Quaresima, padre Cantalamessa: Giovanni e Paolo, due sguardi sul mistero di Cristo

Quaresima, padre Cantalamessa: Giovanni e Paolo, due sguardi sul mistero di Cristo
Il mondo fibrilla per l’immagine del buco nero nell’universo che conferma la teoria della relatività di Einstein. Un evento epocale, dice il predicatore pontificio padre Cantalamessa, ma c’è un’altra relatività infinitamente più importante: Dio

Giovanni e Paolo, due diversi riflessi della fede di due momenti storici diversi. Una dicotomia che si compone e che aiuta a comprendere il Nuovo Testamento e la storia della Teologia, superando “l’errore fatale” di vedere una divisione “nell’origine stessa del cristianesimo”. E’ il punto di partenza e filo rosso che attraversa la Quinta Predica di Quaresima di padre Raniero Cantalamessa, alla presenza di Papa Francesco e dei membri della Curia Romana:

Le due prospettive, la paolina e la giovannea, pur fondendosi insieme (come avviene nel Credo Niceno-Costantinopolitano), conservano la loro diversa accentuazione, come due fiumi che, confluendo uno nell’altro, conservano per lungo tratto il diverso colore delle loro acque. La teologia e la spiritualità ortodossa si fonda prevalentemente su Giovanni; quella occidentale (la protestante più ancora di quella cattolica) si fonda prevalentemente su Paolo.

Giovanni e Paolo: due sguardi diversi sul mistero
Due sguardi sul mistero di Cristo a partire da due approcci differenti e che riflettono due momenti storici diversi:

Per Paolo, al centro dell’attenzione non c’è tanto la persona di Cristo, intesa come realtà ontologica, c’è piuttosto l’operato di Cristo, e cioè il suo mistero pasquale di morte e risurrezione. La salvezza non sta tanto nel credere che Gesú è il Figlio di Dio venuto nella carne, quanto nel credere in Gesú “morto per i nostri peccati ed è risorto per la nostra giustificazione” (cf. Rom 4, 25). L’evento centrale non è l’incarnazione, ma il mistero pasquale (…) Giovanni, fa un salto decisivo all’indietro e colloca l’inizio della vicenda di Cristo non più nel tempo ma nell’eternità: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il verbo era Dio”.

La croce, sapienza e potenza di Dio
Proseguendo nella meditazione, padre Cantalamessa parla “del Cristo di Paolo che sulla croce cambia il destino dell’umanità”. Citando la Prima Lettera ai Corinzi, introduce “la novità nell’agire di Dio”:

L’Apostolo parla di una novità nell’agire di Dio, quasi un cambio di passo e di metodo. Il mondo non ha saputo riconoscere Dio nello splendore e nella sapienza del creato; allora egli decide di rivelarsi in modo opposto, attraverso l’impotenza e la stoltezza della croce. Non si può leggere questa affermazione di Paolo senza ricordare il detto di Gesú: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11, 25).

Attraverso citazioni di Lutero, Karl Barth e Benedetto XVI, padre Cantalamessa ritorna alle parole dell’apostolo delle Genti che, nella Lettera ai Romani, si esprime sul significato della croce di Cristo:

“Quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rom 5, 6-8).

Il Dio cristiano, illimitata potenza nel nascondimento
“Ma che cosa è avvenuto di tanto importante nella croce di Cristo da farne il momento culminante della rivelazione del Dio vivente della Bibbia?” con questa domanda, il predicatore pontificio spiega la frase del teologo Barth, “con tutto quello che sopporta, Dio convince gli uomini del suo straordinario amore per loro e li attira nuovamente a sé”:

La creatura umana cerca istintivamente Dio nella linea della potenza. Il titolo che segue il nome di Dio è quasi sempre “onnipotente”. Ed ecco che, aprendo il Vangelo, siamo invitati a contemplare l’impotenza assoluta di Dio sulla croce. Il Vangelo rivela che la vera onnipotenza è la totale impotenza del Calvario. Ci vuole poca potenza per mettersi in mostra, ce ne vuole molta invece per mettersi da parte, per cancellarsi. Il Dio cristiano è questa illimitata potenza di nascondimento di sé!

La nostra risposta
Padre Cantalamessa propone un’ulteriore domanda a cui risponde citando il Vangelo e lo stesso Paolo:

Quale sarà la nostra risposta di fronte al mistero che abbiamo contemplato e che la liturgia ci farà rivivere nella settimana santa?” La prima e fondamentale risposta è quella della fede. Non una fede qualsiasi, ma la fede mediante la quale ci appropriamo di ciò che Cristo ha acquistato per noi. La fede che “rapisce” il regno di Dio (Mt 11,12). L’Apostolo conclude il testo da cui siamo partiti con queste parole: Cristo Gesú […] per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore” (1 Cor 1, 30-31).

L’esortazione di San Paolo
Per vivere davvero e profondamente la Pasqua, padre Cantalamessa rammenta l’esortazione di San Paolo a “spogliarsi dell’uomo vecchio e a “rivestirsi di Cristo”, operazione da fare mediante la fede:

Uno si mette davanti al crocifisso e, con un atto di fede, consegna a lui tutti i propri peccati, la propria miseria passata e presente, come chi si spoglia e getta nel fuoco i propri stracci sporchi. Poi si riveste della giustizia che Cristo ha acquistato per noi; dice, come il pubblicano nel tempio: “O Dio abbia pietà di me peccatore!, e se ne torna a casa come lui “giustificato” (cf. Lc 18, 13-14). Questo sarebbe davvero un “fare la Pasqua”, realizzare il santo “passaggio”!

L’imitazione di Cristo
E’ nella concretezza delle relazioni d’amore che il predicatore della Casa pontificia prosegue:

Nella creazione, Dio ha dimostrato il suo amore per noi riempiendoci di doni: la natura con la sua magnificenza fuori di noi, l’intelligenza, la memoria, la libertà e tutti gli altri doni dentro di noi. Ma non gli è bastato. In Cristo ha voluto soffrire con noi e per noi. Succede così anche nei rapporti delle creature tra di loro. Quando sboccia un amore, si sente subito il bisogno di manifestarlo facendo regali alla persona amata. È quello che fanno tra di loro i fidanzati. Sappiamo però come vanno le cose: una volta sposati, emergono i limiti, le difficoltà, le differenze di carattere. Non basta più fare regali; per andare avanti e mantenere vivo il proprio matrimonio, occorre imparare a “portare i pesi l’uno dell’altro” (cf. Gal 6,2), a soffrire l’uno per l’altro e l’uno con l’altro.

Come nel matrimonio, l’imitazione dell’agire di Dio riguarda anche i consacrati. Grande esempio, ricorda padre Cantalamessa, quello offerto da Madre Teresa di Calcutta, nella quale “si vede cosa significa passare dal fare le cose per Dio, al soffrire per Dio e per la Chiesa”. Un traguardo difficile “ma per fortuna – conclude il padre – Gesú sulla croce non ci ha dato solo l’esempio di questo genere nuovo di amore; ci ha meritato anche la grazia di farlo nostro, di appropriarcene mediante la fede e i sacramenti. Erompa perciò dal nostro cuore, durante la Settimana Santa, il grido della Chiesa: Ti adoriamo e ti benediciamo, o Cristo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo”.

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Fonte: Vatican News

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