MSF in Bolivia: grazie al Papa per l’appello sui vaccini

MSF in Bolivia: grazie al Papa per l'appello sui vaccini

Rientrato da una missione di Medici senza Frontiere nel Paese dell’America Latina, che vive un’impennata di contagi senza sosta, parla con noi il dottor Roberto Scaini. “Qui si muore anche per rassegnazione, non si è ancora capito come proteggersi”, racconta e, alla luce della recente Giornata mondiale umanitaria, sottolinea che “ci stiamo dimenticando tristemente di essere più umani e della sanità per tutti. Il virus in qualche modo ce lo ricorda”

Gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità rilevano che l’epicentro della pandemia sono al momento le Americhe. In Bolivia l’impennata del numero dei contagiati da Covid-19 non si attenua, raggiungendo i 98mila, mentre si sfiorano i 4mila decessi. Roberto Scaini, uno dei medici MSF con più esperienza – ha seguito a livello internazionale, sul campo, crisi sanitarie e umanitarie assai impegnative in diversi Paesi dell’Africa e in Yemen – è appena tornato in Italia dopo un mese di missione nel Paese del Latino America dove l’opera di formazione al contenimento del contagio è stata uno degli obiettivi primari. Ci racconta l’impegno del team di Medici senza Frontiere, ribadendo l’importanza decisiva di garantire cure senza esclusione sociale:
R. – Sono stato in Bolivia per seguire un intervento nell’Amazzonia boliviana, nel dipartimento del Beni, dove abbiamo rilevato che l’assistenza sanitaria è un po’ più carente rispetto ad altre zone, e in effetti una missione di esplorazione aveva evidenziato che qui la situazione è abbastanza fuori controllo sia in termini di numero di pazienti ma soprattutto come procedure di contenimento e di protezione individuale. Molto significativo è stato il riscontro che negli ospedali la gran maggioranza del personale sanitario si era infettato, o perché non aveva a disposizione i mezzi di protezione individuale o, ancora più grave, perché non sapeva come utilizzarli propriamente. Quindi il nostro intervento, più che strettamente medico – che già in questi contesti e per questo tipo di patologia è molto difficile – è stato rivolto al contenimento dell’infezione e alla protezione individuale, anche per evitare che gli ospedali diventino un centro di amplificazione della stessa malattia.

Quindi, come potrebbe ad oggi definire la situazione sanitaria in questo Paese?
R. – Senz’altro problematica. Con molto cinismo, forse realismo, devo dire che ho lavorato molto per il Covid anche in Italia fino a prima della mia partenza per la Bolivia, e posso dire che non c’è nessun paese pronto per una epidemia su larga scala, come questa. Mancando le misure di contenimento che abbiamo adottato in Europa, qui la curva epidemiologica ha un picco molto alto che si consuma in un tempo molto rapido. Intervenire in un contesto di questo tipo è veramente molto, molto difficile. Bisognerebbe correre un po’ dappertutto… è difficile. Noi siamo abituati a lavorare in contesti molto al limite, che siano epidemie o altro, però si ha la sensazione che quello che si mette in campo è un piccolo mattone di fronte a uno tsunami. Qui, come in altri paesi, sta passando veloce e con dinamiche non sempre facili da comprendere e da contrastare. Ci proviamo, come abbiamo fatto in Italia e in altri paesi europei. Tanto più in regioni come questa, più fragili, che stanno cercando di far fronte a questa pandemia.

Dall’OMS arriva l’avvertimento che il virus aumenta le diseguaglianze e che dunque nessuno può essere lasciato indietro. Il Papa ha detto che “sarebbe triste se questo vaccino diventasse proprietà di questa o quella Nazione e non sia universale e per tutti”. Come commenta questo appello?
R. – Sono assolutamente grato per questo appello. Assolutamente. E’ un appello umanamente vero, ma vero anche dal punto di vista medico e scientifico. Non esiste contrastare l’epidemia nei paesi ricchi e poi lasciare altre aree scoperte, perché il virus rientrerebbe da un’altra parte. Sarebbe un errore umano ma anche un errore tecnico e scientifico. Comunque la pensiamo – mi sembra che siamo sempre più deficitari dal punto di vista umano – almeno si pensi al problema sotto il profilo scientifico, se proprio vogliamo dimenticarci tristemente dell’umanità.

