Una finestra sull’oltre tempo

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Il mistero dell’Ascensione è ampiamente presente nel magistero dei pontefici del XX secolo e non solo. Gesù ci mostra un “altro tempo” e un “altro luogo”, cui tutti siamo destinati, radicalmente diversi da quelli terrestri. Dunque la fisica del Novecento, che ha rivoluzionato il concetto di spazio e tempo, sembra non avere inventato niente!

Cari fratelli e sorelle! Quaranta giorni dopo la Risurrezione – secondo il Libro degli Atti degli Apostoli – Gesù ascese al Cielo, cioè ritornò al Padre, dal quale era stato mandato nel mondo. In molti Paesi questo mistero viene celebrato non il giovedì, ma oggi, la domenica seguente. L’Ascensione del Signore segna il compiersi della salvezza iniziata con l’Incarnazione. Dopo avere istruito per l’ultima volta i suoi discepoli, Gesù sale al cielo (cfr Mc 16,19). Egli, però, «non si è separato dalla nostra condizione» (cfr Prefazio); infatti, nella sua umanità, ha assunto con sé gli uomini nell’intimità del Padre e così ha rivelato la destinazione finale del nostro pellegrinaggio terreno. Come per noi è disceso dal Cielo, e per noi ha patito ed è morto sulla croce, così per noi è risorto ed è risalito a Dio, che perciò non è più lontano.

Così il 20 maggio 2012 papa Benedetto XVI spiega al Regina Coeli il mistero dell’Ascensione.

Un “doppio senso” tra vita terrena e vita eterna: come Gesù, incarnandosi, ha assunto su di sé la natura umana, così noi riceviamo la vita celeste. Anche noi saliremo in cielo.

Ma gli uomini del secondo decennio del terzo millennio hanno spesso gli occhi rivolti alla terra. La crisi economica innescatasi qualche anno prima ancora tiene in scacco diverse nazioni e tante famiglie nella cosiddetta area del benessere.

E allora facciamo un salto indietro di oltre cinquant’anni, quando il mondo usciva dalla guerra. I problemi non erano minori, anzi. Già all’epoca Giovanni XXIII indicava la via di una riconciliazione diretta fra terra e cielo.

26 maggio 1960. Basilica di san Giovanni in Laterano. Canonizzazione di san Gregorio Barbarigo:

Dal suo primo apparire nel seno verginale di Maria, e poi fra i vagiti e i sorrisi a Betlemme, dai silenzi e dal nascondimento umile e laborioso dei trent’anni, dall’annunzio dell’evangelium regni attraverso la Galilea e la Giudea, e infine dal tragico epilogo della Passione fino ai chiarori vittoriosi della Risurrezione, fino a questa ammirabile Ascensione che accende di luce superna i nostri occhi e penetra di grazia esultante i cuori: oh! che successione stupenda ed ineffabile — diletti Fratelli e figli — d’avvenimenti ; oh ! che variazione inattesa di aspetti iridescenti dell’intima comunicazione del divino con l’umano, del cielo con la terra!

L’Ascensione è la vigilia di quel definitivo salto di qualità che l’uomo potrà compiere grazie alla ormai prossima discesa dello Spirito Santo. Una promessa che si mantiene:
All’arrivo di Gesù in cielo, egli adempie le sue promesse. Ecco lo Spirito Santo nei bagliori delle lingue di fuoco posate sulle teste dei convenuti nel Cenacolo, in atto di operare nei petti quella fecondazione di grazia, da cui balza la Santa Chiesa nella sua distinta fisionomia di società soprannaturale e gerarchica, introducendola nella sua storia di regno di Dio militante sulla terra, perché si evolva, poi, in purgante oltre la tomba e finalmente trionfante in cielo. (…) E’ da questo vertice che la luce dell’Ascensione si irradia di un secondo aspetto di provvidenza divina a beneficio della umanità rigenerata: un nuovo incanto, un prodigio ineffabile di grazia e di gloria. Con Gesù che ascende alla destra del Padre si aprono le vie dei cieli per i figli dell’uomo, ormai riassunto alla sua primitiva destinazione di creatura spirituale riservata ai beni eterni.

Possiamo bene immaginare le crescenti difficoltà che un mondo sempre più rapito dal materialismo, da necessità contingenti, da entusiasmi positivistici per le conquiste della scienza e della tecnologia possa provare nei confronti del mondo dello spirito, nei confronti di quel cielo promesso da Gesù che non tutti riescono a immaginare, che all’alba del sesto decennio del novecento comincia fisicamente a essere percorso da navicelle spaziali. Ma non molto diverso doveva essere lo sconcerto degli apostoli di fronte a Gesù che diceva loro: “Ora mi vedete, tra poco non mi vedrete più”.
Eccolo, il salto decisivo: lui è presente anche se non lo vediamo:

