Migration Pact, Centro Astalli: logica non solidale ma utilitaristica


Il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati esprime preoccupazione rispetto alle misure contenute nel Migration Pact presentato ieri dalla Commissione Europea: “l’esigenza primaria rimane per l’Unione Europea quella di chiudere le frontiere, limitare gli ingressi e favorire i rimpatri”

Collaborazione con i Paesi di provenienza, screening ai confini e pagamento dei rimpatri per gli Stati che rifiutano i ricollocamenti. Sono questi i cardini del Migration Pact, il piano dell’Unione Europea su asilo e migrazione presentato ieri dalla presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen. “Ora è tempo – ha detto – di alzare la sfida per gestire la migrazione in modo congiunto, con un nuovo equilibrio tra solidarietà e responsabilità”. Il documento, che ha un valore politico e programmatico di cinque anni, dovrà essere discusso con i governi dei 27 Paesi europei.

Centro Astalli: si superino gli egoismi nazionali
Le misure contenute nel Migration Pact presentano rilevanti criticità secondo diverse organizzazioni umanitarie. In particolare il Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, sottolinea che il piano su asilo e migrazioni segue non una logica solidale, ma utilitaristica. Non si riscontra, da parte dell’Europa, un reale cambio di rotta sulle politiche migratorie. È quanto sottolinea Donatella Parisi, portavoce del Centro Astalli:

R. – Le organizzazioni umanitarie, gli enti di tutela che si occupano di migranti e rifugiati avevano riposto una certa fiducia nelle parole introduttive pronunciate, nelle scorse settimane, dalla commissaria Ursula Von der Leyen rispetto a questo presentato ieri. Poi, invece, nella sostanza vediamo che non c’è, come auspicavamo, un reale superamento del Trattato di Dublino. E non c’è neanche un vero cambio di rotta sulle politiche migratorie: le priorità per l’Europa restano, comunque, la chiusura delle frontiere, il controllo delle frontiere e l’impedimento, per quanto possibile, dell’accesso dei migranti sul territorio europeo. È un documento che, pur mostrando segni di apertura e tentativi di passi in avanti, in realtà è poi ispirato da questa logica. E, se questa è la logica, è molto più complicato parlare di accoglienza, di ricollocamento e di corresponsabilità di tutti gli Stati nella gestione dell’accoglienza.

Gli Stati sono obbligati a scegliere se accogliere o rimpatriare..

R. – Vedendo il comportamento di tutta una parte dell’Unione Europea, pensando all’Europa dell’est o ad altri Stati, ci pare molto improbabile che si possa scegliere l’accoglienza quando c’è poi, eventualmente, la possibilità di finanziare per non avere i migranti sul proprio territorio.

E per quanto riguarda le procedure di asilo?

R. – Vengono molto ridotte nei tempi, molto accelerate. È previsto l’asilo in zone di frontiera e questo ci preoccupa molto, perché presuppone una lista di Paesi sicuri. Vuol dire che l’Europa stabilisce che da alcuni Paesi non è possibile ammettere richieste d’asilo. E questo è molto pericoloso, perché la richiesta d’asilo si basa sulla storia individuale di una persona. E poi perché questo infliggerebbe un duro colpo alle categorie vulnerabili dei migranti: pensiamo alle vittime di tortura, ai minori e alle donne sole che richiedono, invece, un tempo lungo di accompagnamento, anche durante la procedura di riconoscimento della protezione.

La solidarietà è uno dei tratti peculiari, che contraddistinguono questo piano sulle migrazioni?

R. – Ci pare che la parola solidarietà, tanto usata in questi giorni per commentare l’annuncio di questo patto, in realtà cambi un po’ di significato dal punto di vista dell’Europa. Non è una solidarietà nell’accogliere, una solidarietà nei confronti dei migranti, verso chi fugge da guerre, persecuzioni e da crisi umanitarie. Ma è una solidarietà tra Stati nel tentativo di chiudersi quanto più possibile. Questo ovviamente ci preoccupa.

