Si è spento Eugenio Ravignani, vescovo emerito di Trieste, uomo di dialogo e carità

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Aveva 87 anni. Membro della Commissione episcopale della Cei per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso, ha promosso i rapporti con le varie comunità religiose del suo territorio. Nel 2008 ha celebrato la Messa per la Beatificazione di don Francesco Bonifacio, ucciso dai miliziani di Tito perché sacerdote

Si è spento ieri in tarda serata, dopo una lunga malattia, mons. Eugenio Ravignani, vescovo emerito di Trieste: aveva 87 anni. Nato nella città istriana di Pola il 30 dicembre 1932, si trasferì nella diocesi di Trieste nel ’46.

Dopo un periodo di formazione presso il liceo classico del seminario di Vittorio Veneto, completa gli studi di Teologia a Trieste e il 3 luglio 1955 viene ordinato sacerdote. San Giovanni Paolo II lo nomina vescovo di Vittorio Veneto e viene consacrato a Trieste nella cattedrale della città il 24 aprile 1983. Papa Wojtyla lo chiama nel 1997 a guidare la Diocesi di Trieste.

Assume vari incarichi: membro della Commissione episcopale della Cei per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso, membro della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università, vice presidente della Conferenza episcopale triveneta dal 2000 al 2009, membro della Commissione episcopale per la Facoltà Teologica del Triveneto con la delega per gli Istituti teologici regionali. Nel 2009, assume il titolo di vescovo emerito di Trieste per raggiunti limiti di età.

Come motto episcopale aveva scelto una frase tratta dalla prima Lettera di San Pietro “Donec dies elucescat” (“Fino a quando non spunti luminoso il giorno”, 1 Pt 1,19).

È stato un uomo mite e gentile, sempre attento alle persone e al dialogo, in particolare con le varie comunità religiose presenti nel territorio. L’attuale vescovo di Trieste, l’arcivescovo Giampaolo Crepaldi, lo ricorda “per la sua grande carità, il suo amabile e arguto sorriso, la sua pazienza e delicatezza nei rapporti”.

Il 4 ottobre 2008 nella cattedrale di San Giusto a Trieste, Ravignani aveva celebrato la Messa per la Beatificazione di don Francesco Bonifacio, torturato, ucciso e gettato in una foiba dai miliziani di Tito l’11 settembre del 1946, all’età di 34 anni. In quell’occasione, aveva ricordato, in una intervista alla Radio Vaticana, la figura di questo sacerdote:

R. – Il ricordo è impresso tanto nel cuore del nostro presbiterio, come nel cuore della nostra gente. Un ricordo che non si può cancellare, soprattutto perché si tratta di un uomo che è vissuto nella più assoluta semplicità ed umiltà. Certo, è morto ucciso nel 1946, e quindi, sono passati tanti anni, ma sono anni in cui la nostra diocesi, che allora comprendeva parte dell’Istria, ha sofferto, come tutta la realtà che ci sta attorno oltre confine, di una persecuzione anticristiana.

D. – Perché è stato ucciso don Bonifacio?

R. – Soprattutto per il suo essere sacerdote. Quello che in una persecuzione sostenuta da una ideologia atea voleva imporre era la scristianizzazione della nostra gente. Si voleva imporre l’ateismo, si proibiva di entrare nelle chiese, si proibivano i matrimoni religiosi, chi era in qualche modo legato ad una certa struttura non poteva evidentemente nemmeno battezzare i figli. Quest’uomo invece continuava in una piccola realtà fatta di casolari dispersi a riunire la sua gente, con un’educazione fortemente legata al Vangelo, un’educazione alla Messa domenicale e all’Eucaristia, e poi soprattutto riuniva i giovani in un’esperienza cristiana, coinvolgendoli in particolare nell’Azione Cattolica. Quindi, è diventato un prete evidentemente scomodo, che veniva a contrastare un disegno che, in quel momento, si stava realizzando purtroppo.

D. – Per tanto tempo non si è parlato del suo martirio e di tanti altri di quel periodo, perché?

R. – Nei nostri ambienti di Chiesa, evidentemente se ne è parlato. C’erano altre situazioni, di carattere politico internazionale, che chiedevano ad altri alcune resistenze, alcune prudenze, ed io dico anche alcuni silenzi. Per cui oggi le cose possono essere molto più chiare, possono essere dette con maggiore apertura, alla comprensione anche di chi in quei momenti è vissuto in una situazione di particolare difficoltà e di terrore.

D. – Qual è stata la santità di don Bonifacio?

R. – Io dico la santità ordinaria di un prete che vive pregando, che vive per la sua gente, che vive predicando il Vangelo e attuandolo, che vive in povertà, e che corona tutto questo. Un vecchio sacerdote che è stato anche mio parroco mi diceva che incarnava tutto questo in una faccia da fanciullo: semplice, umile, diremmo, in qualche maniera, talmente buono da sembrare che non potesse nemmeno sospettare che qualcuno gli potesse fare del male.

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Fonte: Vatican News

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