Preghiera per le vocazioni: promessa di bene e assunzione di responsabilità

Preghiera per le vocazioni: promessa di bene e assunzione di responsabilità

Nel messaggio per la 56.esima Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, l’appello del Papa a “non rimanere sordi alla chiamata di Dio“. Per don Alessandro Mancini “bisogna rivedere strumenti e modalità con cui parliamo di vocazione”.

Si celebra oggi in tutte le diocesi del mondo la Giornata di Preghiera per le Vocazioni, istituita nel 1964 da San Paolo VI per chiedere al Signore più vocazioni. Stando agli ultimi dati disponibili, nel 2016 in tutto il mondo i seminaristi e i sacerdoti erano 700 in meno rispetto all’anno precedente.

Il tema della Giornata di quest’anno
“Il coraggio di rischiare per la promessa di Dio” è il tema di quest’anno scelto da Papa Francesco che, per l’occasione, ha scritto un messaggio in cui ricorda come “grazie al battesimo tutti i cristiani hanno una vocazione”, che in ognuno trova un modo personale di esprimersi. “Per ciascuno Dio desidera che la sua vita sia piena e non prigioniera dell’ovvio e delle abitudini quotidiane”, continua Francesco. “Ci vuole il coraggio di rischiare per non rimanere sordi alla chiamata di Dio, che è prima di tutto offerta per un progetto di vita e promessa di bene e di felicità”. Il Papa ricorda ancora che nell’incontro profondo con il Signore è possibile sentire il fascino di una chiamata a donare tutto di sé mediante una vita consacrata o sacerdotale per continuare l’opera stessa di Gesù.

Lo stato delle vocazioni in Italia
Ma qual è la situazione attuale delle vocazioni in Italia? Don Alessandro Mancini, referente territoriale per il Lazio dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale delle vocazioni, ci spiega che il problema principale non è quello dei numeri:

R. – Se parliamo in termini numerici si può parlare di crisi. Credo però anche che dobbiamo uscire un po’ dalla logica del numero come unico parametro, io piuttosto parlerei di qualcos’altro. Parlerei anche dei modi con i quali oggi ci si approccia alla fede e alla crisi, che un po’ più in generale, riguarda la progettualità della vita. In questo senso, parlare di pastorale vocazionale significa riprendere in mano una modalità secondo la quale guardare alla propria vita, come la si progetta e come la si può far ripartire da uno sguardo di fede. In questo senso, mi sembra quindi che ci sia un terreno fertile, un terreno che necessita di un nostro intervento e di una nostra presenza. Più che guardare alla crisi, guarderei, quindi, all’opportunità che ci si presenta e a come oggi siamo interpellati a rispondere a questa istanza.

Qual è il compito dell’Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni e come lo state svolgendo?

R. – Il compito è quello di accompagnare tutte quelle persone che si trovano in un cammino di ricerca della propria vocazione, di aiutarli a leggere la propria vita come una risposta a qualcuno che chiama ed a accompagnare quelli che in particolare scoprono di aver dentro di sé questa chiamata. Quello che cerchiamo di fare è, poi in maniera più ampia, promuovere quella che noi chiamiamo ‘cultura vocazionale’, cioè quel modo di leggere la propria vita come risposta alla vita stessa. Quel modo di leggere la propria vita come risposta prima di tutto alla nostra esistenza – che noi crediamo esserci data da Dio -, ma poi anche come missione, come responsabilità che ci è affidata da Lui. Vediamo questo non come un fatto scontato. Anche cristiani impegnati non è scontato che leggano la propria vita come una risposta ad una chiamata, quindi come un compito ulteriore che ci viene affidato da Dio. Quello che cerchiamo di fare è promuovere la lettura o la rilettura della propria vita in questi termini con quello che ne consegue, quindi anche da un punto di vista spirituale. Cerchiamo di promuovere questa visione e di far riflettere su questa realtà.

Anche nella sua ultima Esortazione “Christus vivit”, Papa Francesco fa riferimento alla vocazione come chiamata all’amicizia con Gesù che si concretizza nel servizio missionario verso gli altri. I giovani talvolta sono sordi a questa chiamata. Come mai?

R. – Credo che la chiamata ci sia sempre, come dice anche il Papa; il Signore non ha mai smesso di chiamare. Forse, noi abbiamo bisogno come Chiesa, e credo che sia anche nostro compito, quello di dare ai giovani, da una parte gli strumenti per poter intercettare questa chiamata e dall’altra di sperimentare anche linguaggi che loro possano comprendere. In tal senso appare necessario rivedere anche le modalità con le quali noi parliamo di vocazione, come la proponiamo, e scoprire che magari alcuni linguaggi che ci sono propri, alcune immagini che a noi sono familiari, possono non esserlo per la generazione attuale. Sta a noi mediare questo incontro tra Gesù e i ragazzi, e comunque in generale con l’uomo, a cui Dio vuole rivolgersi.

Sono previsti eventi o incontri di preghiera su questa importante tematica? Che cosa chiedere a Dio in questa Giornata?

R. – In tutte le diocesi questa Giornata viene celebrata in modo originale, creativo per ciascuna realtà. La domanda da fare, naturalmente, è quella di mandare le vocazioni; il Signore ci ha raccomandato di pregare per le vocazioni. Però credo anche – e lo si evince anche da ciò che il Papa ha scritto nel messaggio legato a questa Giornata – che insieme alla domanda di vocazioni, bisogna anche domandare al Signore che ci siano persone che si spendano per l’accompagnamento, anche personale dei giovani. Di questo c’è una grande necessità e nello stesso tempo anche un gran bisogno di formarsi. Per cui chiedere al Signore anche il coraggio di spendersi per la formazione e l’accompagnamento dei giovani, di coloro che si fanno voce di Dio nel chiamare, coloro che si fanno eco di questa voce nel chiamare. Quindi direi questo: pregare per le vocazioni, ma pregare anche perché ci siano persone che nelle varie comunità ecclesiali si facciano carico di questa proposta.

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Fonte: Vatican News

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