Papa: nessuno si lavi le mani davanti alla realtà della schiavitù di oggi

Papa: nessuno si lavi le mani davanti alla realtà della schiavitù di oggi

Si celebra, ogni 2 dicembre, la Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù: ancora 40 milioni di schiavi soprattutto donne e bambini. Le cause: povertà, guerre, totalitarismi e l’estendersi del commercio mondiale

“Solleviamo il velo di indifferenza che grava sul destino di chi soffre. Nessuno può lavarsi le mani di fronte alla tragica realtà delle schiavitù di oggi. #EndSlavery”: è ciò che scrive in un suo tweet Papa Francesco in occasione della Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù che si celebra oggi.

Oltre 40 milioni di schiavi nel mondo
Quasi 70 anni dall’approvazione della Convenzione Onu (2 dicembre 1949) sulla soppressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione, ma i numeri di questa piaga sono ancora drammatici: 40,3 milioni di schiavi moderni, costretti a lavorare o a prostituirsi e un business da 354 miliardi di dollari annui. Numeri che crescono e si alimentano per colpa di regimi dittatoriali, di guerre e fame ma anche tramite il vettore del commercio globale. Infatti molti dei prodotti che acquistiamo e usiamo nella quotidianità, dagli smartphone ai cosmetici fino all’abbigliamento, sono fabbricati da uomini, donne e bambini forzati a lavorare sotto la minaccia della violenza e oltretutto in condizioni disumane.

Un fenomeno dalle forme sempre nuove
Il Global Slavery Index 2018 (GSI2018), messo a punto dalla forte collaborazione tra la Walk Free Foundation, l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), disegna uno scenario che coinvolge tristemente le stesse categorie di persone: i poveri, i disoccupati, i migranti, le donne vendute come prostitute oppure costrette a matrimoni forzati. Mentre ogni anno, annovera forme diverse e subdole di schiavitù.

Donne schiave
Stando ai dati del 2016, oltre il 70 per cento delle persone che figurano in condizione di schiavitù, è costituito da donne e ragazze, mentre negli ultimi cinque anni, sono 89 milioni le persone che hanno sperimentato una qualche forma di schiavitù moderna per periodi di tempo che vanno da pochi giorni a tutto il periodo preso in esame. Si tratta di numeri sottostimati perché si riferiscono ai dati disponibili, ma molte sono le lacune per la difficoltà di reperirne di attendibili in regioni chiave come il Medio Oriente e i Paesi arabi. Lacune che determinano l’esclusione dal rapporto di forme critiche di schiavitù moderna come il reclutamento di bambini da parte di gruppi armati e il traffico di organi.

I Paesi con più schiavi
La schiavitù, com’è noto, si nutre di guerre e totalitarismi, ecco perché il Paese con più schiavi al mondo risulta essere la Corea del Nord: qui una persona su 10 vive in schiavitù, costretta dallo Stato a lavorare per il “bene della Patria”. Seguono l’Eritrea, il Burundi, la Repubblica Centrafricana. E poi Afghanistan, Mauritania, Sud Sudan, Pakistan, Cambogia e Iran. La schiavitù non risparmia i Paesi ricchi come gli Stati Uniti, l’Australia, il Regno Unito, la Francia, la Germania, i Paesi Bassi e molti altri Paesi europei tra cui l’Italia, dove il terreno fertile per la schiavitù risulta essere il commercio oltre che i flussi migratori.

Ma che senso ha oggi parlare di schiavitù e dedicare a questa drammatica realtà una Giornata? Stefano Leszczynski lo ha chiesto a Giampietro Pettenon, presidente delle Missioni Don Bosco:

L’Africa è uno dei continenti più colpiti dal fenomeno. Suor Maria Antonietta Marchese delle Missioni Don Bosco, responsabile per 18 anni di un progetto in Benin, racconta la sua esperienza contro la schiavitù nel Paese africano:

Non scordatevi di fare clic su “MI PIACE” nella nostra pagina Facebook e di seguirci su Facebook per ricevere tutte le notizie, immagini, video e informazioni sempre aggiornate su Papa Francesco.

Fonte: Vatican News

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *