Yemen: malnutrizione e colera imperversano dopo cinque anni di guerra

Yemen: malnutrizione e colera imperversano dopo cinque anni di guerra
Nel quinto anniversario dell’inizio del conflitto in Yemen, il Programma alimentare mondiale lancia un nuovo allarme per 20 milioni di persone colpite dall’insicurezza alimentare

L’8 luglio del 2014 i ribelli Houti, fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh, conquistavano Amran, a cinquanta chilometri a nord dalla capitale Sana’a. Fu la prima grande città a cadere, in una campagna militare che ha visto gli insorti sciiti strappare vaste aree dello Yemen al governo internazionalmente riconosciuto. A quella data e a quella battaglia molti analisti fanno convenzionalmente risalire l’inizio della guerra che ancora si protrae nel Paese più povero della penisola araba.

L’intervento saudita
L’ulteriore escalation del conflitto si è avuta nel marzo del 2015 quando la coalizione guidata dai sauditi è intervenuta a sostegno delle forze leali al governo di Abd Rabbuh Mansur Hadi, il quale si è rifugiato nella città di Aden, dopo la conquista della capitale Sana’a da parte dei ribelli sciiti nel settembre del 2014.

Uno scontro regionale
Da allora la guerra civile yemenita si è trasformata in un conflitto regionale, mentre sullo sfondo restano gli interessi e la competizione tra potenze globali per la posizione strategica del Paese sul Mar Rosso. In questa generale instabilità sono proliferarti anche gruppi estremisti legali al jihadismo internazionale, che controllano alcune aree e hanno eseguito diversi attacchi sul territorio.

I numeri dell’emergenza umanitaria
Le Nazioni Unite sostengono che lo Yemen stia vivendo quella che attualmente è la peggiore crisi umanitaria del mondo. Le vittime ammontano ad almeno 15 mila morti e 40 mila feriti. Il Programma alimentare mondiale (Pam) riferisce che oltre 20 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare, su un totale di circa 30 milioni di abitanti dello Yemen. Sempre secondo l’agenzia Onu gli si contano 3,6 milioni di sfollati.

L’intervento del Programma alimentare mondiale
In un comunicato il Pam fa sapere che negli ultimi mesi ha fornito assistenza alimentare a più di 10 milioni di persone. “Il nostro obiettivo – si legge nella nota – è quello di sfamare 12 milioni di persone più vulnerabili e in condizioni di insicurezza alimentare al mese, raddoppiando i risultati del 2018”. Il Pam sta inoltre attuando un programma di alimentazione supplementare per tutti i bambini e le donne incinte o che allattano in 165 distretti prioritari identificati come a rischio di malnutrizione.

Sospesi gli aiuti nell’area di Sana’a
Tuttavia, dal 20 giugno l’agenzia delle Nazioni Unite ha iniziato una sospensione parziale delle operazioni di assistenza alimentare nelle aree dello Yemen sotto il controllo delle autorità di Sana’a. La decisione è stata presa dopo lo stallo dei negoziati su un accordo per introdurre controlli per prevenire che il cibo venga sottratto alle persone più vulnerabili.

Il video del Pam
Il video prodotto dal Programma alimentare mondiale, mostra la drammatica situazione delle 18 mila famiglie che hanno dovuto lasciare il distretto di Bani Hassan e sono dislocate in due campi profughi del distretto di Abs. Molti di loro, dice un operatore del Pam, “sono profughi per la quarta volta”. Il Pam ha quindi effettuato una rapida valutazione dei bisogni delle famiglie appena sfollate per fornire loro razioni di risposta immediata (IRR) e altri tipi di supporto, come i kit per l’igiene, in coordinamento con altre agenzie delle Nazioni Unite.