Il testo non stabilisce, inoltre, l’istituzione di canali umanitari…

R. – Speravamo, finalmente, nell’istituzione di canali umanitari, cioè di ingressi legali per quelle persone che fuggono da situazioni di conflitto. Pensiamo alla Siria, a quello che accade in Libia in questo momento. Sarebbe stato un passo importante e un atto significativo, che avrebbe avuto, come primo effetto, quello di evitare le morti in mare. Sarebbe stato un passo importante anche un canale umanitario legale con quote di ingresso per chi scappa da situazioni dove si riscontrano violazioni dei diritti umani. Anche il campo di Moria, a Lesbo, poteva, ad esempio, essere considerato una logica superata. Tutto questo non c’è. Ci sono delle possibilità di quote di ingresso per lavoratori migranti, alcune già preesistenti. Ma fondano la loro logica sulla scelta di chi avere sul proprio territorio. Si sceglie chi accogliere o perché ha determinati talenti o perché ha determinate competenze professionali. Questa è una logica su cui il Centro Astalli, spesso, ha mostrato delle riserve. E ha espresso perplessità, perché è una logica che ci pare utilitaristica: si prende chi serve. In un tempo in cui nel mondo ci sono moltissime crisi umanitarie, ci sono secondo le Nazioni Unite 80 milioni di rifugiati e in un momento in cui l’Europa comunque accoglie un numero minimo di questi rifugiati, ci pare che fosse necessario prevedere dei canali di ingresso legali. Canali che garantissero il diritto all’accoglienza, all’accesso al territorio e all’integrazione in Europa.

Cosa chiede il Centro Astalli alle istituzioni nazionali e sovranazionali?

R. – Il Centro Astalli, alla luce di questo patto sulle migrazioni uscito ieri, chiede di porre degli importanti correttivi. Che sia un primo passo e che si proceda con generosità. E con un nuovo significato della parola solidarietà: che sia una solidarietà rivolta ai migranti, alle persone che chiedono aiuto. Questo, concretamente, vuol dire che l’Europa decida di investire in accoglienza e in integrazione. E che si superi, effettivamente, il Trattato di Dublino stabilendo delle quote obbligatorie di ricollocazione. Quote che tengano conto anche di alcuni indicatori per i migranti: per esempio se ci sono familiari in un determinato Paese o se ci sono possibilità di inserimento lavorativo e se ci sono legami di qualche tipo che possano velocizzare e facilitare percorsi di integrazione. Queste devono essere quote obbligatorie: gli Stati membri devono gestire le migrazioni come un tema comunitario.

Non può e non deve dunque prevalere l’interesse del singolo Stato…

R. – Non si può più pensare di mettere sul campo egoismi nazionali, che prevedano poi anche il fatto di non accogliere, di rimpatriare e di lasciare i migranti sulle coste del Mediterraneo in balia dei trafficanti, oppure in situazioni veramente degradanti e inaccettabili come i campi che ci sono sulle isole greche. Moria è stato l’esempio deflagrante di una situazione che c’era ormai da anni. Dal 2016 denunciamo il fatto che nei campi delle isole greche, quindi nei campi europei, i bambini non andavano a scuola, tentavano il suicidio. C’erano violazioni continue dei diritti umani e abusi su migliaia di migranti che aspettavano lì di sapere quale sarebbe stata la loro sorte. E aspettavano in un limbo che, ormai, era fuori dal tempo e anche da qualsiasi tipo di progettualità di accoglienza e di integrazione. L’Europa deve superare questa logica e deve mettere in atto con coraggio misure che prevedano la corresponsabilità di tutti gli Stati. Il Centro Astalli pensa che si possa fare di più e che sia necessario fare di più nell’interesse di tutti, sia dei migranti sia dei cittadini europei.

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Fonte: Vatican News

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