Pandemia: l’impegno per la pace dei vescovi della Colombia

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Dal 6 all’8 luglio si tiene per via telematica l’Assemblea plenaria della Conferenza episcopale della Colombia. Intervista col segretario generale, mons. Elkin Fernando Álvarez Botero, che coglie l’occasione per ringraziare il Papa dei tre respiratori donati al Paese latinoamericano e destinati dalla Chiesa locale agli ospedali di una zona povera alla periferia di Bogotá

“Al servizio del Vangelo, per la speranza del mondo”: è il tema della 110.ma Assemblea plenaria della Conferenza episcopale della Colombia (Cec), al via lunedì 6 luglio. I lavori si terranno per via telematica, con modalità a distanza e collegamenti dalle 77 diocesi del Paese, nel rispetto delle misure di contenimento del coronavirus che in Colombia ha già fatto registrare oltre 106.000 casi e più di 3.600 morti. Modificata anche l’agenda della riunione: rimandata l’elezione del direttivo della Cec, i vescovi fino a mercoledì prossimo si concentreranno in particolare sulle azioni pastorali in questa emergenza da Covid-19.

Chiesa e pandemia
L’impegno della Chiesa non si è mai fermato, dice a Vatican News monsignor Elkin Fernando Álvarez Botero, segretario generale della Conferenza episcopale della Colombia e vescovo ausiliare di Medellín. Dalle celebrazioni tenute in questi mesi via streaming, alla sollecitudine per i più poveri, a fronte di milioni di posti di lavoro persi in tutto il Paese latinoamericano, fino al “lavoro per la pace”, continuato “secondo le possibilità” del momento, non interrompendo i contatti “per la riconciliazione” o “per fare avanzare il dialogo con i gruppi armati”, in un Paese che solo nel 2016 ha posto fine ad un sanguinoso conflitto con i guerriglieri delle Farc, durato oltre 50 anni, e vive uno stallo nei colloqui con l’altra grande guerriglia, quella dell’Eln.

I respiratori donati dal Papa
Dalla Chiesa della Colombia, a nome di tutto il popolo, anche un grazie a Papa Francesco che ha visitato quella terra tre anni fa e nei giorni scorsi ha inviato tre respiratori, destinati agli ospedali di Soacha, nell’area metropolitana di Bogotá, “molto povera e popolata” e “dove si stabiliscono tanti migranti e persone povere che vengono da altre città della Colombia”, spiega il vescovo che nel pieno della pandemia pensa anche all’aumento della violenza e delle minacce contro i leader sociali e alle popolazioni indigene dell’Amazzonia, fortemente minacciate dalla pandemia.

L’intervista a monsignor Álvarez Botero
R. – Al momento in Colombia non sono consentiti gli spostamenti tra le città e non ci sono voli aerei, quindi abbiamo deciso di tenere i lavori in modo virtuale, attraverso dei collegamenti via internet. Per questa Assemblea plenaria, la 110.ma, era programmata l’elezione del direttivo della Conferenza: in questo momento di pandemia, la Congregazione per i vescovi ci ha comunicato che non è possibile procedere in tal senso, perché negli Statuti è previsto un voto segreto che, con questi mezzi, non si può garantire con sicurezza. Quindi terremo ora l’Assemblea con dei collegamenti virtuali e, quando si potranno tenere le riunioni con la presenza fisica, si svolgeranno le elezioni.

Il tema è: “Al servizio del Vangelo, per la speranza del mondo”. Come capire la missione della Chiesa nel Paese in questo momento di emergenza coronavirus?

R. – Abbiamo scelto il titolo pensando a quale sia in Colombia il posto dei vescovi e della Chiesa in questo momento. Vogliamo riflettere su tutte le realtà che sono mutate negli ultimi mesi e su cosa debba fare la Chiesa a livello pastorale per continuare ad annunciare il Vangelo e l’amore di Dio, affinché il mondo e concretamente la Colombia abbiano la speranza di andare avanti a livello sociale e anche ecclesiale.

Come è stata impegnata la Chiesa in questi mesi di emergenza da coronavirus e continua ad esserlo?

R. – Potremmo riassume l’impegno in tre campi. A livello della Liturgia e della celebrazione dei Sacramenti non ci siamo mai fermati, nel senso che tutte le diocesi hanno trovato mezzi per continuare attraverso internet, portando avanti anche altre iniziative per crescere ulteriormente nel senso di comunità. Il secondo campo è la solidarietà attraverso le opere caritative della Chiesa, che sono proseguite e sono state anche implementate in questi giorni: molto importante è stata l’azione del banco alimentare, che ha compiuto una grande opera specialmente per quelle persone che non hanno nulla, nemmeno la possibilità di trovare il necessario per il minimo sostentamento. In terzo luogo, abbiamo portato avanti azioni e valori che possano illuminare questo momento così difficile, soprattutto per le famiglie, continuando l’incidenza nei diversi campi della società e rispetto alle decisioni del governo. Non è poi mai cessato il lavoro per la pace, continuato in questi giorni secondo le possibilità, non interrompendo l’impegno per la riconciliazione o i contatti per fare avanzare il dialogo con i gruppi armati.

Il Papa in questa emergenza ha donato 3 respiratori alla Colombia. Come la popolazione sta affrontando questo momento così difficile?

R. – Abbiamo ricevuto questo dono del Santo Padre con molta gioia. Attraverso la nunziatura apostolica, si è deciso con l’arcidiocesi di Bogotá di dare i respiratori e anche altro materiale medico agli ospedali della zona sud della capitale, che è un’area molto colpita dal contagio del coronavirus. Si tratta di un aiuto importante e significativo, perché così possiamo sentire la sollecitudine del Papa per la gente della Colombia. E di questo lo ringraziamo. A Bogotá in particolare abbiamo un deficit di respiratori e le terapie intensive sono occupate in questi giorni all’80%. Dunque è una situazione limite. La zona dove si trovano gli ospedali a cui abbiamo destinato gli aiuti del Papa è molto povera e popolata, si chiama Soacha e rientra nell’area metropolitana di Bogotá, dove si stabiliscono tanti migranti e persone povere che vengono da altre città della Colombia.

Nei giorni scorsi vari vescovi colombiani hanno denunciato il collasso del sistema sanitario per esempio nel dipartimento di Chocó o in quello di Nariño. Ci sono situazioni particolari nel Paese che richiedono una speciale condivisione delle esperienze pastorali, per intervenire più efficacemente?

R. – Se ne parlerà all’Assemblea. Il sistema che abbiamo adottato per i lavori è quello di raccogliere le esperienze di tutte le regioni: tutte le situazioni che hanno bisogno di un cammino pastorale, di un intervento della Chiesa saranno messe in comune per elaborare il piano pastorale della Conferenza, perché in questa occasione dobbiamo anche dar vita ad un percorso pastorale per i prossimi tre anni, tenendo presente la pandemia e le sue conseguenze. Ci sono situazioni particolari nel Chocó o nel dipartimento di Nariño, a Tumaco e a Buenaventura, nella zona amazzonica, a Leticia e anche altre in territori dove si registrano molti contagi e pochi e precari mezzi sanitari.

Si parlerà sia dell’aumento della violenza e delle minacce contro i leader sociali sia quindi delle preoccupazioni per le popolazioni indigene dell’Amazzonia, minacciate dal coronavirus e dalla mancanza di servizi sanitari efficienti?

R. – Certo, su queste situazioni abbiamo preparato un documento di lavoro. Si registrano l’incremento della violenza, la mancanza dei servizi sanitari, la continuazione delle attività del narcotraffico, le situazioni difficili delle famiglie e anche il proseguimento delle attività estrattive illegali in diversi territori dell’Amazzonia. Dobbiamo fare anche un cammino pastorale per denunciare: la missione propria della Chiesa è aiutare e illuminare il cammino per uscire da queste situazioni.

Nella scorsa Assemblea plenaria vi eravate concentrati sul come formare una consapevolezza di responsabilità nei confronti del Creato: quanto si rende più urgente in questo momento di pandemia?

R. – È ancora più urgente e necessaria in questo momento. C’è una relazione tra tutto quello che succede e il bisogno di curare il Creato. E dunque dobbiamo continuare l’impegno che abbiamo delineato nella scorsa Assemblea.

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Fonte: Vatican News

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