Perù, salgono i contagi. La Chiesa istituzione guida contro la pandemia

Perù, salgono i contagi. La Chiesa istituzione guida contro la pandemia
Un Paese che ha reagito presto agli allarmi ma la popolazione non è stata altrettanto capace di rispondere. A Lima il maggior numero dei contagi, e al sud la situazione più grave. Sostegno morale e materiale hanno fatto della Chiesa una protagonista fondamentale commenta ai nostri microfoni Franklin Ibanez, professore di Filosofia a Lima

Dopo il Brasile, il Perù, insieme al Messico, è il Paese in America Latina con maggior numero di contagi da coronavirus, con oltre 371 mila casi confermati e circa 17.700 morti. Il settimo nella triste classifica mondiale. La situazione da quattro mesi non accenna a ridimensionarsi anche se il Paese reagisce bene a livello di ricerca e di sistema sanitario. La ministra della Sanità, Pilar Mazzetti, ha annunciato infatti che nel giro di due settimane il Perù disporrà di capacità proprie per la realizzazione dei test molecolari rapidi, e questo permetterà di accorciare i tempi di conferma delle persone infettate dal coronavirus. La prudenza è d’obbligo nei comportamenti di tutti, ha raccomandato la ministra, che non prevede la realizzazione di un vaccino prima della metà del 2021.

“A metà marzo pensavamo che in un mese ne saremmo usciti – racconta ai nostri microfoni Franklin Ibanez, professore di Filosofia all’Universidad Nacional Mayor de San Marcos, a Lima – invece poi questo non accadeva e allora in moltissimi hanno cominciato a migrare nelle campagne. In autostrada c’erano migliaia di persone a piedi che tentavano di fuggire dalle città. Teoricamente si starebbe meglio in campagna, ma tanti hanno ormai impostato la loro vita nella capitale o in altre città più piccole. Non è facile. Durante il lockdown vedevi un sacco di persone in strada che chiedevano da mangiare, considerato anche che negli ultimi due anni qui è arrivato un milione di venezuelani, proveniente già da condizioni gravissime”.

L’indice di povertà è salito alle stelle
“A Lima si dice che la metà ha perso il lavoro”, sottolinea Ibanez. “L’economia informale, già d’abitudine molto diffusa nel Paese, tanto che il 70% lavora in nero, ora è l’unica possibilità di sopravvivenza. Sono tantissime le persone che vendono per strada alcol, mascherine…”. Ieri la riapertura del celebre sito di Machu Picchu, conosciuto in tutto il mondo, ma chi realmente potrà andarci? “Per noi il turismo è un’attività fondamentale, ma io vedo molto male la situazione”.

Il dramma delle speculazioni
Un risvolto amaro della pandemia sembra essere stata la speculazione da parte di alcune cliniche e aziende che “hanno approfittato del virus per alzare i prezzi e guadagnarci. Dall’altra parte, un aspetto bello è il fatto che la solidarietà è risalita”. Ibanez loda l’operato della Chiesa cattolica nel Paese, l’istituzione che meglio ha saputo affrontare la situazione, a detta anche di molti giornalisti, sia dal punto di vista morale che materiale. E cita l’esempio di tanti vescovi che, soprattutto nella regione amazzonica, dove lo sviluppo non è arrivato ma la malattia sì, sono stati i primi a darsi da fare con campagne di solidarietà per provvedere a trovare respiratori, per esempio.

La sfida dell’istruzione online
Da docente, Ibanez lamenta il fatto che le strutture per l’insegnamento non erano pronte ad usare le piattaforme online: “E’ stata una grande sfida per noi. Il governo ha detto che il prossimo anno sarà interamente virtuale. Stiamo ancora imparando, la tecnologia per noi non era la migliore. Poi c’è da considerare che più della metà delle famiglie non ha un computer a casa. Usare il telefonino o la tv non è la stessa cosa. Il governo darà qualche tablet ma non è abbastanza. Quindi ci saranno delle disuguaglianze sociali non trascurabili”.

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Fonte: Vatican News

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