Pandemia fuori controllo in Bangladesh. I saveriani: milioni di poveri a rischio

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Nel paese asiatico la povertà e la densità della popolazione rendono arduo contenere il contagio mentre i continui “lock down” provocano milioni di disoccupati e nuovi indigenti. Per padre Storgato, missionario saveriano, è un miracolo che i morti per virus siano “solo” 1600

Milioni di persone e famiglie che non riescono a lavorare e quindi a mangiare. Scuole e fabbriche chiuse, gli spostamenti vietati, i giornali che non vengono pubblicati. È la situazione creata dalla pandemia di coronavirus in Bangladesh, paese asiatico dove il contagio appare fuori controllo e manca una verifica certa della diffusione del virus. La densità della popolazione e la povertà, con famiglie che vivono nelle baraccopoli o in una sola stanza, rendono inapplicabili le norme di sicurezza sanitaria. Intanto, in questo contesto, i missionari cattolici si muovono con iniziative isolate mentre i pastori della Chiesa locale faticano a stare vicino alla popolazione. Padre Marcello Storgato, missionario saveriano, ha vissuto in Bangladesh già dal 1972 al 1993, nella missione rurale di Bhoborpara e poi al Centro Socio Catechetico Nazionale di Jessore. Dopo 24 anni in Italia, come direttore del mensile “Missionari Saveriani”, dal 2017 è tornato nel paese asiatico e vive nella casa di accoglienza saveriana a Khulna. Da qui, ai microfoni di Radio Vaticana Italia, conferma la gravità della situazione:

R.- La conferma più affidabile viene dal Consiglio nazionale degli “Esperti”, creato dal governo. Sono loro che affermano e ammoniscono che il Bangladesh è ad alto rischio, se non vengono messe in atto urgentemente misure adeguate e severe per arginare il contagio. Abbiamo superato i 126mila contagiati, e i morti sono più di 1.600, ma va considerato che i sottoposti al test sono solo poco più di mezzo milione. Questi sono i numeri cosiddetti “ufficiali”, aggiornati ogni giorno dai portavoce governativi. Gli esperti ritengono però che i casi attivi siano molto più numerosi, basandosi sulle notizie provenienti dall’ampia zona rurale del paese, dove non c’è modo di verificare con test appropriati.

Il Bangladesh è nella lista Onu dei Paesi meno sviluppati, si contano 50 milioni di poveri, il 32% della popolazione. Con quali mezzi ci si sta difendendo dal virus?

R.- I poveri sono aumentati a dismisura con l’imposizione dei vari “lock down” prolungati più volte. Hanno perso il lavoro tutti coloro che si mantenevano con i piccoli servizi popolari: i ristorantini di tè e biscotti, calzolai e lustrascarpe, venditori di verdura e frutta, taxisti di riksciò a pedali o motore, meccanici e lavoratori artigianali. A questi si aggiungano tutti coloro che sono rimasti disoccupati per la chiusura delle grandi fabbriche tessili e farmaceutiche e coloro che hanno perso l’impiego nei paesi arabi, asiatici e occidentali. Sono milioni di persone che si aggiungono a quei 50 milioni di poveri già nella lista dell’Onu. Milioni di famiglie disperate, malnutrite e indebitate. Il Consiglio nazionale degli esperti ha identificato ben 45 “zone rosse” a Dakka e dintorni, l’area più colpita dal virus, e ha dichiarato che l’allentamento nel divieto di spostarsi in vista della grande festa musulmana dell’Eid, al termine del Ramadan, lo scorso 25 maggio, è stato un errore che ha rafforzato il contagio.

“Il giardiniere mi dice: “Sa padre, la gente crede e spera che, come con l’eclisse di dicembre scorso è apparso il Covid-19, così l’eclisse di oggi se lo porterà via!”. È la speranza dei poveri, e così sia!”

