Suor Angela: ogni vita umana è un dono e va salvata ad ogni costo

Suor Angela: ogni vita umana è un dono e va salvata ad ogni costo
Angela Bipendu è una religiosa congolese della Congregazione Discepole del Redentore. Da 16 anni vive in Italia dove esercita la professione di medico. Per due anni ha prestato servizio su una nave della Guardia costiera italiana impegnata nel Mar Mediterraneo nel salvataggio di immigrati a rischio naufragio. Nell’intervista ci racconta delle tante persone con cui ha condiviso sofferenze e speranze

La cronaca torna a parlare di tragedie del mare legate all’immigrazione. E’ di nuovo pronta per partire, intanto, suor Angela Bipendu per tornare ad affiancare il personale della Guardia costiera italiana al largo di Lampedusa. Dopo averlo fatto in modo continuativo per due anni, ora s’imbarca saltuariamente, per il resto del tempo lavora come guardia medica a Bergamo dove si è trasferita. La possibilità e il desiderio di dare la sua testimonianza di cristiana, a servizio degli altri, non vengono mai meno, certo che vivere a contatto con gli “ultimi tra gli ultimi”, come lei chiama i migranti che lasciano il proprio Paese per attraversare il Mediterraneo, alla ricerca di un futuro migliore, è stata per lei un’esperienza forte che le ha fatto scoprire la drammatica realtà di queste persone.

Suor Angela: ho accolto l’invito di Papa Francesco
Non deve essere facile neppure per una religiosa che già ha messo Dio al primo posto nella sua vita, decidere di lasciare le proprie comodità o abitudini, per imbarcarsi e andare incontro al dolore di tanti fratelli e sorelle. Suor Angela, religiosa della Congregazione Discepole del Redentore, che ha sede nell’arcidiocesi di Agrigento, da quasi 16 anni in Italia, ma nata nella Repubblica Democratica del Congo, lo ha fatto ponendosi in ascolto della volontà di Dio e accogliendo l’appello di Papa Francesco alla Chiesa a non rimanere chiusa in se stessa. Un invito a vincere l’indifferenza nei confronti degli altri e a esercitare il senso di umanità verso uomini e donne costretti ad immigrare, ripetuto anche all’Udienza generale di mercoledì scorso quando, commentando l’episodio del naufragio dell’apostolo Paolo, soccorso dagli abitanti di Malta, Francesco ha affermato: “Chiediamo oggi al Signore di aiutarci (…) ad essere sensibili ai tanti naufraghi della storia che approdano esausti sulle nostre coste, perché anche noi sappiamo accoglierli con quell’amore fraterno che viene dall’incontro con Gesù. È questo che salva dal gelo dell’indifferenza e della disumanità”. Ecco il racconto di suor Angela ai microfoni di Vatican News:

R. – La scelta di imbarcarmi sulle navi della Guardia Costiera italiana, per andare a soccorrere i nostri fratelli che attraversano il Mediterraneo, ha avuto origine esclusivamente dalle parole di Papa Francesco quando ha detto ai religiosi e alle religiose “uscite, andate fuori”, quindi io ho accolto questo invito. Mi sono detta: nel mio ambito – sono un medico – cosa posso fare? Vado a dare una mano a quelli che vengono e che avranno bisogno?”

E ha trovato sostegno in questa sua decisione?

R. – Sì, ho trovato sostegno perché mi sono rivolta al Cisom che è il Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta. È un’associazione grande che ha tantissimi volontari, quindi io mi sono agganciato a loro e anche il lavoro che abbiamo fatto, e che facciamo sul mare, è un lavoro di gruppo. C’è la Guardia costiera, ci siamo noi volontari del Cisom che facciamo tutti insieme una squadra per un solo obiettivo: quello di salvare le persone in difficoltà che attraversano il Mediterraneo per trovare qui una vita migliore, una speranza di vita.

E lei ha contribuito a salvare tante persone, come ha affrontato tutto questo?

