardinale Reginald Pole, e che cercava di ricostruire il pensiero luterano riportandolo però dentro il cattolicesimo. Pole sarebbe dovuto diventare papa, ma al momento del conclave fu denunciato di eresia dal Cardinale Caffarra che divenne papa Paolo IV. C’era dunque anche una forte lotta politica, religiosa e teologica. Gli spirituali sostenevano che il punto fondamentale per capire la religione era il beneficio di Cristo attraverso la sua morte, per cui le immagini più importanti sono la crocifissione, la pietà, la deposizione. Questi elementi sono fortissimi in Michelangelo, che era guida artistica del suo tempo e poteva far emergere la comunicazione di queste idee. Ora gli spirituali finiranno male, il cardinale Pole sarà costretto a scappare, ma tutto ci fa capire che le ultime Pietà michelangiolesche (Palestrina, Rondanini) hanno totale assenza di struttura corporea, di anatomia. Diventano quasi un concetto. Un’idea che influenzerà molto la pittura manierista della fine del cinquecento: l’assenza di particolari per diventare pensiero.

Non scordatevi di fare clic su “MI PIACE” nella nostra pagina Facebook e di seguirci su Facebook per ricevere tutte le notizie, immagini, video e informazioni sempre aggiornate su Papa Francesco.

Fonte: Vatican News

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *