Papa: nella porta della debolezza entra la salvezza di Dio

Papa nella porta della debolezza entra la salvezza di Dio

All’udienza generale, dedicata all’idolatria, Papa Francesco ricorda che riconoscere la propria debolezza è la condizione per aprirsi a Dio e per rifiutare gli idoli del nostro cuore

In Aula Paolo VI, nella seconda udienza generale dopo la pausa di luglio, Papa Francesco continua la sua catechesi sul Decalogo parlando dell’idolatria. Fa riferimento in particolare al passo biblico del Libro dell’Esodo nel quale si racconta del vitello d’oro, l’idolo per eccellenza. (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

Nel deserto si cercano gli idoli
Il Papa invita a soffermarsi sul contesto nel quale si svolge l’episodio biblico: il deserto, luogo di precarietà e insicurezza, “immagine della vita umana, la cui condizione è incerta e non possiede garanzie inviolabili”. Un’insicurezza che genera “ansie primarie” come bere e mangiare e che diventa il terreno fertile per l’idolatria.

La natura umana, per sfuggire alla precarietà, la precarietà del deserto, cerca una religione “fai-da-te”: se Dio non si fa vedere, ci facciamo un dio su misura. «Davanti all’idolo non si rischia la possibilità di una chiamata che faccia uscire dalle proprie sicurezze, perché gli idoli “hanno bocca e non parlano” (Sal 115,5). Capiamo allora che l’idolo è un pretesto per porre se stessi al centro della realtà, nell’adorazione dell’opera delle proprie mani»

Successo, ricchezza e denaro: tentazioni di sempre
La necessità di un idolo porta Aronne a creare un vitello – allora simbolo di fecondità, abbondanza, energia e forza – fatto di oro quindi rappresentazione per eccellenza della ricchezza.

Questi sono i grandi idoli: successo, potere e denaro. Sono le tentazioni di sempre! Ecco che cos’è il vitello d’oro: il simbolo di tutti i desideri che danno l’illusione della libertà e invece schiavizzano, perché l’idolo sempre schiavizza.

“Il grande lavoro di Dio- sottolinea Francesco – è togliere l’idolatria dal nostro cuore”.

Ma tutto nasce dall’incapacità di confidare soprattutto in Dio, di riporre in Lui le nostre sicurezze, di lasciare che sia Lui a dare vera profondità ai desideri del nostro cuore. Questo permette di sostenere anche la debolezza, l’incertezza e la precarietà. Senza primato di Dio si cade facilmente nell’idolatria e ci si accontenta di misere rassicurazioni.

La debolezza non è disgrazia
Eppure accogliere Gesù che “si è fatto povero per noi” è riconoscere che “la propria debolezza non è la disgrazia della vita umana, ma è la condizione per aprirsi a colui che è veramente forte”:

Per la porta della debolezza entra la salvezza di Dio (cfr 2 Cor 12,10); è in forza della propria insufficienza che l’uomo si apre alla paternità di Dio. La libertà dell’uomo nasce dal lasciare che il vero Dio sia l’unico Signore. Questo permette di accettare la propria fragilità e rifiutare gli idoli del nostro cuore.

In Cristo non c’è l’inganno luccicante
Guardare al Crocifisso, per noi cristiani, è riconoscere che in Lui “debole, disprezzato e spogliato di ogni possesso” c’è il vero volto di Dio, “la gloria dell’amore e non quella dell’inganno luccicante”:

La nostra guarigione viene da Colui che si è fatto povero, che ha accolto il fallimento, che ha preso fino in fondo la nostra precarietà per riempirla di amore e di forza. Lui viene a rivelarci la paternità di Dio; in Cristo la nostra fragilità non è più una maledizione, ma luogo di incontro con il Padre e sorgente di una nuova forza dall’alto.

Santa Teresa della Croce, martire del popolo ebraico e cristiano
Al termine dell’udienza generale, Papa Francesco ha ricordato la memoria liturgica di san Domenico di Guzman e la festa del 9 agosto di santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, compatrona d’Europa. “Martire, donna di coerenza, donna che cerca Dio con onestà, con amore – ha detto – e donna martire del suo popolo ebraico e cristiano. Che lei, Patrona d’Europa, preghi e custodisca l’Europa dal cielo. E Dio benedica tutti voi!”

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Fonte: Vatican News

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