Ma come, come vederlo, come riconoscerlo, come riascoltare la sua voce, come aprirgli il nostro cuore, se le vie naturali della nostra conversazione sono incapaci di superare l’abisso, che il mistero dell’Ascensione ha scavato fra Lui e noi? Lo sappiamo. Gesù si è nascosto, affinché noi lo cercassimo; e noi sappiamo qual è l’arte, qual è la virtù, che ci abilita a questa ricerca, anzi a questa scienza superrazionale della misteriosa presenza di Cristo fra noi. (…) Festa perciò della fede questa nostra dell’Ascensione; una fede che spalanca la finestra sull’oltretempo riguardo a Cristo risorto, lasciandoci intravedere qualche cosa della sua gloria immortale: e sull’oltretomba riguardo a noi morituri, ma destinati, alla fine dei nostri giorni nel tempo, alla sopravvivenza nella comunione dei Santi e alla risurrezione dell’ultimo giorno per l’eternità. La fede allora diventa speranza (Hebr. 11, 1); una speranza vittoriosa emana dal mistero dell’Ascensione, fonte ed esempio del nostro futuro destino, e che può e deve sorreggere il faticoso cammino del nostro pellegrinaggio terrestre. E la speranza, ci è assicurato, non delude…

8 maggio 1875. Anno santo. Così Paolo VI alla Messa per l’Ascensione.
Fede e speranza. Insieme alla carità, le evocava a gran voce anche Pio XII nel pieno della guerra. Ancora più difficile in quegli anni in cui il cielo era oscurato dai fumi dei bombardamenti, era riuscire ad andare oltre e “vedere” Gesù… Così Pio XII in occasione del XXV della sua ordinazione episcopale. Basilica Vaticana, 14 maggio 1942.

Ascendiamo, diletti figli, anche noi con Cristo al cielo: disponiamo nel cuor nostro quelle ascensioni della fede che varca ogni nube, della speranza che sorpassa il tempo, dell’amore che conquista l’eternità. Nell’ora della sua ascensione Cristo diede agli Apostoli l’ultima lezione e l’ultimo comando. « Non appartiene a voi — Egli disse — sapere i tempi e i momenti, che il Padre ha ritenuti in poter suo»: ecco l’innalzamento della loro fede nella sommessione al governo di Dio sul mondo. « Riceverete la virtù dello Spirito Santo»: ecco l’innalzamento della loro speranza nel coraggio dell’operare. «Mi sarete testimoni . . . fino alle estremità della terra»: ecco l’innalzamento della loro carità con ogni sacrificio nella diffusione del Vangelo (Act. 1, 7-8). Son tre doni, tre virtù, tre ammonimenti, che hanno trionfato del mondo, hanno rigenerato e confortato l’uomo, hanno restaurato quaggiù il regno di Dio e aperto il regno dei cieli. (…) Eleviamo la nostra fede in quest’ora di uragano che rumoreggiando e imperversando travolge in lotta popoli e nazioni. Non spetta neppure a noi conoscere i tempi e i momenti che la potente mano del Padre nostro celeste regola, abbreviandoli o allungandoli con quel consiglio provvido e inscrutabile che ordina tutti gli eventi all’alto e segreto fine della sua gloria. (…). La nostra fede sormonta questo basso mondo; di questo mondo non è il regno di Cristo, se pur tiene il piede quaggiù: esso è dentro di noi. Cristo non era venuto a ristabilire, come chiedevano gli Apostoli, il regno d’Israele (cfr. Act. 1, 6), ma a testimoniare la verità che tanto ci sublima, la verità che è giustizia, che è pace, che è rispetto del diritto, che è libertà santa e inviolabile della coscienza umana, che è conforto anche in mezzo alle tribolazioni, ai dolori, ai lutti presenti; com’era conforto ai tempi e ai momenti dei martiri, com’è a voi, che della benigna provvidenza divina fate il fondamento che sostenta la vostra speranza.

Certamente la scienza del XX secolo ci ha addestrato a una diversa concezione dello spazio e del tempo: plastico il primo, relativo il secondo, sono modificati dai corpi che lo attraversano. Ma già dall’inizio dell’era cristiana, Gesù ci parla di un “altro luogo” e di un “altro tempo” destinati a tutta l’umanità. Lo ricorda Giovanni Paolo II dalla Basilica di sant’Apollinare in Classe, Ravenna, domenica 11 maggio 1986:
Il “cielo” parla di un universo differente da quello della terra. Esso è l’“universo di Dio”, di quel Dio che sussiste nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e che, al tempo stesso, “si realizza interamente in tutte le cose” (Ef 1, 23) come “il Padre della gloria”. (…) Vi sono i tempi della storia terrena dell’uomo, i tempi dei popoli e delle nazioni, delle loro cadute e delle loro riprese. Ma il “tempo” a cui pensa Gesù è un altro: “Avrete forza dallo Spirito che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1, 8). Dunque: un tempo diverso, una storia diversa, un regno diverso da quello terreno di Israele. Lo Spirito Santo vi condurrà fuori, sulle vie di Gerusalemme; e poi vi spingerà oltre, fino agli estremi confini della terra, a tutti i popoli, alle nazioni e alle genti, a tutte le lingue, culture e razze, ai continenti interi.

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Fonte: Vatican News

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