R. – All’inizio avevo un po’ di paura, ma poi ho visto che il Signore mi ha dato la forza e anche il coraggio di affrontare questa esperienza sempre in squadra: io come medico, l’infermiera e l’equipaggio della Guardia Costiera che è un equipaggio fantastico. Perché io ho visto il personale della Guardia Costiera buttarsi in mare, anche a costo della propria vita, per salvare chi potevano salvare. Quindi questa è la carità che il Signore ci chiede, che chiedeva a me in quel momento, quello di dare me stessa per gli altri. Così ho fatto.

Prima di iniziare questa attività, immaginava di incontrare tante persone in difficoltà, di sentire tante storie dolorose?

R. – Ero più o meno preparata perché in TV vediamo queste persone, ma un conto è vederli in TV, un conto è vederli di persona. Ho incontrato tanti uomini e donne che mi hanno raccontato la loro vita; non soltanto li ho ascoltati, sono stata io spesso ad aiutare queste persone ad aprirsi, a sentirsi accolte – erano davvero provate dopo aver viaggiato nel nulla, nel vuoto – , proprio nel momento in cui trovavano questa “salvezza”, che per tutti i soccorritori è una grandissima soddisfazione e anche una grandissima gioia. E’ la salvezza di una vita umana. La vita è un dono che deve essere salvata a tutti i costi, e non è solo necessario salvare, bisogna anche proteggere la vita. E’ per questo che io ho detto: Signore, eccomi io devo fare la tua volontà, dove mi vuoi, mandami.

Ci può raccontare qualche episodio che ha vissuto e che le è rimasto più impresso?

R. –Di episodi ce ne sono stati tanti, tanti, perché in due anni ne sono successi parecchi. Quello che mi ha colpito di più è stato l’incontro con una donna che aveva perso le sue due bambine, una di 5 e l’altra di 3 anni, mentre aspettava di essere imbarcata su un gommone e faceva freddo – era proprio il periodo invernale – , faceva freddo e ha visto morire le due bambine tra le sue braccia. Non sapeva cosa fare, non aveva niente per coprirle e sono morte per ipotermia. Quindi, ha scavato lei stessa, con le sue mani, una buca in spiaggia e ha seppellito le sue bambine e poi è salita su un gommone per poi essere salvata un giorno dopo.

Questo era successo in Libia quindi in attesa di poter fare la traversata?

R. – Esattamente, quindi noi l’abbiamo incontrata, abbiamo visto che piangeva e io sono andata a chiedere perché piangeva e mi ha raccontato tutto. E’ questa la storia che mi è rimasta più impressa, quella più toccante per me.

Cosa significa essere una donna in contesti umani come questi?

R. – Essere una donna in questi contesti mi sembra che sia ancora una cosa in più, perché noi donne siamo madri, abbiamo quell’amore materno di cui la gente si accorge, anche se non ci conosce. Per quanto riguarda me io ho avuto questa fortuna, di poter vedere l’apertura del cuore di tutti questi immigrati che mi hanno raccontato un po’ quello che hanno vissuto personalmente lì in Libia. I colleghi, gli uomini, fanno il loro lavoro, ma noi cerchiamo sempre, come donne, di andare oltre per capire, per alleviare un po’ la sofferenza, per aiutare perché abbiamo sempre un cuore materno e così una donna è un valore aggiunto riguardo alla vita.

E dopo tutto quello che ha vissuto che cosa pensa quando sente parlare di immigrati e rifugiati in modo negativo, come di persone che ci portano problemi, insicurezza, malattie, che vengono a rubarci il lavoro e a snaturare le nostre città?

R. – Dico solo che Gesù stesso è stato un immigrato, poco fa abbiamo celebrato anche il Natale, l’Epifania, Lui è immigrato pure in Egitto. Sulla Terra non penso che ci sia un immigrato o un non immigrato, noi dobbiamo avere l’amore per ogni persona vivente, e qui noi stiamo parlando di gente che deve essere salvata, che deve essere ascoltata, che deve essere anche aiutata. Certo che nelle persone ci sono delle paure, delle insicurezze, però questo non ci può mai fermare, come cristiani, dal fare del bene a chi ne ha bisogno in un dato momento.

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Fonte: Vatican News

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