Siria: 28 mila bambini vivono da sfollati nel nordest del Paese

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L’allarme è stato lanciato dall’Unicef. I bambini provengono da 60 Stati diversi e alcuni di loro sono in carcere per sospetti legami con i “foreign fighters”. Intervista ad Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia.

“A causa del recente inasprimento del conflitto in Siria nordorientale è nuovamente necessario per i governi far ritornare a casa con urgenza i bambini stranieri che si trovano bloccati nell’area prima che sia troppo tardi. I governi nazionali hanno la responsabilità e l’opportunità di fare adesso la cosa giusta e riportare questi bambini e i loro genitori a casa, dove possono ricevere cure adeguate ed essere al sicuro da violenze e abusi”. Questo l’allarme lanciato in un comunicato da Henrietta Fore, direttore generale dell’Unicef.

La maggior parte proviene dall’Iraq
Si tratta di quasi 28 mila bambini che sono rimasti bloccati nel nordest della Siria, la maggior parte nei campi per sfollati. Principalmente provengono dall’Iraq, da dove arrivano 20 mila minori. In totale l’80% del totale ha meno di 12 anni e il 50% meno di cinque. Alcuni ragazzi, poi, si trovano in condizioni di detenzione, spesso per presunti legami con i cosiddetti “foreign fighters”.

Possono essere definiti solo “bambini”
“Voglio ricordare di fronte a questi dati”, spiega Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, “che si tratta di bambini. Non sono né figli di foreign fighters né loro amici… Non vanno definiti in nessun modo se non ‘bambini’, innocenti che pagano colpe non loro. 250 di questi ragazzi, alcuni di 9 anni, sono in centri di detenzione ma purtroppo abbiamo numeri relativi, probabilmente sono molto più alti. Quindi bambini di 9 anni in carcere, imprigionati”.

In fuga dalla guerra
Oltre 60 i Paesi da cui provengono questi bambini. “Molti sono sfollati e vengono da Paesi limitrofi, sono entrati e rientrati in queste zone, sono popolazioni in fuga”, continua Iacomini. “Probabilmente sono anche vittime di movimenti legati ad altri fenomeni e flussi migratori, a guerre limitrofe, a calamità… Poi sicuramente c’anche una componente di figli di foreign fighters, ma questo non deve essere però un elemento di distinzione. Sono bambini che sono lì, che vanno protetti a prescindere dalla loro nazionalità”.

L’interesse primario del bambino
Finora 17 Paesi hanno garantito il ritorno di oltre 650 bambini, che ora vivono con le loro madri o con le loro famiglie di origine. L’appello dell’Unicef è che altri Stati seguano questa strada, che finora rimane un’eccezione. “Il superiore interesse dei bambini dovrebbe essere una considerazione primaria sempre”, si legge ancora nel comunicato.

Niente carcere per un semplice sospetto
L’Unicef ricorda poi che “i bambini non dovrebbero essere detenuti solamente in base a sospetti legami famigliari con gruppi armati” e che qualora abbiano commesso un crimine, questo deve essere giudicato sulla base della giustizia minorile, “con una particolare attenzione alla loro riabilitazione e il loro ritorno a una vita civile”.

Per un rimpatrio sicuro
L’obiettivo deve essere sempre “una reintegrazione sicura dei bambini siriani nelle loro comunità locali e il rimpatrio sicuro, dignitoso e volontario dei bambini stranieri nei loro Paesi d’origine”. I bambini, conclude il comunicato “non devono essere abbandonati, mentre le mura della guerra si chiudono intorno a loro”.

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Fonte: Vatican News

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