“Resistere per esistere”: padre Maccalli racconta la sua lunga prigionia

"Resistere per esistere": padre Maccalli racconta la sua lunga prigionia

“Il futuro sarà come Dio vorrà”: guarda a quanto vissuto e meno a quanto lo aspetta, il missionario, originario della provincia di Crema, liberato l’8 ottobre scorso dopo la prigionia iniziata nel 2018 per mano di jihadisti tra Niger e Mali. Lo fa in un colloquio con l’agenzia Fides in cui cita anche la Radio Vaticana e la possibilità avuta, attraverso le sue frequenze, di ascoltare la voce del Papa “boccata di ossigeno” nell’oscurità della prigionia

Il silenzio, la missione, la morte, la preghiera: è un fiume in piena, emozionante, padre Pierluigi Maccalli nell’intervista – la prima dopo il suo rilascio l’8 ottobre scorso – concessa all’agenzia Fides. Il missionario, 59 anni, della Società Missioni africane, rapito nel settembre di due anni fa in Niger, è ora nella sua casa di Madignano in provincia di Crema, tra i familiari, i cittadini e i confratelli che, con la forza della preghiera, lo hanno sostenuto a distanza e oggi sono per lui la conferma che “la Missione è nelle mani di Dio, è Missio Dei”.

La testimonianza che ne emerge è quella di un missionario totalmente affidato alle mani del Padre, che ha pregato e continua a pregare per i suoi carcerieri e che ha ancora bisogno di tempo per capire cosa questa vicenda significherà per la sua vita”. “Portato via in ciabatte e in pigiama”, “considerato un ‘kafir’, impuro, e condannato all’inferno”, il missionario riassume in due verbi il tempo della prigionia: “resistere per esistere”. “L’unico mio sostegno è stata la preghiera semplice del mattino e della sera che ho imparato in famiglia dalla mamma e il rosario della nonna come preghiera contemplativa”. Un lungo periodo di “silenzio, di purificazione, di ritorno alle origini e all’essenziale” e tante domande: “ho gridato come sfogo e lamento verso Dio: dove sei? perché mi hai abbandonato? Fino a quando Signore? Sapevo e so che Lui c’è! Ma so che Dio lo si vede di spalle, ora che sono libero, tornato a casa sto cominciando a capire”.

“L’unico mio sostegno è stata la preghiera semplice del mattino e della sera”

Dalla Radio Vaticana la voce del Papa: una boccata di ossigeno
Due lunghi anni in cui non sono mancati quelli che padre Gigi definisce “doni”, “soffi dello Spirito Santo”. Come quello giunto il giorno della Pentecoste 2020. Dal 20 maggio, in cui era entrato in possesso di una radiolina, racconta, “ho potuto ascoltare ogni sabato il commento al Vangelo della domenica da Radio Vaticana. Una volta anche la Messa in diretta… era proprio la messa di Pentecoste 2020”. Il momento è speciale, l’omelia del Papa è “una boccata di ossigeno”. “Quella mattina – racconta – con mia grande sorpresa ascolto in italiano papa Francesco, avvicino l’orecchio e sintonizzo meglio la radio e mi ritrovo all’inizio della messa di Pentecoste in comunione con il Papa, la chiesa e il mondo. Mi dico “oggi sono nella Basilica di san Pietro a Roma e al tempo stesso in missione in Africa. Ascolto con un po’ di commozione le letture e il vangelo che mi richiamano la parola-motto della mia ordinazione sacerdotale, il brano del Vangelo di GIovanni (Gv 20): ‘Come il padre ha andato me anch’io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo'”.

“La missione non è solo ‘fare’, ma silenzio e fondamentalmente è Missio Dei”

Missionario dal profondo del cuore
Per due anni, la preghiera non è mai cessata dunque tra le mani, sulle labbra, nel cuore di padre Gigi, anche in assenza dell’Eucaristia, e questa è stata la sua salvezza. “Ogni giorno e in specie ogni domenica dicevo le parole consacratorie ‘questo è il mio corpo offerto, ‘pane spezzato per il mondo e l’Africa. Nella preghiera mattutina pregavo un inno francese…e terminavo aggiungendo –’ non ho altra offerta che l’offerta della mia vita’. Ogni domenica mi davo un bravo evangelico da meditare specie in occasione dei tempi forti di Avvento-Natale e Quaresima-Pasqua. Timore di essere ucciso? “Una sola volta – risponde padre Gigi – ho ricevuto espressamente una minaccia… anzi una promessa di una pallottola in fronte”, invece ” mi sono sempre sentito missionario anche coi piedi incatenati, direi ‘missionario dal profondo del cuore’ . Spesso camminavo sulle piste di Bomoanga-Niger . Il mio corpo era prigioniero delle dune di sabbia, ma il mio spirito andava per i villaggi che nominavo nella mia preghiera e ripetevo anche i nomi dei miei collaboratori e di tante persone e giovani che porto nel cuore specialmente i bambini malnutriti e ammalati di cui mi sono occupato e tanti tanti volti che sono presenza viva nel mio cuore ferito. Mi sono reso conto che la missione non è solo ‘fare’, ma silenzio e fondamentalmente è Missio Dei, è opera del Signore”.

Il futuro è nelle mani di Dio
Oggi non c’è rancore verso chi lo ha tenuto prigioniero solo “molta tristezza” per quelli che padre Pierluigi definisce “giovani indottrinati da video di propaganda”, che “non sanno quello che fanno” e ai quali. anzi, prima del rilascio. ha augurato in francese di “rendersi conto un giorno che siamo tutti fratelli”. L’intervista si chiude con lo sguardo al domani, un domani che il missionario si augurava sorgesse ogni giorno, durante la prigionia, e che oggi consegna nelle mani di Dio: “ad ogni tramonto dicevo ‘speriamo domani’. Poi al sorgere del sole riprendevo il mio rosario e continuavo a ritmare la mia giornata con i soliti gesti quotidiani giorno dopo giorno. Il futuro appartiene a Dio, ora mi gusto il ritorno a casa, questo è il mio presente”.

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Fonte: Vatican News

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