Allarme colera tra i bambini
Allarme che sale anche dal punto di vista sanitario: questa mattina Save the Children ha reso noto che più di 190 bambini sono morti a causa dal colera dall’inizio dell’anno e che 9 milioni di minori sono senza accesso all’acqua potabile. La nota della Ong riferisce che nei primi sei mesi del 2019 sono stati registrati quasi 440.000 casi sospetti di colera, di cui circa 203.000 tra i minori sotto i 15 anni, un numero che ha già superato quelli relativi all’intero anno precedente.

Secondo Save the Children la battaglia per sconfiggere il colera nel Paese è ben lontana dall’essere vinta e la stagione delle piogge ormai alle porte, rischia di aggravare ulteriormente la situazione, con le inondazioni già in corso e la minaccia di violenti rovesci che potrebbero portare a una nuova escalation dell’epidemia.

Ardemagni (Ispi): difficole applicare accordo di Stoccolma
Sulla situazione politica e umanitaria nello Yemen, Giordano Contu ha intervistato Eleonora Ardemagni, ricercatrice associata Ispi ed esperta dell’area:

R. – La situazione umanitaria nel Paese rimane estremamente difficile e gli sforzi della comunità internazionale dal punto di vista umanitario si scontrano con l’inerzia della diplomazia. La situazione è complessa perché nello Yemen si intrecciano interessi locali, di potere politico-tribale con le rivalità regionali tra Arabia Saudita e Iran. È sempre più difficile per le Nazioni Unite trovare una soluzione negoziale che possa essere nazionale, che possa coinvolgere gli attori yemeniti, proprio perché ormai lo Yemen è così frammentato che si è ridotto ad una serie di piccoli stati interni basati sul potere e sul controllo delle milizie.

Il conflitto non è solo interno ma coinvolge vari Paesi del Medio Oriente…

R. – Il conflitto yemenita nasce come conflitto interno per il potere e le risorse; l’ascesa degli insorti del Nord, gli insorti sciiti che nel 2014 e poi nel gennaio 2015 sono riusciti a fare un colpo di stato a Sana’a grazie all’appoggio del blocco del potere dell’ex presidente e dall’altro lato abbiamo il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, debole sul campo anche perché una parte di coloro che a livello militare lo sostengono – i secessionisti meridionali – in realtà cercano l’indipendenza. A questo conflitto di natura interna si intrecciano gli interessi delle potenze regionali con l’Arabia Saudita che bombarda dal 2015 assieme alla coalizione araba il Paese per ripristinare il governo riconosciuto e contenere l’ascesa degli huti, che sono sciiti, che vengono sostenuti dall’Iran.

Il prezzo più alto dello scontro lo pagano civili e bambini…

R. – Sì, in particolare nella zona della costa occidentale, ancora controllata dagli insorti huti, i bombardamenti della coalizione saudita hanno colpito fortemente i civili nel Nord proprio lì dove ci sono le roccaforti, ma al tempo stesso quello che non viene raccontato è che gli stessi huti violano i diritti umani. Per esempio hanno minato le zone circostanti ai siti di stoccaggio del grano e degli aiuti umanitari nella zona di Hodeida, tanto che lo stesso programma umanitario dell’Onu ha accusato recentemente gli huti di rubare parte di questi aiuti impedendo quindi l’aiuto umanitario in alcuni territori.

Quali sono le prospettive future?

R. – Intanto nel dicembre 2018 si è riusciti a raggiungere un accordo insperato – l’accordo di Stoccolma – che ha chiesto il ritiro di entrambe le fazioni, quindi sia quella dei ribelli huti che delle forze governative dalla città di Hodeida, il principale porto per l’accesso degli aiuti umanitari. Il cessate il fuoco ha sostanzialmente retto nonostante alcuni ritorni di violenza; c’è stato un ritiro unilaterale degli huti circa un mese fa dal porto di Hodeida, ma l’ambiguità di questo accordo, che non specifica chi delle forze di sicurezza debba poi gestire la sicurezza del porto dopo il ritiro dei ribelli, sta mettendo in seria difficoltà la sua applicazione.

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Fonte: Vatican News

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