Pellegrini in Terra Santa accanto ai cristiani d’Israele

Pellegrini in Terra Santa accanto ai cristiani d Israele

“I cristiani in Israele: sfide e opportunità” è il tema del tradizionale pellegrinaggio d’inizio anno in Terra Santa, che i presuli dell’Holy Land Coordination compiono in rappresentanza di Conferenze episcopali d’Europa, del Nord America e del Sud Africa. Intervista a mons. Rodolfo Cetoloni

Un appuntamento che si ripete da vent’anni, dal 1998, promosso dalla Santa Sede, al fine di sostenere nei loro bisogni le comunità cristiane della Terra Santa, rinnovando la conoscenza, l’amicizia e la solidarietà tra le Chiese locali. Al centro dell’interesse del pellegrinaggio di quest’anno sono i cristiani che vivono in Israele, che secondo gli ultimi dati, pubblicati a gennaio 2019 dal Dipartimento centrale di statistica, sono circa 175 mila, per il 70% dislocati nel nord del Paese, in totale il 2% della popolazione.

Incontri con leader religiosi e politici
Durante il viaggio di quest’anno, previsto dall’11 al 17 gennaio, saranno toccate le città di Gerusalemme ed Haifa, oltre alcuni villaggi in Cisgiordania ed Israele, a Zababdeh, Jenin, Ikrit, Miikya. Tanti gli incontri previsti con i fedeli cattolici ma anche con le comunità ebraica e con esponenti religiosi musulmani, drusi e bahai e leader politici. Ad accogliere i presuli del Coordinamento Terra Santa saranno mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme e mons. Leopoldo Girelli, delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina.

Tra i presuli in partenza è mons. Rodolfo Cetoloni, vescovo di Grosseto, frate minore, che ha uno stretto legame con la Terra Santa, dove è stato ordinato sacerdote e che ha già partecipato tre anni fa a questo pellegrinaggio.

R. – Torno dove tutti siamo nati e dove io ho veramente il cuore. L’attesa è quella di conoscere più direttamente dalla testimonianza delle varie comunità e delle persone che incontreremo la situazione attuale sia da un punto di vista religioso che civile, del lavoro ed anche della speranza perché la situazione da anni è difficile… Quindi vogliamo condividere con loro le tre “p”, quella del pellegrinaggio anche per favorire i viaggi in Terra Santa, quella della preghiera tra noi vescovi e le comunità cristiane locali e quella della pressione da fare attraverso i colloqui e gli incontri e poi i contatti che i vescovi possono avere nei loro Paesi perché si affermino i diritti umani, la libertà religiosa e si evidenzino anche le difficoltà e i problemi materiali che vivono talvolta i cristiani e le minoranze, perché possano essere aiutati. Un’altra “p” che va aggiunta al tema quest’anno, è quella della presenza, perché è la prima testimonianza di quel legame che la Chiesa universale continua ad avere con i cristiani di Terra Santa, sia perché riconosciamo lì dei fratelli sia per le radici che abbiamo in loro ma anche per far sentire loro che non sono solo un ricordo, un legame lontano a cui si mandano gli aiuti…

Quindi i frutti di questo pellegrinaggio sono previsti maturare anche nel dopo, nel rientro?

R. – Certo, perché ognuno va a nome delle proprie Chiese e riferirà. La Conferenza episcopale italiana è molto legata alla Terra Santa. Tutti i vescovi, quasi tutti gli anni cercano di organizzare nelle proprie diocesi dei pellegrinaggi e questo crea legami, crea incoraggiamento e poi permette anche di mantenere quei legami che già ci sono attraverso gemellaggi, borse di studio, progetti di aiuto che nascono in momenti di entusiasmo e contatto, ma poi c’è da dare una continuità a questi progetti perché da un momento all’altro anche certe situazioni sociali cambiano e anche certe situazioni economiche hanno bisogno di essere tenute sotto controllo. In alcuni momenti certe fonti vengono a mancare ed è bene che la Chiesa universale si renda conto se qualche istituzione ha bisogno di aiuto perché non ne riceve più da altre realtà.

Lei ha detto: “non abbiamo uno scopo politico in questo pellegrinaggio”, però certamente gli incontri di fraternità con autorità locali e con comunità ebraiche daranno anche queste un frutto dai risvolti sociali…

R. – Lo speriamo! L’incontro dà sempre dei frutti quando c’è un ascolto reciproco e quando anche si presentano situazioni di difficoltà che forse hanno bisogno di tramiti, come può essere il nostro Holy land coordination: cioè far presente queste realtà in un clima di dialogo ma anche di chiara difesa dei diritti umani e di presa di posizione non politica ma umana, con il peso che può avere realmente la testimonianza delle comunità cristiane, delle Conferenze episcopali delle varie parti del mondo. E’ un lavoro gradito a tutte le parti e quindi spero che abbia qualche frutto. Certo, sono frutti lenti perché i ‘pesi’ delle scelte politiche fatte altrove sono molto forti alcune volte. Quindi se il lavoro della conoscenza, dello stabilire rapporti, della presa di coscienza, anche del chiedere che certe realtà deboli vadano difese, entra anche nel cuore di più persone, questo avrà un suo frutto.

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Fonte: Vatican News

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