Pablo Fajardo: contadino e avvocato dell’Amazzonia

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Le multinazionali hanno spesso dimostrato il loro disprezzo per i cosiddetti Paesi del terzo mondo saccheggiando le loro risorse. Le lotte dei contadini e degli indigeni contro questi giganti sembrano destinate a fallire. Pablo Fajardo, da contadino a avvocato, ha invertito la rotta

Le parole povertà, lotta e impegno sono una parte fondamentale della storia latinoamericana. Molti uomini e donne hanno creduto in loro e hanno dato la loro vita giorno dopo giorno, per trasformarle in realtà nei loro paesi o nelle loro comunità locali. Pablo Fajardo è uno di questi casi. L’amore per il suo popolo e la sua terra lo ha portato a diventare avvocato e difendere 30.000 abitanti della foresta amazzonica contro uno gigante dell’industria petrolifera accusato di inquinamento. Nel 2011, Texaco-Chevron è stato condannato a versare 9 miliardi di dollari in riparazione dei danni sociali ed ambientali.

Una famiglia povera
Pablo è nato in un paese della costa ecuadoriana, in una famiglia di contadini in condizione di estrema povertà. Un contesto che ha spinto i nove fratelli di Pablo con i genitori a cercare lavoro lontano da casa, nella regione amazzonica. Un mondo tutto nuovo per il piccolo Pablo: “L’Amazzonia era piena di spiriti, sussurri, odori e sapori, piena di calore, acqua, insetti e animali, insomma, piena di vita”. Successivamente, ha scoperto un’altra foresta: “L’altra Amazzonia era quella inquinata”. Questo contrasto ha cambiato il suo destino.
Per motivi economici, nessuno dei fratelli di Pablo ha potuto studiare all’università. Era la povertà a determinare chi poteva e chi non poteva studiare. Pablo ha potuto contare sull’appoggio della sua gente, dei Padri Cappuccini e di diversi villaggi. Tutti sono stato per lui un sostegno straordinario, economico ed affettivo.

Migrazione verso l’Amazzonia
All’ ecuadoriano in cerca di lavoro, si apriva il nord del paese dove esistevano più possibilità. E così a 14 anni, Pablo ha iniziato a lavorare prima in un’ azienda che coltivava la palma africana, poi per una compagnia petrolifera. Nel suo tempo libero, frequentava la parrocchia guidata dai Padri Cappuccini. Come tanti, lavorava molto e guadagnavo poco. “Ho capito che c’erano molte ingiustizie, e sfruttamento”, dice. Due anni dopo il suo arrivo in Amazzonia, con il sostegno della parrocchia e della gente, Pablo ha creato un comitato per la difesa dei diritti umani. “Lo abbiamo fatto perché vi sono stati numerosi casi di violazioni dei diritti umani contro popolazioni indigene, donne, contadini e neri. Non avevano nessuno a cui chiedere aiuto”.

Nascita della vocazione
Nominato presidente del comitato, Pablo, sedicenne, va di villaggio in villaggio con i padri cappuccini, per raccogliere testimonianze dirette delle violazioni subite. E quando accompagnava le vittime dalle autorità per porre denuncia, la risposta era sempre la stessa: suggerivano di trovare un avvocato. “La realtà è che all’epoca non c’erano avvocati che volevano aiutarci. Un giorno mi sono detto: Diventerò avvocato”. Ma i soldi non bastavano per finanziare gli studi. I Padri Cappuccini, Pedro José, José María e Charlie Azcona, in qualche modo la seconda famiglia di Pablo, hanno mobilitato molte persone. Pablo ha potuto studiare, laurearsi e diventare avvocato. Ma il percorso era ad ostacoli.

Il prezzo del compromesso
Pablo racconta un episodio che lo ha segnato: Una volta, una compagnia petrolifera che operava nella regione ha voluto fare indagini sismiche. Gli operai sono entrati scavalcando i contadini e i loro possedimenti. Pablo ha voluto difendere i contadini e per ritorsione, l’azienda ha licenziato gli operai dando la colpa al giovane legale. Volevano linciarlo, ma alla fine, hanno capito la situazione e hanno seguito Pablo nella battaglia giuridica contro l’azienda.

