Padre Rebwar: martire è chi perdona, serve e muore sulla croce

Padre Rebwar: martire è chi perdona, serve e muore sulla croce

Il sacerdote caldeo iracheno, alla luce della strage di Pasqua in Sri Lanka, racconta a VaticanNews il martirio di tanti membri del clero e di fedeli che hanno testimoniato la loro fede, senza paura, malgrado le violenze anti-cristiane in Iraq. “Il martire è colui che se l’esempio di Cristo” spiega poi padre Rebwar parlando dell’ecumenismo del sangue

Dopo gli attentati di Pasqua in Sri Lanka, nella Chiesa si è tornato a riflettere sul senso del martirio cristiano vissuto da tutte le comunità di fedeli fin dagli albori del cristianesimo. Il sangue dei martiri è sempre stato una testimonianza suprema della capacità di prendere la croce di Cristo fino alle estreme conseguenze. Questi testimoni della fede hanno offerto le loro sofferenze anche per la salvezza dei loro aguzzini e hanno dato coraggio e forza ai tanti cristiani che in diversi contesti storici, geopolitici e culturali, hanno subito e subiscono ancora persecuzioni religiose.

Francesco: il mondo nasconde il martirio
Papa Francesco ha parlato molte volte sul significato del martiro anche durante delle omelie a Santa Marta, in una di esse, lo scorso novembre, il Pontefice ha evidenziato che la “Chiesa cresce anche con il sangue dei martiri, uomini e donne che danno la vita”. “Oggi ce ne sono tanti – ha poi ricordato il Santo Padre – Curioso: non sono notizia. Il mondo nasconde quello. Lo spirito del mondo non tollera il martirio, lo nasconde”.

Padre Rebwar: vittime in Sri Lanka sono martiri
Ma l’esempio ed i frutti portati dai martiri sono molto più forti della mentalità mondana che cerca di nasconderli, come testimonia a VaticanNews padre Rebwar Basa, sacerdote caldeo iracheno che ha visto morire uccisi molti confratelli a Mosul e Baghdad e che serve nella cumunità caldea che si è stabilità in Germania. A lui abbiamo chiesto, fra le altre cose, se le vittime delle stragi in Sri Lanka possono essere considerate dei martiri:

R. – Certamente dobbiamo considerarli dei martiri, perché martirio vuol dire testimone. Loro sono andati a celebrare la Santa Messa nel giorno della Pasqua per testimoniare la resurrezione. Sono stati uccisi proprio in quel giorno, allora sono martiri. Inoltre, il martirio è di quelle persone che stanno dalla parte di Dio, dalla parte del bene, non del male, perché chi fa il male agli altri è un falso martire. Chi fa il bene e sacrifica se stesso quotidianamente, questo è il vero martirio.

Cosa distingue quindi il martirio cristiano da quello delle altre confessioni religiose, anche da quell’accezione di martirio che a volte viene presa da alcune ideologie politiche? In cosa si distingue il martire cristiano?

R. – Nell’ideologie diverse –politiche, religiose- tante volte viene usata questa parola in un modo anche falso. Per noi cristiani martirio vuol dire seguire l’esempio di Cristo raccontato nel Vangelo che cammina nella via del Signore, perdona, serve e muore sulla croce per salvare gli altri, per amore. Questo è il vero martire.

Si può parlare anche di un ‘ecumenismo del sangue’? Ci sono esponenti di altre confessioni cristiane che si sono scarificati senza portare rabbia per i propri aguzzini?

R. – Parlo della mia esperienza personale. A Mosul, purtroppo, quasi tutti i cristiani sono stati cacciati a causa dell’invasione dell’Is. Lì avevamo quasi tutte le Chiese orientali; c’erano siro-cattolici, siro- ortodossi, caldei … Quando nel 2006 hanno rapito ed ucciso in modo barbaro don Boulos Iskander, sacerdote siriaco-ortodosso, don Ragheed Ganni – che è stato mio insegnate – mi ha detto di aver partecipato al funerale. Quando è tornato a casa ha scritto una preghiera molto bella che mostra questo ‘ecumenismo del sangue’. Lui diceva in questa preghiera che non voleva umiliare il sacerdozio di Cristo che portava. Questo martire che apparteneva alla chiesa siro-ortodossa, ha dato tanta forza a don Ragheed Ganni che è stato ucciso dopo sei mesi dal martirio di don Boulos Iskander… Poi anche don Ganni ha dato questa forza al suo vescovo, mons. Paulos Faraj Rahho, per continuare il suo lavoro, di servire la parrocchia dove ha sacrificato se stesso per continuare la sua missione a Mosul. Penso a questo grande esempio, di come i martiri sono uniti. Anche ciò che è accaduto in Sri Lanka, questo attacco barbarico ci spinge ad essere più uniti nel momento in cui il nemico ci attacca perché siamo cristiani, non perché siamo cattolici, ortodossi, protestanti … Apparteniamo a Cristo e chi ci attacca lo fa perché siamo cristiani. E’ allora anche una spinta per noi ad essere più uniti, per superare tutte le differenze secondarie.

Cosa prova per quelli che hanno ucciso il suo confratello, per quelli che hanno perseguitato la sua comunità?

R. – Chi ci attacca è debole, ha paura di una persona che è così vicina a Cristo e non vuole lasciarlo. Da quando sono nato, ho vissuto tante esperienze difficili, non solo una. Il sacerdote che mi ha battezzato è stato ucciso nel Venerdì Santo, a Mosul. Poi don Ganni ha scritto la sua vita, la sua biografia, anche lui mi ha dato tanta forza per essere più vicino alla Chiesa e a Cristo e a non guardare alle cose negative, ma a concentrarmi sempre sulla testimonianza di Cristo ed essergli fedele; poi mons. Rahho con il suo entusiasmo in mezzo alla persecuzione – abbiamo visto quanto era difficile a Mosul -, altri due sacerdoti, due colleghi più giovani sono stati uccisi nel 2010 mentre celebravano la Santa Messa a Baghdad insieme a 50 persone. E tante altre persone che hanno dato la loro vita per Cristo e rischiavano ogni giorno. Nel mio primo anno di sacerdozio – nel 2004 – ero a Baghdad, in quel periodo sono iniziati gli attacchi contro le chiese. Noi dicevamo ai fedeli che era meglio morire in chiesa, mentre stavamo pregando che morire nel mercato o per strada quando un kamikaze si fa saltare in aria. Quindi il pericolo era ovunque però è un onore essere fedeli a Cristo e testimoniare senza paura.

Può essere anche un esempio per i fedeli occidentali? Il coraggio anche semplicemente di andare a Messa è una testimonianza fortissima per chi non vuole rinunciare ai riti sacri pur rischiando la vita?

R. – Purtroppo molte volte le persone che stanno bene, che hanno questa libertà, non lo apprezzano. Però anche questa libertà non è venuta casualmente, in Europa e dappertutto sono stati fatti tanti sacrifici. Da un lato l’Occidente è un esempio per noi, per i Paesi dove ci sono i conflitti come l’Iraq, da seguire per dare più libertà religiosa, più democrazia più diritti umani; dall’altra parte anche l’Occidente non deve dimenticare il passato e deve conservare questa libertà. Questo avviene quando l’essere umano riconosce i suoi limiti, crede in Dio ed è più vicino al Signore che gli ha dato la vita, la libertà.

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Fonte: Vatican News

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