Myanmar: travolta una miniera di giada, oltre cento le vittime

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Si tratta dell’ultimo di una serie di gravi incidenti che hanno investito i giacimenti nel nord del Paese. Colpiti lavoratori irregolari, parte di un mercato in nero che vale miliardi di dollari

Una valanga ha travolto una miniera di giada nel nord del Myanmar uccidendo almeno 126 persone. Complice il maltempo, una pila di rifiuti è franata in un lago, generando un’ondata di fango e acqua che ha travolto una delle tante miniere di giada nella regione di Hpakamt stato del Kachin. Seppelliti dalla valanga decine di lavoratori, principalmente raccoglitori di giada non organizzati, che cercano i piccoli resti di pietra verde rimasti nelle rocce già scavate dai grandi operatori minerari.

Soccorsi rallentati dai monsoni
In queste ore i soccorsi si sono fermati a causa delle piogge della stagione monsonica e si teme un bilancio di vittime ancora più grave, perché all’appello mancano ancora un centinaio di persone mentre altre trenta sono ora ricoverate in ospedale. Nell’area sono stati registrati negli anni numerosi incidenti – nel 2014 per un’altra frana morirono 100 persone, altre 50 lo scorso anno – e a poco sono serviti i richiami del governo di Aung San Suu Kyi a regolarizzare un settore industriale che spesso opera senza alcuna garanzia di sicurezza.

Nessuna norma di sicurezza
“Questi incidenti sono molto frequenti in Myanmar, soprattutto durante il periodo delle piogge, perché molte miniere di giada, di rubini, ma anche di oro sono irregolari”, spiega a Vatican News Cecilia Brighi, segretario dell’Associazione Italia-Birmania. “Tutto il settore minerario”, aggiunge, è poi in aree di conflitto armato nel nord della ex Birmania e buona parte di queste miniere sono ancora di proprietà dell’esercito o di ex-generali che sfruttano queste miniere senza tener alcun conto sia delle misure di sicurezza nei confronti dei lavoratori, sia delle misure di prevenzione dei danni ambientali. Sono state smantellate intere colline”.

Un mercato milardario
Dal Myanmar proviene oltre il 90% della giada del mondo, che è esportata principalmente in Cina. I dati ufficiali parlano di esportazioni dal valore di 750 milioni di dollari nel 2017, ma secondo gli esperti si tratterebbe di un business miliardario molto più ampio – si parla di 31 miliardi di dollari solo nel 2014 – svolto principalmente in nero. “Il dato di fondo è che le persone che vivono in quelle zone sono vittime di un conflitto armato molto forte e sono tutte poverissime nonostante la giada produca forti introiti per l’esportazione”, spiega ancora Brighi: “La giada di massima qualità, infatti, arriva a un prezzo medio di 13 mila dollari al chilo”.

Una difficile transizione
Mentre sono state fissate per il prossimo novembre le elezioni parlamentari, continuando così il processo di transizione democratica avviato dopo cinquant’anni di dittatura militare, continuano i conflitti armati nel Paese. Venti organizzazioni umanitarie che operano sul territorio hanno denunciato le condizioni delle popolazioni negli Stati del Rakhine e del Chin, teatro di scontri tra l’esercito e le milizie locali. “La situazione del Rakhine non è limitata soltanto alla terribile fuga dei Rohingya, ma oggi coinvolge la maggioranza della popolazione buddista”, sottolinea Brighi. “Ci sono decine di villaggi che sono stati evacuati e case bruciate, e da un anno, l’’esercito ha tagliato Internet”. Sebbene il Myanmar abbia circa trecento casi positivi ufficiali da coronavirus, il mancato accesso alla rete in queste aree rischia di avere anche ripercussioni sanitarie. “Il Paese ha una presenza fortissima di smartphone per comunicare, e c’è un gravissimo problema di informazione soprattutto in questa situazione di grave pandemia”, conclude Brighi. “Con il Covid nel Rakhine non sono arrivate le informazioni di prevenzione. La gente non sa nulla”.

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Fonte: Vatican News

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