C’è qualche storia particolare che si sente di raccontare?

R. – Tante storie simili, le chiamerei storie di rassegnazione. Le persone sono rassegnate dal fatto che non esistono terapie efficaci. Qui sono carenti le terapie intensive e i farmaci antivirali, soprattutto nelle aree periferiche. Molte persone sono rimaste a casa perché di fronte a queste situazioni perdono la speranza nell’ospedale, si curano con le medicine tradizionali, rimangono nella comunità e infettano altre persone. In alcuni ospedali dove sono andato c’erano i familiari che aspettavano il loro caro e lo aspettavano senza alcuna protezione. E’ un esempio piuttosto sconvolgente di come non sia stato capito come proteggersi. Poi, certo, si guardano negli occhi queste persone e se ne riconosce la sofferenza di fronte a qualcosa che forse vedono inevitabile e incontrastabile. Noi sappiamo invece che molto di più può essere fatto. Ma dobbiamo farlo tutti insieme, senza distinzione tra ricchi e poveri. Già oggi vediamo che ci sono disuguaglianze: alcuni si possono permettere le terapie intensive e i farmaci, altri no. Ai miei occhi, che ho fatto tante missioni, sembra una storia già vista, già letta, tristemente.

Ma lei è fiducioso? Che scenari intravede sul raggiungimento di una cura?

R. – Io sono stato abituato a situazioni difficili. Ho lavorato anche tanto per l’ebola. Non le pongo sullo stesso piano perché sono differenti queste epidemie. Ricordo però come anche ebola, nel 2014, sembrava una cosa insuperabile. Ne siamo usciti. Sono fiducioso ma ci vorrà tempo. Forse dovremo abituarci che non ci si salva da tutto. Abbiamo sviluppato una medicina estremamente sofisticata per la patologia del singolo; forse – e questa è un po’ una critica a livello globale – ci siamo dimenticati della medicina rivolta all’igiene pubblica, della sanità per tutti, insomma. Forse il sistema medico che abbiamo messo in piedi, basato sul profitto, qui ha fallito. Non aveva già senso per me che ci fosse la salute come strumento economico. Il virus ci ha fatto vedere il fallimento di un sistema che abbiamo voluto e ora tocca pagarne i danni. Ne verremo fuori? Ci vorrà tempo. Siamo molto fragili.
Il dibattito di questi giorni in Italia riguarda la riapertura delle discoteche…

R. – Ho seguito a distanza, dalla Bolivia, questa polemica. Ironicamente dico che mi veniva voglia di rimanere in Bolivia di fronte a polemiche che mi sembrano sciocche. Capisco il mondo delle discoteche, però che debba essere una questione nazionale la discoteca chiusa o aperta mi sembra francamente segno della stupidità umana…

Abbiamo celebrato la Giornata Mondiale Umanitaria. Che significato ha assunto per lei?

R. – Devo dire che non sapevo di questa Giornata. Penso di lavorare sempre con lo stesso spirito, di cercare gli esseri umani, di far sì – e non è un luogo comune o ipocrisia – che la salute sia un bene per tutti e non solo per chi se lo può permettere.

Spesso tendiamo a investire certe professioni di una valenza umanitaria, dimenticando che è una connotazione che dovremmo avere tutti e che dovrebbe attraversare tutto il nostro agire…

R. – Dovremmo essere tutti un po’ più umani. Vedo che invece ci perdiamo sempre nei soliti ragionamenti. Adesso, per esempio, il problema sono nuovamente i migranti…dobbiamo sempre trovare il capro espiatorio, condannare qualcuno e salvare noi stessi. E’ molto triste e molto disumano. Ci chiamano esseri umani ma forse lo siamo solo come nome generico e non come qualità.
Ci ragguaglia sulle norme comportamentali da tenere ancora in questa fase della pandemia?
R. – Se uso bene la maschera protettiva, se mi lavo le mani e, soprattutto, se non sono stupido, non mi contagio. Forse io sono stato fortunato e forse non dovrei dirlo per scaramanzia, ma da marzo lavoro contro il Covid e ho sempre adottato queste misure semplici. Finora è andata bene. E allora posso andare anche in Spagna in vacanza, dipende da come mi comporto. E’ la stupidaggine che ci uccide e ci contagia più del virus.

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Fonte: Vatican News

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