Nel “Giorno del Ricordo” la memoria di foibe ed esodo giuliano-dalmata

Nel Giorno del Ricordo la memoria di foibe ed esodo giuliano-dalmata
Si celebra oggi, 10 febbraio, il “Giorno del Ricordo”. Un’occasione per fare chiarezza su una tragica pagina di storia e ricordare le tante vittime dell’odio negli anni 1943-47, superando pregiudizi e menzogne

Si celebra oggi il “Giorno del ricordo” delle vittime dei massacri delle foibe, profonde gole della regione carsica triestina e istriana, e del successivo esodo giuliano-dalmata che, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, vide migliaia di cittadini italiani lasciare forzatamente l’Istria e i territori del Regno d’Italia, occupati dall’ esercito del maresciallo Tito e poi annessi alla Jugoslavia. Una dolorosa pagina storica a lungo misconosciuta per motivi ideologici e politici.

Foibe ed esilio: realtà misconosciute
Nel 2004 finalmente l’istituzione di questa giornata che vuol far riemergere la verità dei fatti al di là dei pregiudizi. “Certamente è un merito avere istituito la Giornata del Ricordo – conferma mons. Ettore Malnati, vicario episcopale per la cultura e il laicato della diocesi di Trieste – perché il dramma foibe fino ad allora era circoscritto un po’ nella nostra regione. In Italia poco si sapeva e, se si sapeva, c’era intorno a questa questione molta confusione. Bisogna dire, ad esempio, che il giornale “l’Unità” del 30 novembre 1946, scriveva di non dare accoglienza a queste persone che venivano via dall’Istria, quindi secondo il giornale, da una dimensione di libertà, e quindi di non aiutare questi profughi.

L’importanza del Giorno del Ricordo
Successivamente, dopo l’istituzione della Giornata anche tante scolaresche e anche i giornali e determinati libri di testo, riportano il discorso della tragedia delle foibe e dell’esodo. Che è stato veramente una pulizia etnica nei confronti di coloro che avevano una cultura italiana e coloro che erano persone dedite alla vita cristiana”.
Caduti i muri e le ideologie – continua mons. Malnati – non si identificano più gli italiani come fascisti e gli slavi come comunisti e quindi oggi ci si può guardare negli occhi e lavorare insieme per un futuro di convivenza pacifica.

Una pulizia etnica e religiosa: tra le vittime don Bonifacio
Tra le vittime del regime jugoslavo negli anni 1943-47, anche sacerdoti e religiosi. Come don Francesco Bonifacio, nato a Pirano, beatificato da Benedetto XVI proprio 10 anni fa. “Un prete molto giovane e bravo –lo descrive mons. Malnati – che si occupava molto, dal punto di vista pastorale, dei giovani sottraendoli a quelle che erano le mire di sovranità su quei territori del partito titino. Questo ovviamente suscitava molto dispetto: don Bonifacio viene preso e dal quel giorno, era l’11 settembre del 1946, scompare. Della sua morte non si conoscono i particolari ma – continua mons. Malnati – io sono stato presidente del Tribunale diocesano per la sua beatificazione e posso dire che abbiamo raccolto molte voci: chi lo dice vittima di una foiba di Martinez, chi ucciso in un campo, chi in un altro … Comunque sia andata, il suo martirio si è realizzato in odium fidei.”

Le tragedie del dopoguerra e i profughi di oggi
Impressionante scorrere le foto che documentano le sofferenze degli esuli e la tragedia delle foibe. Tanto orrore non può che far dire: basta guerre, basta violenze e vendette, eppure assistiamo oggi ad un rigurgito di sentimenti che pensavamo superati nei confronti in particolare riguardo agli immigrati.
“Il cercare di alimentare sentimenti di epurazione e di ostilità verso chi arriva, per esmpio, perché noi siamo in difficoltà con il lavoro con i nostri giovani – commenta ancora mons. Malnati – mi fa rievocare quello che scriveva “l’Unità” il 30 novembre del 1946 nei confronti dei profughi giuliani. Diceva che venivano a portare via il lavoro alla nostra gente. Mi pare di sentire anche oggi queste cose: molto sospetto viene buttato nei confronti di queste persone che scappano dalla guerra o dalla fame”.

Vedere in chi soffre l’Ecce Homo
Certamente le autorità devono governare l’immigrazione, per favorire l’integrazione delle persone, “ma il nostro cuore – conclude mons. Malnati – deve essere aperto nei confronti di chi si trova nella sofferenza; è in lui che se noi siamo cristiani dobbiamo vedere il Cristo, l’Ecce Homo perseguitato e beffeggiato! Se non facciamo così dobbiamo vergognarci di dirci cristiani”.

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Fonte: Vatican News

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