Ma quello che è più grave è che in una nazione con 170milioni di abitanti e un territorio grande come la metà dell’Italia, “restare a casa” per salvarsi, mantenere l’isolamento e la distanza sociale sono misure semplicemente impossibili da attuare: nei tuguri degli slum e nei quartieri periferici delle città, e anche nei villaggi agricoli, avere una casa in cui vivere isolati, è un lusso che nessuno può permettersi. Tanto per portare un paragone eloquente, se in Lombardia le nostre famiglie vivessero nei tuguri e casupole delle famiglie bangladesi, probabilmente ci sarebbero stati pochi sopravvissuti. In questa situazione, la prima difesa è la Divina Provvidenza, che ogni momento invochiamo e ringraziamo. Davvero è già un miracolo che in tutto questo tempo “i morti per virus” siano solo 1.600. Ci auguriamo che i “morti per fame e stenti” non siano di più!

Ci sono in questo contesto delle vicende che l’hanno particolarmente colpita?

R.- Sì, tante. Più di tutto mi colpiscono le vicende di persone infette che non vengono ricoverate negli ospedali attrezzati, ma fatte vagare da un ospedale all’altro, fino a morire. La paura di essere infettati è tanta! Spesso sono le foto sui giornali a parlare e a far venire il groppo alla gola. Il giornale “Daily Star” di giovedì scorso raccontava di 12 giovani volontari della Fondazione “Quantum” che provvedono a seppellire i morti di virus. Con tutte le precauzioni del caso, ne hanno già sepolti 9: 7 musulmani, 1 hindu, 1 cristiano. In molti quartieri gli abitanti hanno creato dei comitati di sorveglianza: controllano chi entra ed esce, verificano le mascherine e il lavaggio delle mani di residenti ed estranei. L’esile donna che fornisce di acqua potabile i caseggiati vicini a noi, zuppa d’acqua, con due anfore sotto braccio, quando ci incontra sorride come una Samaritana. Che sorriso, quando l’ho chiamata per farle dono di un sacco di riso e verdure per la famiglia di 5 persone! Padre Giuà, saveriano salernitano, ha inventato la “bottega della solidarietà”: al mattino, chi può, porta alla missione quello che ha in più. I giovani confezionano il cibo in sacchetti puliti e il pomeriggio vengono le donne a pendere ciò che serve loro per la cena in famiglia. Molti poveri lasciano un’offerta nel salvadanaio, come la vedova del vangelo. Un pomeriggio è venuto anche un giovane, pallido e timido, che non aveva il coraggio di mettersi in fila e prendere un sacchetto. L’ha notato il missionario: “Hai bisogno? Gradisci qualcosa?”. “Ho fame!”, è stata la risposta, e ha accettato una doppia porzione di viveri.

La piccola minoranza cattolica che ruolo ha in questo contesto?

R.- I cattolici vivono la stessa situazione del resto della popolazione: i pochi ricchi stanno bene. I poveri vivono in mezzo ai poveri, ma sono più ignorati degli altri, perché minoranza o perché si pensa che ci siano già i missionari ad aiutarli. Si ammalano e cercano di curarsi come possono, come tutti gli altri. Anche il nostro cardinale Patrick D’Rozario è ricoverato perché ha contratto la febbre Dengue mentre l’arcivescovo di Chittagong, monsignor Moses M. Costa è in terapia intensiva dallo scorso 13 giugno dopo essere stato infettato dal coronavirus. Alcuni giorni fa, durante il ritiro spirituale del clero, ho domandato a un prete amico come passava la giornata: “In camera, isolato”. E la tua gente come sta? “Non so niente di loro! Anche noi preti siamo in isolamento”. Questa è stata la risposta. Mi assilla una domanda: cosa farebbe il “Buon Pastore” vedendo il suo “gregge” disorientato e preoccupato, che non sa come sopravvivere a questa lunga crisi virale? Mentre vi parlo, tra frequenti scrosci di pioggia, è in atto l’eclisse di sole. Il giardiniere mi dice: “Sa padre, la gente crede e spera che, come con l’eclisse di dicembre scorso è apparso il Covid-19, così l’eclisse di oggi se lo porterà via!”. È la speranza dei poveri, e così sia!

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Fonte: Vatican News

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