Proteste in Madagascar: missionario, troppa insicurezza per la gente

Proteste in Madagascar: missionario, troppa insicurezza per la gente

Intervista con padre Bruno Dall’Acqua, missionario carmelitano nel Paese africano. Spiega i motivi delle manifestazioni, mentre l’Onu invia un emissario

Ancora tensioni in Madagascar dopo una settimana di manifestazioni ad Antananarivo portate avanti dall’opposizione che chiede le dimissioni del presidente Hery Rajaonarimampianina, accusato di “saccheggiare le ricchezze del Paese”, aver cambiato la legge elettorale a favore del governo ed essere responsabile dei due manifestanti morti durante le proteste.

Il fronte dell’opposizione
A guidare l’opposizione sono i due ex presidenti, Marc Ravalomanana, che ha guidato il Paese dal 2002 al 2009, e Andry Rajoelina, al potere dal 2009 al 2014: entrambi vorrebbero ricandidarsi alle elezioni previste per la fine dell’anno, mentre Rajaonarimampianina non si è ancora pronunciato. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha deciso di inviare sull’isola dell’Oceano Indiano il suo consigliere speciale, Abdoulaye Bathily, per seguire da vicino la crisi.

Proteste a rischio degenerazione
La situazione “potrebbe aggravarsi” ulteriormente anche se fortunatamente per ora sembra circoscritta alla capitale, dice padre Bruno Dall’Acqua, missionario carmelitano a Mahajanga, nel nord del Paese. “Anche i vescovi sono molto attenti a ciò che accade, cercando di capire cosa si può fare affinché la situazione non degeneri”, riferisce il carmelitano che non nasconde come ci sia “molto malcontento” tra la gente. A innescare la tensione, spiega, “è stata la nuova legge elettorale, votata con molte difficoltà”, in base alla quale “Ravalomanana sarebbe escluso dalla consultazione e ci sarebbe incertezza anche per l’altro esponente dell’opposizione”, Rajoelina. Al momento il testo è all’esame “della Corte costituzionale”.

Un aiuto alla popolazione
La popolazione intanto continua a vivere nell’“insicurezza”, in molte zone la realtà è “drammatica”, c’è “molta povertà”: “un piccolissimo gruppo di persone si arricchisce con le risorse del Paese, per interessi personali, soprattutto i politici”. E tante persone non hanno accesso ai servizi sanitari e ospedalieri, perlopiù a pagamento. Per questo padre Bruno porta avanti a Mahajanga il progetto di costruzione dell’ospedale dedicato a San Giovanni Paolo II: “grazie all’aiuto della Conferenza episcopale italiana abbiamo realizzato diversi progetti; è già in funzione da tre anni la scuola per paramedici, mentre la costruzione dell’ospedale è ancora in corso. Per la fine di quest’anno speriamo di avviare un primo funzionamento, per poi completare il progetto – conclude – nel giro di due anni”.

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Fonte: Vatican News

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