Sognando Addis Abeba. Il calvario delle collaboratrici domestiche etiopi in Libano

Sognando Addis Abeba. Il calvario delle collaboratrici domestiche etiopi in Libano
Grazie all’intervento della ong italiana “Comunità Volontari per il Mondo”, le ragazze sono tornate a casa, dopo essere state licenziate e abbandonate a causa della pandemia lungo le strade di Beirut

Mantenere il proprio posto di lavoro in tempo di Covid è impresa difficile. Diventa impossibile nel caso in cui si è donna, proveniente da una Nazione povera e si presta servizio come collaboratrice domestica in un Paese stretto nella morsa di una profonda crisi economica e dell’inasprimento delle tensioni sociali. Accade in Libano e le protagoniste di questa drammatica vicenda sono le colf etiopi che, a causa della pandemia, si sono trovate a dover vivere per strada dopo che le famiglie presso le quali operavano le hanno messe alla porta, senza paga.

Licenziate e abbandonate
Le normative locali non prevedono ammortizzatori sociali per le colf che, di fatto, dipendono in tutto dai loro datori di lavoro. Nella fase di diffusione massima del Covid-19, molte di loro sono rimaste bloccate a Beirut, accampate sotto l’ambasciata etiope, senza avere i mezzi per tornare a casa. Hanno un’età compresa tra i venti e i trent’anni, ma tra loro ci sono anche tante minorenni. Pur se sprovviste molte volte di passaporto, vogliono tornare a casa anche che se sono consapevoli che non saranno bene accolte, tenuto conto che le loro famiglie si sono indebitate per mandarle a lavorare fuori.

Situazione drammatica in Libano
Nel frattempo in Libano si registra un incremento della criminalità organizzata causato dalla disperazione della gente rispetto al carovita. La moneta locale (lira ndr) ha perso più del 75% del suo valore e il rincaro dei prezzi dei beni di prima necessità ha superato in alcuni casi il 50 per cento. Facile, per le ragazze originarie del Paese del Corno d’Africa, cadere nelle reti malavitose ed essere sfruttate.

649 donne in salvo grazie alla CVM
Di loro se ne è occupata la ong italiana Comunità Volontari per il Mondo (CVM) che ha offerto assistenza a ben 649 ragazze, rimpatriate all’inizio del mese scorso, subito dopo l’imposizione dello “stato d’emergenza” per far fronte alla pandemia, il primo attuato dal premier etiope Abiy Ahmed da quando è salito al potere nell’aprile di due anni fa.

Il progetto “Secure Women Migration Cycle”
Grazie al progetto “Secure Women Migration Cycle”, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e realizzato in collaborazione con Caritas Etiopia, Caritas Libano e il Centro Missionario Laicale Italiano, le ex colf sono riuscite a tornare a casa e ad essere assistite da una rete di volontari professionisti, che le hanno assistite dal momento del loro rientro fino ad oggi. All’arrivo è stato consegnato loro la “dignity bag’”, ovvero una borsa contenente beni di prima necessità, dispositivi di protezione dal coronavirus e un contributo di 3.000 Birr, pari a circa 90 euro. Alle donne, inoltre, sono stati offerti corsi di formazione per agevolare il loro inserimento nelle comunità di origine.

Ascani (CVM): “La nostra assistenza non finisce con il rimpatrio”
“E’ stato lo stesso governo etiope a chiederci di coordinare il rientro di 649 donne lavoratrici domestiche, che sono state rimpatriate con voli speciali dal Libano” racconta Attilio Ascani, coordinatore Attività Italia della CVM. “Successivamente hanno fatto la quarantena in Etiopia e noi le abbiamo aiutate a tornare a casa con un sorriso sulle labbra, anche perché sono ragazze che hanno perso tutto”. Ascani si dice soddisfatto del lavoro svolto e spiega: “Con loro ci siamo trovati molto bene. È stata un’esperienza bellissima riuscire ad aiutarle. Quello che adesso dobbiamo fare è ricontattarle una per una, per cercare di dare loro una prospettiva per il domani, perché altrimenti ritornano nella situazione iniziale da cui sono partite. Dobbiamo aiutarle a trovare gli strumenti anche di microcredito e di sostegno economico di appoggio delle autorità locali per costruirsi un futuro nel loro Paese. Se vogliono continuare a fare le collaboratrici domestiche, offriamo loro la possibilità di formazione, di migliorare le loro competenze e di poter rientrare sul mercato del lavoro, domandando una giusta paga e il riconoscimento della loro dignità di lavoratrici”.

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Fonte: Vatican News

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