RD Congo: nuova epidemia di Ebola nella parte nord occidentale del Paese

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La Repubblica Democratica del Congo si trova ad affrontare una nuova epidemia di Ebola, che va a peggiorare una situazione sanitaria già molto precaria a causa della pandemia del Coronavirus, che fino ad oggi conta oltre 3000 contagiati nel Paese a cui si era aggiunta anche un’epidemia di morbillo. In particolare questa volta è stata colpita la Provincia di Équateur, nella parte nord-occidentale

Il Governo ha confermato la morte di cinque persone tra cui una quindicenne a Mbandaka, la capitale della Provincia di Équateur, nella parte nord-occidentale del Paese africano. I decessi sono avvenuti tra il 18 e il 30 maggio. Altre quattro persone che hanno contratto il virus e attualmente sono in cura in un’unità di isolamento presso l’ospedale della città. Questo ritorno a sorpresa dell’Ebola, arriva proprio mentre la Repubblica Democratica del Congo si avvicinava alla fine dell’attuale epidemia nella parte orientale del Paese, dove sono morte 2.134 persone e colpite 3.317. Questa grave malattia ha un tasso di mortalità tra il 50 e il 60%, ma può raggiungere il 78% tra i bambini sotto i cinque anni.

Una situazione socio-sanitaria molto fragile
“È un Ppaese debolissimo fuori controllo – spiega don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm – ed è difficilissimo lavorare nelle zone rurali e periferiche, così come è difficile questa città Mbandaka, una città di un milione di abitanti. Quello che sappiamo è che c’è stato questo nuovo focolaio stranissimo, perché in questa zona non sembra che ci siano mai stati episodi di Ebola. Si tratta per adesso di numeri limitati, sei casi accertati, l’OMS in quella zona è presente, perché proprio in quella città esiste anche un istituto nazionale di ricerca biomedicale e quindi questo ha fatto sì che i primi casi siano stati identificati non dico subito, ma abbastanza precocemente. Preoccupa perché è un Paese dove il sistema sanitario è veramente debole, e il fatto che sia l’undicesima volta che scoppia un’epidemia nonostante si sia intervenuti anche con il vaccino. Ci sono stati 2200 morti in quell’area quindi si sa che il virus c’è”.

Quanto questa epidemia va ad aggravare una situazione già molto precaria?

R – Aumenta il disagio sociale e quindi l’instabilità… Quando succedono queste situazioni la popolazione si sente ulteriormente abbandonata ed è per questo che diventa molto importante la presenza di chi è sul campo. L’altro elemento che non aiuta e aggrava questa fase dell’epidemia di Ebola è che il Paese a causa della pandemia del coronavirus ha messo in atto le misure di lockdown, e questo da una parte è stato necessario ma dall’altra ha aggravato una situazione sociale che dove il 50% della popolazione sopravvive alla giornata con piccoli lavori. Per cui per esempio nell’ultimo mese questi scontri sociali sono aumentati proprio perché la gente si è ribellata allo stesso lockdown. Questa doppia situazione di emergenza sanitaria, purtroppo alimenta ulteriormente quel disagio sociale che provoca poi quella insicurezza di cui vediamo poi le tragiche conseguenze.

Ma c’è un modo di bloccare questa epidemia che torna ciclicamente a colpire questo Paese?

R – Si assolutamente! Ma ci sono molti problemi. Prima di tutto il Congo ha a disposizione solo 15 dollari pro capite all’anno per la salute, cioè parliamo di risorse disponibili veramente scarse. E questo crea un sistema sanitario debolissimo. Allora da una parte c’è un sistema sanitario che va rafforzato nel suo insieme, altrimenti quando capitano queste epidemie si può fare pochissimo. E poi ci sono anche delle misure concrete che è importante seguire per evitare che l’epidemia si espanda. La prima misura è quella di fare un triage nelle strutture sanitarie. Per esempio nel caso di Ebola controllare con un termometro la temperatura delle persone, prima di entrare nell’ospedale, e se si identifica un paziente con febbre e altri sintomi riconducibili all’Ebola, è importantissimo isolarlo e metterlo in queste tende separate ma vicine all’ospedale, di modo che quei casi sospetti rimangano lì, così che i pazienti che hanno bisogno delle cure normali, possano accedere all’ospedale senza la paura di essere contagiati a loro volta. Queste misure di sicurezza valgono sia per il paziente ma anche per gli operatori sanitari. Poi l’altra misura fondamentale è il tracciamento dei contatti. Cioè quando tu hai un paziente sospetto prima fai la diagnosi e poi gli esami e se la malattia viene confermata, devi andare a ricercare tutti i contatti che ha avuto, in modo che isoli anche quelle persone e cerchi di contenere in questa maniera l’epidemia. Ovvio che se vivi in un paese un po’ strutturato riesci a seguire queste procedure, ma se è molto debole anche queste misure che sembrano semplici diventano complicate. Ma devono essere comunque fatte in qualche modo, perché altrimenti può diventare veramente un vero disastro.

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Fonte: Vatican News

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