Nel 2004, dopo un periodo di persecuzioni e minacce, un fratello di Pablo è stato crudelmente torturato a morte. La famiglia di Pablo è stata portata lontano, per sicurezza. E lui stesso, per diversi mesi, non dormiva due notte di seguito nello stesso posto. In verità, la vittima non doveva essere il fratello, ma Pablo. I sicari avevano sbagliato. Le minacce non sono terminate: “Ogni sera ringrazio Dio perché sono riuscito a vivere un giorno in più. La mattina prego: Signore, proteggimi perché io possa continuare a vivere”.

Lo stretto legame con l’Amazzonia
“Dopo trent’anni mi rendo conto che ho imparato e continuo ad imparare dalle popolazioni indigene. Hanno molto da insegnare all’umanità”. Gli indigeni dell’Amazzonia sono biblioteche ambulanti, racconta Pablo sorridendo. Nel 2003, quando inizia il processo contro la Chevron in Ecuador, nel Lago Agrio, la gente usciva ogni giorno per manifestare. Gli anziani non indossavano mai le scarpe. Un giovane americano che era venuto per il processo è stato colpito nel vedere così tante persone scalze. In sei mesi ha raccolto cinquemila paia e le ha spedite agli indiani, che però continuavano a non indossarle. Gli anziani, in realtà non mettevano le scarpe non perché erano poveri, ma perché la scarpa rompe il legame tra l’essere umano e la terra.

Il caso Texaco-Chevron

Nella causa, gli indigeni con il loro legale, hanno portato le prove dell’inquinamento della terra e dell’acqua con rifiuti tossici, e residui dell’estrazione del grezzo. I rifiuti hanno causato distruzioni di pesci, di animali della giungla, e di popolazioni indigene. Di fronte a questa strage ambientale, gli abitanti si sentivano indifesi perché non sapevano come affrontare il gigante del petrolio. Sembra che neanche lo stato era in grado di proteggere i diritti delle popolazioni indigene o di informarle delle conseguenze negative che ne derivano.

Pablo spiega che il caso Texaco-Chevron dimostra una profonda assenza di conoscenza e mancanza di rispetto per i popoli ancestrali. Allo stesso tempo, il caso mette anche in luce la tenacia, la lotta di questi popoli per i loro diritti. “L’importante è vedere come siamo riusciti a mantenere l’unità nella lotta. Sei popoli indigeni con lingue, tradizioni, costumi, e territori diversi si sono uniti per combattere insieme”. Molti indigeni non hanno avuto la fortuna di poter studiare. Come il padre di Pablo, tanti non sanno leggere o scrivere. Non si fidano molto dei documenti scritti, ma attribuiscono alla parola data un valore fondamentale. Il papa di Pablo diceva questo quando i suoi figli erano piccoli: “la carta si può strappare. La parola, no”. Oggi tutto è cambiato, tutto deve essere scritto, documentato, firmato, timbrato. Senza un documento ufficiale, la parola non ha più valore. Nel difendere gli indegni, Pablo è stato un ponte tra la sua parola, data agli indios, e la sentenza scritta che condanna Texaco-Chevron, ottenuta nelle austere aule dei tribunali.

In Amazzonia, la posta in gioco è la vita dei popoli e delle generazioni future: “Forse, molte persone negli Stati Uniti o in Europa non si rendono conto di ciò che l’Amazzonia significa per il mondo, per il pianeta. Sono in gioco le vite delle generazioni future”.

Le parole conclusive di Pablo Fajardo, contadino divenuto avvocato della sua gente e per la sua gente, sono parole di speranza: “il mondo intero ci ascolti”.

La storia di Pablo Fajardo è stata pubblicata in un fumetto dall’editore francese « Les arènes » (in corso di preparazione le versioni inglese e spagnola)

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Fonte: Vatican News

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